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Full text of "Storia del reame di Napoli dal 1734 al 1825 del generale Pietro Colletta"

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DEL REAME 


DI NAPOLI 


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di 

GALGANETTO GALGANETTI 

(1897-1917) 

Dono c/e//a Famiglia 




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STORIA 


DEL REAME 


NAPOLI 



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STORIA 


DEL REAME 

DI NAPOLI 

DAI. 1754 SINO AI. 1825 

DEL GENERALE 

PIETRO COLLETTA 


Tomo II 



CAPOLAGO 


Cantone Ticino 



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STORIA 

DEL REAJJE 

NAPOLI 


D I 


SEGUITO DEL LIBRO TERZO 


CAPO TERZO 

« 

Guerra srenhirata. contro la repubblica francese. Moti nel re» 
gno. Fuga del re. Vittoria e trionfo dell’ esercito di Francia. 

XXXI. Il governo di Napoli scopertamente ope* 
rava perchè nuova confederazione contro la Fran- 
cia crasi stretta in Europa ^ ed egli teneva prefissa 
e pronta la guerra. I sovrani d’Inghilterra, d’Au- 
stria, di Russia, deUe Sicilie, vedendo scemate in 
Italia le squadre francesi chiamate all’esercito 
del Reno o trasportate in Egitto, e sapendo lon- 
tano l’uomo invitto, formarono nuovi eserciti a 

S ili vasti disegni. Muoverà il Tedesco in Lombar- 
ia sessantamila combattenti, e dietro il Russo; 
Napoli quarantamila, navilio inglese correrà i 
mari dell’Italia; la Gran-Brettagna fornirà gli al- 
leati di danaro, armi e vestimenti. Si aspettava- 
per le mosse che U più crudo verno fosse passato. 
Colletta, T. 11. I 


. 2 LIBRO TERZO — 1798 

Napoli nel settembre del 98 aveva fatta nuova 
leva di quarantamila coscritti^ con modi tanto sol- 
leciti die non per volere di sorte o di legge si to- 
glievano i cittadini alle comunità, i figli alle fa- 
miglie, ma per arbitrio de’ ministri e per neces- 
sità di tempo; perciocché senza preparamenti o 
scrutinio, m un sol giorno, due di qliel mese, 
ogni comunità dovea fornire otto uomini per mille 
anime; dalla quale fretta derivarono infinite fraudi 
ed errori, infinite scontentezze o lamenti. Ogni 
coscritto, ricordando le patite ingiustizie, tene- 
vasi vittima dell’ altrui forza; e parendogli che 
nessun dovere, nessun sacramento, nessun fatto 
giusto l’obbligasse alla milizia, solo vi stava per 
timor della pena. 1 nuovi coscritti uniti agli anti- 
chi soldati empievano l’esercito di settantacinque 
mila combattenti, soperchi per le fermate allean- 
ze, non anco bastevoli a’ concetti. E a tante s^a- 
dre mancando il condottiero, venne d’Austria il 
generale Mack, noto per le guerre di Germania, 
dalle quali, benché perdente, uscì accreditato di 
sapienza nell’arte e ili valore nelle battaglie. Ono 
rato dal re, da’ cortigiani e dall’esercito, rassegnò 
le schiere spicciolatamente, senza percorrere la 
frontiera; però ch’ei mirava, non alle difese, alle 
conquiste; conferì per le idee principali della 
guerra col generale Parisi, per la fanteria col ge- 
nerale de Gambs, per la cavalleria co’ principi di 
Sassonia c di Philipstadt, per l’ artiglieria col ge- 
nerai Fonseca; i pochi suoi detti passavano da 
lahhro a labbro, ammirati come responsi di ora- 
colo. Accertò il re avere esercito pronto ad ogni 
guerra; e fu creduto. 


LIBRO TERZO — 1798 3 

La regina irrequieta volea prorompere negli 
Stati romani , agevolata dagl’ Inglesi, che, tenaci 
alla guerra , temevano il congresso già convocato 
a Rastadt per la pace. Stava perciò in Napoli sin 
dal settembre il barone di Awerveck confidente 
di Piu, viaggiatore oscuro ma potentissimo, amico 
a Repnin ministro di Prussia, a Metternich di 
Austria; motore tra i primi delle discordie nelle 
conferenze di Rastadt , consigliere all’ orecchio 
de’ nostri principi. 11 re, nel quale intiepidiva l’a- 
more di quiete, da che l’Ira e i timori Io avevano 
alquanto allontanato dal grossolano vivere nei 
piaceri, chiamò consiglio per decidere o guerra 
o pace; e, se guerra, il tempo e il modo. Divise 
le sentenze, furono per la pace il marchese del 
Gallo, il ministro de Marco, i generali Pignatelli, 
Colli, Parisi; ma prevalendo l’autorità della re- 
gina, di Acton, di Mack, di Castelcicala, fu de- 
ciso far guerra e subita, retta dal generai Mack, 
dissimulata sino alle mosse. Allora si sparti l’e- 
sercito in tre campi : attendarono in Sangermano 
■ventiduemila soldati, negli Abruzzi sedicimila, 
nella pianura di Sessa ottomila; stavano altre sei 
migHaja nelle stanze di Gaeta, e navi da trasporto 
pronte a salpare per Livorno. Comandava il primo 
campo il generai Mack, il secondo il generai Mi- 
cheroux, il terzo il generale Damas; dirigeva la 
spedizione preparata in Gaeta il generai Naselli. 
Cinquantadue mila combattenti aspettavano il cen- 
no a prorompere negli Stati romani; ma era il 
capo straniero e nuovo; erano i generali stranieri 
ancor essi o inabili alla guerra, gli uffiziali ine- 
sperti, i soldati se allora coscritti, scontenti; e se 



4 LIBRO TERZO — 1798 

antichi, peggiori, perchè usali alle male discipline 
di milizia sfaccendata o ribalda; gli usi di guerra 
nessun!, l’ordinarsi negli alloggiamenti, prepa- 
rare il cibo, ripararsi dalle inclemenze delle sta- 
gioni, provvedere al maggior riposo, e, in som- 
ma, tutte le arti del miglior vivere, necessarie al 
sostegno delle forze, non praticate, nè conosciute 
ne’ campi. L’amministrazione mal regolata ingran- 
diva i disordini, le distribuzioni incerte, il giun- 
gere dei viveri non misurato co’ bisogni, sì che 
spesso vedèvi l’abbondanza dove mancava chi la 
consumasse, e presso a lei la penuria. Nello esercito 
serpeva potentissimo veleno e secreto; dillidanza 
scambievole de’ minori e de’ capi. Le milizie stan- 
ziate in Abruzzo furono spartite in tre campi; sul 
Tronto, all’Aquila, a Ta^iacozzo. Nel campo di 
Sangerniano erano continui gli esercizi d’armi; 
e benché in autunno piovosissimo sopra terreno 
fangoso e molle, si tingevano gli assalti e le di- 
fese come in guerra. Stavano in quel campo il re 
preparato a marciare con l’esercito, la regina che 
sopra quadriga con abito di amazone correva le 
Clc de’ soldati, gli ambasciatori de’ re amici, altri 
forestieri famosi o baroni del regno, e Lady Ha- 
milton, che, sotto specie di corteggiar la regina, 
faceva nel campo mostra magnifica di sua bel- 
lezza e pompeggiava la gloria di aver vinto il 
vincitore di Aboukir, il quale nel carro istcsso 
mostravasi di lei e vago e servo. Nè si slava oziosi- 
negli alloggiamenti di Sessa e di Gaeta. Ma l’o- 
pera continua ed accelerala non poteva su la bre- 
vità del tempo; uomini coscritti nel settembrej 
venuti per forza nell’ ottobre , muovevano alla 



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LIBRO TERZO — 1798 S 

guerra ne’ primi del novembre; sì che le braccia 
incallite a’ ruvidi esercizi della marra non rispon- 
devano alle destrezze dell’ armi. 

I Francesi dalla opposta parte, quando vlddero 
gli apparecchi del re di Napoli, disposero la guer- 
ra, così che la frontiera fosse linea difensiva; cen- 
tro in Terni, estrema diiitta in Terracina, estre- 
ma sinistra in Fermo; l’ala manca assai forte da 
resistere , l’ ala diritta solamente osservatrice; pron- 
ta meno a combattere che a ritirarsi, pripcipale 
scopo il raccogliersi , e mantenere sicure le strade 
che menano in Lombardia. I nuovi xousrgli dagli 
eventi. 

Cosi certa e non intimata la guerra, l’amba- 
sciatore di Francia dimandò ragione delle vedute 
cose al governo di Napoli, che ancora fingendo 
rispose: tener guardata la frontiera napoletana 
perchè quella di Roma era ingombera di soldati 
francesi ; stare ne’ campi le nuove milizie per 
istruirsi; egli bramar sempre pace con la Repub- 
blica. Ma giorni appresso, il 2 a di novembre, 
comparve manifesto del re, che rammentando gli 
sconvolgimenti della Francia, i mutamenti poli- 
tici della Italia, la vicinanza al suo regno de’ ne- 
mici della monarchia e del riposo, l’occimazione 
di Malta feudo de’ re di Sicilia, la fuga del pon- 
tefice, i pericoli deUa religione; per tante ragioni 
e tanto gravi, egli, guiderebbe un esercito negli 
Stati romani, a fine di rendere il legittimo sovrano 
a quel popolo, il capo alla Santa Sede cristiana, 
e la quiete aUe genti del proprio regno. Che non 
intimando guerra a nessun potentato, egli esor- 
tava le milizie straniere di non contrastare aRe 



6 LIBRO TERZO — I79« 

schiere napoletane, le quali tanto oltre avanze- 

rebl>ero quanto solamente richiedesse lo scopo di 

1 >acificare quella parte d’Italia. Che i popoli di 
loma fossero presti a’ suoi cenni, ed amici j sicuri 
nella sua clemenza, egli promettendo di accogliere 
con paterno affetto i traviati che tornassero vo- 
lontari all’impero della giustizia e delle leggi. 

Così il manifesto. Lettere seccete de’ ministri del 
re concitavano gli altri gabinetti d’Italia o i per- 
sonaggi più arrischiati alle nemicizie ed alla guer- 
ra. Delle quali lettere una del principe Belmonte 
l'igiiaielU, scritta al cavaliere Driocca ministro 
del re del Piemonte, intercetta e pubblicata, diceva 
Ira le cose notabili: «Koi sapiamo che nel consi- 
»glio del re vostro padrone molti ministri circo- 
aspetti, per non dire timidi, inorridiscono alle 
«parole di spergiuro e di uccisione} come il fre- 
«sco trattato di alleanza tra la Francia e la Sar- 
« degna fosse atto politico da rispettare. Non fu 
«egli dettato dalla forza oppressiva del vincitore? 
«non fu egli accettato per piegare all’impero della 
«necessità? Trattati come questi, sono ingiurie 
«del prepotente all’oppresso, il quale, violandoli, 
ijse ne ristora alla prima occasione che il favor 
«di fortuna gli presenta. Come, in presenza del 
«vostro re prigioniero nella sua capitale, circon- 
di dato da baionette nemiche, voi chiamerete sper- 
« giuramento non tener le promesse strappate dalla 
«necessità, disapprovate dalla coscenzar E chia- 
«merete assassinio esterminare i vostri tiranni? 
«Non avrà dunque la debolezza degli oppressi 
«alcuno ajuto legittimo dalla forza che gli oppri- 
«me?« E poco appresso. «I battaglioni francesi. 


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LIBRO TERZO — 1798 7 

» assicurati e spensierati nella pace^ vanno sparsi 
«per il Piemonte. Eccitate il patriottismo del po- 
«polD sino air entusiasmo ed al furore; così che 
«opii Piemontese aspiri all’onore di atterrare 
suoi piedi mi nemico della sua patria. Queste 
« parziali uccisioni più gioveranno al Piemonte 
«che fortunate battaglie; nè mai la giusta poste- 
«rità darà il brutto nome di tradimentQ a codesti 
«atti energici di tutto un popolo, che va su i ca- 
«daveri degli oppressori al racquisto della sua 
lìLcrt^. 

«1 nostri bravi r^apoletani, sotto, il prode ge- 
«neral Mack, soneranno i primi la campana di 
morte contro i nemici de’ troni e de’ popoli; sa> 
»r«.no for»e gii mossi qmmdo giungeri m vostre 

«mani questo loglio «. 

XXXllI. Tai sensi atroci e^oneva quel foglio, 
e già bandito il manifesto di guerra, le milizie 
napoletane, levando i campi proruppero negli 
stati di Roma. 11 generale mcheroux con dieci 
mila soldati, valicato il Tronto, fugando dalla 
città di Àscoli piccolo presidio francese, avanzava 
per la strada Emilia sopra Fermo. 11 colonnello 
oanfilippo con quattromila combattenti, uscendo 
dal campo d’ Aquila, occupava Rieti progredendo 
a TemL 11 colonnello Giustini con un reggimento 
di fanti ed alcuni cavalli scendeva da Tagliacozzo 
a Tivoli per correre la Sabina; il generai Mack, 
e seco il re, con ventiduemila soldati, mossi da 
Sangermano, marciavano per le dìflBcili strade di 
Ceperano e Prosinone sopra Roma; dove il gene- 
rale Damas dal campo di Sessa per la via Ponti- 
na, conduceva ottoni combattenti; e nel giorno 


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8 LIBRO TERZO — 1798 

medesimo salpavano da Gaeta per Livorno molle 
navi cariche di seimila soldati^ sotto l’ impero del 
generai INaselll. Le quali ordinanze dimostravano 
che r esercito di Napoli non andava formato in 
linea, non avea centro; che le schiere di Sanfi- 
lippo e Giustini non legavano, perché deboli, l’ala 
diritta alla sinistra; che un corpo non assai grande, 
quello di.Micheroux, assaltava la sinistra france- 
se, la più forte delle tre parti di quello esercito; 
e che il maggior nerbo de’ Napoletani, trentamila 
uomini, procedeva contro l’ala tllrltu, 41 pooa 
possa, intesa a ritirarsi. Erano dunque le speranze 
di Mack, superare le parti estreme della linea fran- 
cese, avvilupparlo, spingere gli uni corpi su li 
altri, confonderli nel mezzo ed espugnarfi; men- 
tre la legione del generai Naselli, per le forze 

H rie e le insurgenti della Toscana, moleste- 
e il fianco delle scliiere francesi fuggitive 
verso Perugia. Scarsi concetti. La figura della 
frontiera, la linea prolungata e sottile dell’eser- 
cito francese, la sua base in Lombardia, il numero 
delle nostre forze quasi triplo delle contrarie; 
invitavano a sfondare (come si dice in guerra) il 
centro; e assalendo per il fianco le sue ale nemi- 
che, impedire che si ajutassero; e tagliare, se vo- 
lesse fortuna, le ritirate nella Lombardia. Perciò, 
ne’ casi nosti'i, andava diviso l’esercito in tre cor- 
pi; ventisei mila uomini all’Aquila per attaccar 
Rieti a Terni; dodicimila su la strada Emilia per 
combattere o impegnare l’ala sinistra francese; 
ottomila nelle Paludi Pontine per incalzare le pic- 
cole partite della diritta; mentre che la legione 
della Toscana, senza nemico a combattere, coi 


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LIBRO TERZO —1798 9 


popoli dalle sue parti, avrebbe corso il paese in- 
sino a Perugia, per appressarsi a noi ed ajutarci 
nelle vicende varie della guerra. Solamente così 
r inesperto e nuovo esercito di Napoli poteva su- 
perare per ingegno strategico e propria mole l’ag» 
^errita e felice oste francese. Il resto della guerra 
dipendeva da’ preparati tumulti nel Piemonte e 
dalla venula in Ital la de’ Tedeschi. !t<‘ 

. Tali erano i consigli della ragione e dell’ arte; 
ora narriamo i fatti, l corpi di Mack e di Damas, 
trentamila soldati, camminando sopra strade pa- 
rallele, senza incontrare 11 nemico sollecito a ri- 


tirarsi, giunsero il ventinove di novembre aRoma; 
e il re, fatto ingresso pomposo, andò ad abitare 
U suo palazzo Farnese.! Francesi, lasciato piccolo 
presidio in Castel-Santangelo, si partirono, e con 
seco i ministri e gli amanti di repubblica; ma pur 
di questi alcuni confidenti alle regali promesse 
di clemenza, o arrischiosi, o dal fato prescritti, 
restarono; e nel giorno istesso furono imprigio- 
nati o morti; due fratelli, di nome Corona, na- 
poletani, partigiani di libertà, rimasti con troppa 
fede al proprio re, furono per comando di lui 
presi ed uccisi. La plebe scatenata, sotto velo di 
lede a Dio ed al pontefice, spogliò case, trucidò 
cittadini, affogò nel Tevere molti Giudei, operava 
disordini gravi e delitti. Vergogne del vincitore; 
che assai tardi nominò a Giimta di sicurezza i 
due princroi Borghesi e GabrieUi e i marchesi 
Massimi e Ricci; la plebe allora fu contenuta. Spa- 
rirono i segni della oppressa repubblica; innal- 
zando la croce dov’ era l’albero di libertà, e con- 
giugnendo in cinta delle torri e de’ pubblici edifizi 



IO LIBRO TERZO — 1798 

le immagini e Tarmi del ponteflce con le insegne 
del re delle Sicilie. 11 cfuale spedì messi, a Napoli 
j>er annunziare la vittoria e ordinare nelle chiese 
sacre preghiere in rendimento di grazie, al ponte- 
fice, dicendo : «Vostra Santità sappia per queste let- 
«tere che ajutati dalle grazie divine e del mira- 
>* noiosissimo san Gennaro, oggi con l’esercito 
*> siamo entrati trionfatori nella santa città di Ro- 
»>ma, già profanata dagli empii, ma che fuggono 
>» spaventati alT apparire della croce e delle mie 
» armi. Cosicché Vostra Santità può riassumere la 
n suprema e paterna potestà, che io coprirò col 
>imio esercito. Lasci dunque la troppo modesta 
r dimora della Certosa, e su le ale de Cherubini, 
Mcome già la nostra Vergine di Loreto, venga e 
X discenda al Valicano per purificarlo con la santa 
xsua presenza. Tutto è preparato a riceverla j Vo- 
xstra Santità potrà celebrare i divini offizii nel 
«giorno natale del Salvatore «. Un terzo foglio era 
scritto a nome del re dal suo ministro principe 
Belmonte Pignatelli a’ ministri del re di Sarde- 
gna, per dire, tra le molte cose: «l Napoletani gui- 
«dati dal generai Mack han sonato i primi l’ora 
«di morte a’ Francesi; e dalle cime deiCampido- 
«glio avvisano l’Europa che la veglia de’ re è or- 
«mai giunta. Sfortunati Piemontesi, scuotete le 
»»vostre catene, spezzatele, opprimete gli oppres- 
«sori vostri; rispondete all’invito del re di Na- 
>*poliw. Le quali jattanze ho qui riferito per di- 
pmgere del re e de’ suoi ministri lo sdegno cieco 
e la vanagloria, femminili passioni sempre scher- 
nite dalla fortima. 

XXXIV. Correvano cotesti fogli mentre successi 


Digilii 



LIBRO TERZO — 1798 II 


conlrarli accadevano in Abruzzo. Avvègnacchè il 
generai Micheroux, scemato alquanto di forze per 
diserzioni ed infermità, giunto ne’ dintorni di 1 er* 
mo con novemila soldati, vi trovò schierate a batta- 
glia in preparate posizioni le squadre francesi rette 
da’generafi Mounier, Rusca e Casabianca; e ve- 
nute le parti a combattimento, non fu la pruova 
n,i dubbia nè lenta, perché i Napoletani aggua- 
gliati di numero, superati d’arte, mal diretti, 
sconfidati, si diedero alla fuga lasciando sul campo 

re. I resti della colonna si riparavano tra i monti 
dell’ Abruzzo, e pochi Francesi li contenevano con 
la paura, giacché i molti andavano a rinforzare 
il centro e l’ala diritta della linea. Nel qual centro 


il colonnello Sanfilippo, presa Rieti senza contra- 
sto, avanzava per le strette di Temi guardate 
dal generale Lemoine con poca gente; ma sopra- 
giungendo ad ajuto il generai Diifresse con mezza 
brigata di duemilaquattrocento soldati, pareggia- 
rono le forze delle due parti, e le sorti del San- 
filippo furono, come o^uelle del Micheroux, infe- 
lici 11 colonnello GiusUni impedito a Vicovaro dal 
generai Rellerman, volgendo verso la schiera di 
Sanfilippo, e udito il capo prigioniero, lei fug- 
gitiva, Rieti in potere de’ Francesi, andò celere- 
mente lungo la sponda del Tevere; indi a Tivoli. 

Cosi l’esercito francese combattendo sino allora 


in egual numero co’ Napoletani, vincitore, come 
era debito a forze uguali, assicurata l’ala sinistra, 
raccolse la diritta (nè già per vie curve come te- 
meva, ma per diritto cammino) in Civita Castel- 
lana e ne’ vicini monti, forti per luogo e munimen- 


I 


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T2 LIBRO TERZO — 1798 

tij erano settemila Francesi e duemila partigiani, 
valorosi quanto voleva necessità di vincere o mo- 
rire; gli uni e gli altri comandati dal generale 
Macdonald già cliiaro nelle guerre di \lcmagna 
e d’Italia. Dietro ad esso, ma in distanza ed avendo 
tra mezzo i diflicili monti Apennini, volteggiava 
il generale supremo Cliampionnet, il quale, la- 
sciati contro agli Abruzzi il generale Dubesme jc 
seimila soldati, avanzava con altri ottomila in soc- 
corso di Macdonald. Piccolo squadrone nella citUì 
di l^enigia stava in vnd<Jla tleJl.i legione sbarcata 
in Livorno, e de’ temuti movimenti civili. Ma nè 
quelle milizie napoletane, nè gl’incitamenti degli 
Inglesi, nè lo sdegno de’ popoli poterono in To- 
scana contro 1 Francesi. 11 28 di settembre le ar- 
mate di Napoli e d’ Inghilterra, superbe di molti 
legni, arrivate a Livorno, chiesero sbarcar sol- 
dati e cannoni. 11 governo toscano, allora in pace 
con la Francia, patì prepotenza o la fìnse; e ma- 
nifestando che non in dispregio della fermata 
neutralità, ma per condizione de’ meno forti egli 
tollerava il disnarco de’ soldati , dichiarò voler 
mantenere la pienezza dell’imperio ne’ suoi stati, 
e commettere le sue ragioni alla giustizia ed a 
Dio. Con altro editto, accresciute le milizie assol- 
date, create le urbane, provvisto alla quiete dei 
soggetti, attese il fine della guerra di Roma. Il ge- 
nerale Naselli non mosse, aspettando, come gli era 
prescritto, gli ordini del ^fack; il quale inabile 
alle vaste combinazioni strategiche, e poi smar- 
rito ne’ precipizi delle sue fortune, obliò quella 
legione di ben seimila soldati, che neghittosa e 
spregiala restò in Livorno. Egli ed il re si gode- 


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LIBRO TERZO — 1798 IJ 

vano in Roma le non mal gustate delizie del trlon- 
foj e, come a guerra finita, stettero cinque giorni 
senza procedere contro Macdonald; solamente in- 
vitando alla resa o minacciando il presidio di Ca- 
stel-Santangelo. E degno di memoria il cartello che 
il tenente-generale Bourcard spedì al tenente-co- 
lonnello Walter comandante delfortejperò che tra 
l’altro diceva: «1 soldati francesi ammalati negli 
«ospedali di Roma, saran tenuti ad ostaggio; così 
«che ogni cannonata del castello cagionerà la 
« morte di uno di loro per rappresaglia j o conse- 
«gnandolo all’ira giusta del popolo». Del quale 
cartello una copia, segnata Mack, mandata al ge- 
nerale Championnet, e da questo bandita nell e- 
sercito, rese la guerra spietata. Rifiutando il ca- 
stello di arrendersi, tirarono d’ambe le parli, a 
sdegno più che ad offese, inutili colpi; e il gior- 
no 3 del dicembre l’oste di Napoli mosse da Roma. 
Seimila soldati restarono a guardia del re; e poi- 
ché la schiera del colonnello Giustini aveva rag- 
giunto l’esercito, venticlnquemila combattenti an- 
darono contro Civita Castellana. 

In cinque corpi. Altro capitano che Mack, as- 
sennato se non da altro da’ fatti di quella stessa 
guerra, chiamala di Toscana la legione Naselli 
sopra Perugia, conduceva il maggior nerbo dell’e- 
sercito per la manca riva del Tevere, e accampato 
a T erni combatteva con forze tre volle doppie le 
poche genti di Macdonald prima che Champion- 
net scendesse gli Apennini. Ma l’ostinalo duce, 
de’ malaugurati Napoletani avviò lungo il Tevere 
piccola mano di soldati, e sparti gli altri ventidue 
miglia ja in quattro corpi, che dopo leggieri com- 


14 LIBRO TERZO —1798 

battimenti accamparono a Calvi, a Monte-buono, 
a Otricoli, a Regnano. K colà stettero einque giorni 
o neghittosi o assaltando per piccole partite il j 

campo de’ nemici. Ciò che Mack sperasse era igno- 
to; ma il generale francese prima inteso a difen- 
dersi, mutò pensiero; e con le medesime schiere 
assaltò, l’un dietro l’altro, i nostri campi. Tutti gli 
vinse o gli fugò, combattendoli partitamente con 
forze uguali o maggiori, e maggior arte, ed amica 
fortuna. Primo a cadere fu Otricoli, quindi Calvi, 
poi Monte-huono. 11 generai Mack aveva scemato 
il campo di Regnano delle maggiori forze per 
unirle a quelle che risalivano lungo la diritta 
sponda del Tevere, e stabulile a Cantalupo; idea 
(sola in quella guerra) degna di lode; ma nel 
cammino, avvisato della sventura de’ suoi campi, 
diede comando di ritirata generale sopra Roma. 

Ciò ai i3 dicembre. Negli otto precedenti giorni, ; 

sette combattimenti, tutti ad onore dell’ esercito 
francese, avevano debellato i Napoletani che vi 

S erdettero mila uomini morti, novecento feriti, 
iecimUa prigionieri, trenta cannoni, nove ban- 
diere, cavalli, moschetti, macchine innumerevoli. 

Eglino, solamente in Otrieoli per poco d’ora for- 
tunati, avevano sorpreso U presidio francese, 
duecento uomini, uceisa la più parte, imprigio- 
nato U resto; e per malvagità degli abitanti, oper 
caso, appreso U foco all’ ospedale, morirono gl in- 
fermi tra le fiamme, e si alzò grido ehe il barbaro 
.cartello del generale Bourcard non era cruda ' 

minaccia ma proponimento. La qual menzogna i 

creduta da’ Francesi accrebbe fierezza alle natu- 
rali offese dell’ armi Cominciata nel giorno istesso 


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LIBRO TERZO — 1798 15 

la ritirata di Mack, i Napoletani sempre perdenti, 
e sempre infelici, comandati da stranieri, vedendo 
tra le 61e molti Francesi, generali o colonnelli, 
ognun de’ quali, a modo di emigrati, per iscam- 
pare da’ pericoli della prigionia, sollecitava il cam> 
mino da parer fuga j creduli al male come sono gli 
eserciti, sospettarono di esser traditi; e chiamando 
giacobini i capi, e confondendo gli ordini, cadde 
o scemò Tobbediei^^. Si aggiunse a’ mali la scar- 
sezza dei viveri; perciocché all’ignoranza ed alle 
fraudi degli amnunistratori, delle quali cose ho 

{ tarlato sin dal principio de’ racconti, si unirono 
e perdite de’ convogli, e i magazzini abbando- 
nati, o a modo di rapina votati dalle milizie, già 
divenute licenziose e contumaci. 

XXXV 1. A quelle nuove i Romani, per amore 
alla repubblica o per prudenza verso il vincitore, 
si mostravano della parte francese, per lo che il 
re Ferdinando, il quale dal giorno ’j stava ad 
Albano, per natura codardo, impaurendo fuggi, 
al declinare del giorno io, verso Napoli. Disse al 
duca d’ Ascoli suo cavaliero, essere brama o sa- 
cramento de’ giacobini uccidere i re; e che beUa 
gloria sarebbe ad un soggetto esporre la propria 
vita in salvezza della vita del principe; esortando- 
lo a mutar vesti e contegno, così eli egli da re, il 
re da cavaliere facessero il viaggio. 11 cortigiano, 
lieto, indossando il regio vestimento, sedè alla 
diritta della carrozza, mentre l’altro con riverente 
aspetto, avendo a maestra la paura, gli rendeva 
omaggi da suddito. In «mesta vergognosa trasfor- 
mazione il re giunse a Gaserta nella sera dell’ 1 1. 
Frattanto in Roma le schiere napoletane traver- 


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16 LIBRO TERZO — 1798 

savane celeremente la città inseguite dalle fran- 
cesi; tanto da presso che uscivano d’ una porta i 
vinti, entravano dall’ altra i vincitori. 11 generale 
Championnet crasi congiunto a Macdonald; e 
mentre in tanta possa venivano in Roma, udirono 
che una legione di sette mila napoletani, retta 
dal generale Damas, scordata da Mack o per ce- 
lere fuggire abbandonata , raddoppiava il passo 
per giungere prima de’ Francesi; ma così non 
giunse. Damas per araldo chiese passaggio, che 
prenderebbe, non concesso con la forza; ed a^Tita 
risposta che, abbassate le armi si desse prigio- 
niero, dimandò trattare; i legati convennero. Bra- 
mavano indugio i Francesi per aspettare altri sol- 
dati nella città, essendo allora e pochi e stanchi; 
bramava indugio il generale Damas, g’ià risoluto 
a voltar cammino, per disporre ritirata difficile 
innanzi a nemico doppio dì forza e felice; le ore 
passavano come per accordi, mentre gli eserciti 
si preparavano’alla guerra. E, giunta 1’ opportu- 
nità, u Damas, con buon senno ed ardito, prese 
il cammino di Orbitello, fortezza lontana e in quel 
tempo del re di piapoli. Schiere francesi lo inse? 
guirono, ingorde della preda che, tenuta certa, 
fuggiva; e colto il ritroguardo alla Storta, combat- 
terono; ma venuta la notte, e r’unasti d’ambe le 
parti morti e feriti, Damas confmuq il cammino, 
1 Francesi riposarono. jVI di vegnente altri Francesi 
mossi da Borghetto sotto il generale Kellermann 
sperarono precedere i Napoletani, e li raggiunsero 
a Toscanella, dove, combattendo, molti degli uni 
e gli altri- morirono, ed ebbe il generale Damas 
la góla forata da mitraglia; ma pure la legione 


LIBRO TERZO — 1798 1 ? 

procedendo giunse, com’era prefisso, ad Orbi» 
(elio, e trovò la fortezza senza munimenti o vlt- 
tovaglie, si che l’accordo di uscirne liberi e tor- 
nare in Regno non fu per la possanza di que’muri, 
ma frutto del dimostrato valore de’ soldati e del 
duce. 1 quali andarono laudati di que’ fatti j ma 
poche virtù fra molte sventure si cancellano pre- 
sto dalla memoria degli uomini. Ne’ medesimi 
giorni la legione del generai Naselli sciolse sopra 
legni Inglesi da Livorno j e così, svaniti mezzi e 
segni ad offendere , le cure di Mack volsero alle 
difese. 

Egli senti l’errore di essere uscito a modo bar- 
baro, senza base di operazioni, certo e pieno della 
conquista, trasandando il restauro delle fortezze, 
le opere militari nello interno, tutte le arti che lo 
ingegno, o almeno le pratiche suggeriscono. Nè 
tra le avversità sperimentate in Romagna egli 
fissò la mente aUa difesa del Regno; ma spensie- 
rato tra que’ precipizi vidde glugnere il bisogno 
di custodire il paese quando stavano le fortezze 
non preparate, la frontiera nuda, i luoghi forti 
malamente muniti e guardati. Attese a radunare 
le genti fuggitive; e veramente con le legioni tor- 
nate Intere di Damas e Naselli, con altre squadre 
non comparse aUa guerra, e con i molti resti del- 
r esercito infelice, poteva comporre oste novella, 
più assai numerosa di quella che a nostro dan- 
no apprestava il generai Ghampionnet 11 quale 
in Roma, poi ch’ebbe ristabilito il governo re- 
pubblicano, castigati alcuni tradimetiti, rialzati 
con religiosa cerimonia i rovesciati sepolcri di 
Duphot e di Basville, e dato lode aUe geste, bre- 

CoU/STTA, T. U. 2 



18 LIBRO TERZO — 1798 

ve riposo alle faliche delle sue s<{uadre, ordinò 
r esercito e gli assalti contro il reame di Napoli. 
Imperava a venticinque mila combattenti in due 
corpi} uno di otto mila che il generale Duhesme 
guidava negli Abruzzi, l’altro di diciasetle mi- 
gliaja comandato da Rey c Macdonald per la bassa 
frontiera del Garigliano e del Liri} egli mede- 
simo, Cbanqiionnet, andava con la legione Mac- 
donald. Gli abbondavano artiglierie, macchine, 
vittovaglie, ragioni, coscienza} solamente scarseg- 
giava il numero, se il valore proprio e la fortu- 
na, lo scoramento e le infelici prove dei contrarii,, 
non avessero agguagliato le differenze. Ogni cosa 
prefissa, cominciò la impresa, rischiarevole per 
le rivoluzioni del Piemonte, le conferenze sciolte 
in Rastadt, gli armamenti dell’ Austria, le poche 
schiere della Repubblica in Lombardia} ma il de- 
stino corresse 1 falli della prudenza.' 

. XXXyil. 11 dì 20 del dicembre tutta l’oste fran- 
cese levossi verso Napoli. 11 generale Duhesme 
negli Abruzzi andò minaccioso al forte Civitella 
del Tronto, ”d quale in cima di un monte, inaces- 
sibile da due lati, fortificato in due altri, avendo 
bastevole presidio, dieci grossi cannoni, muni- 
zioni da guerra, e per la vicina città vittovaglie 
abbondanti, poteva reggere a lungo assedio, se 
pure il nemico avesse avuto artiglierie e mezzi 
per tanta impresa} ma sole anni de’ Francesi era- 
no le minacce ed il grido, giacché per tpie’ ter- 
reni dirupati, senza strade da ruote e quasi senza 
sentieri non potevano trasportare a quell’altezza 
pezzi di bronzo pesantissimi. Ben lo sapeva il 
comandante del forte} ma timido, e in mezzo a 


LIBRO TERZO — 1798 ig 

fanti esempi di codardìa impunita, dopo diciotto 
ore d investimento, chiesto accordi al nemico, si 
arrese con l’intero presidio prigioniero di guerra. 
Aveva nome Giovanni Lacombe, spagnuoio, te- 
nente colonnello agli stipendii del re di Napoli. 
Avuta Civitella, il generale Duhesme avanzò negli 
Abruzzi; e, respinte o fugate varie partite di genti 
d armi, giunse al fiume l’escara, prima difeso, poi 
desertato da’ difensori, e subito valicato da’Fran- 
cesi. Duhesme facendo mostra di soldati e di ar- 
liglierie, sebben di campo, intimò resa alla for- 
tezza dello stesso nome l’escara; e il comandante 
di lei, jper argomento d’intrepidezza, mostrate 
all’araldo le fortificazioni, le armi, il presidio, la 
pienezza de’ magazzini, gli<llsse: u Fortezza così 
munita e provveduta non si arrende j». Il nemico 
a quelle ambasciate raddoppiò le apparenze di 
guerra; ed alle apparenze il comandante, depo- 
sto il bello ardire, alzò bandiera rii pace, e donò 
al vincitore la fortezza integra e salda, sessanta 
grossi cannoni di bronzo, dieci di ferro, quattro 
mortari, altre armi, polvere, vestimenti, vittova- 
glle e mille novecento soldati prigionieri. Era 
comandante il colonnello l’ricard, straniero an- 
cor egli, accetto e fortunato come voleva nostra 
misera condizione e il dispregio ver noi de’ no- 
stri principi. 

Mentre Duhesme operava le dette cose, il ge- 
nerale Mounier correva malagevole sentiero che 
niena, traversando i monti di Tdramo, a Civita 
di Penna; e il generale Rusca, sentiero peggiore, 
jier andare ad Aquila e Torre di Passeri; non 
temevano pericoli da nemico fuggitivo, ma il ge- 


20 LIBRO TERZO — 1798 

nerale Lemoine giunto a Popoli, trovò in ordi- 
nanza forte schiera di Napoletani, e venuti a com- 
battimento, morto il generale francese Polnt, stava 
incerta la vittoria, quando il nostro malo destino 
fece sorger voce di tradunento nelle file napoleta- 
ne, che nel miglior punto della battaglia lascia- 
rono il campo, e per IserniaeBojano rifuggirono 
confusamente a Benevento. Così procedevano le 
cose negli Abruzzi, mentre l’ala diritta de’ tran- 
cesi sotto il generai Bey perle Paludi Pont'me, e 
il generai Macdonald per Prosinone e Ceperano, 
venivano senza contrasto nel regno. 11 re di Na- 
poli, perduta speranza che i Francesi occupati 
nel Piemonte, minacciati nella Lombardia , pochi 
di numero, non si avventurassero a lontana spe- 
dizione; sentite le perdite degli Abruzzi, Impose 
a’ popoli guerra nazionale sterminatrice. Aveva il 
bando data di Roma l’8 del dicembre, benebò 
più tardi fosse scritto in Caserta; e diceva :« Nel- 
» l’ atto che io sto nella capitale del mondo cri- 
stiano a ristab'dire la santa Chiesa, i Francesi, 
>» presso i quali tutto ho fatto per vivere in pace, 
» minacciano di penetrare negli Abruzzi. Correrò 
fi con poderoso esercito ad cstcrminarli; ma frat- 
fi tanto si armino ipopoli, soccorrano la religione, 
M difendano il re e padre che ckuenta la vita, 
fi pronto a sacrificarla per conservare a’ suoi sud- 
fi diti gli altari, la roba, l’onore delle donne, il 
fi viver libero. Rammentino Fan fico valore. Chiun- 
fi que fuggisse dalle bandiere o dagli attruppa- 
fi menti a masse, andrebbe punito come ribelle 
fi a noi, nemico alla Chiesa ed allo stato». 

Fu quello editto quanto voce di Dio; ì popoli 


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LIBRO TERZO — 1798 . M 

8Ì armanoj i preti, i frati, ipiìi potenti delle citti[ 
C de’ villaggi li menano alla guerra; e dove manc3^' 
superiorità di condizione, il più ardito è capo. I 
soldati fuggitivi, a quelle viste fatti vergognosi, 
unisconsi a’ volontari; le partite, piccole in sul 
nascere, tosto ingrandiscono; e in pochi dì sono 
masse e multitudini. Le quali concitate da scam* 
bievoli discorsie dalla speranza di bottino, comin» 
ciano le imprese; non hanno regole se non com- 
battere, non hanno scopo fuorché distruggere; 
secondano il capo, non ^i obbediscono; seguono 
gli esempi, non i comandLLe prime opere furono 
atroci per uccisione di soldati francesi rimasti soli 
perchè infermi o stanchi, e per tradimenti nelle 
vie o nelle case; calpestando le ragioni di guerra, 
di umanità e di ospizio. Poco appresso inanimiti 
da’ primi successi,' pigliarono la città di Téramo, 
qu'mdi il ponte fortificato sul Tronto, e slogati i 
battelli che lo componevano, impedirono il pas- 
saggio ad altre schiere; mentre in Terra di Lavoro 
torme volontarie adunate a Sessa, correndo il Ga- 
rigliano, bruciato il ponte di legno, s’impadro- 
nirono di quasi tutte le artiglierie di riserva 
dell’esercito francese, poste a parco su la sponda; 
e poi trasportando il facile, distruggendo il resto, 
uccidendo le guardie, deserta vano quel paese. Le 
tre colonne dell’ ala sinistra non più comunica- 
vano tra loro, nè con l’ala diritta, impedite dai 
Napoletani, che in vedetta delle strade uccidevano 
i messi o le piccole mani di soldati. 

Stupivano i Francesi, stupivamo noi stessi del 
mutato animo; senza esercito, senza re, senza 
JNack, uscivano i combattenti come dalla terra, e' 



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22 LIBRO TERZO — 1798 

le schiere francesi invitte da numerose legioni 
di soldati, oggi menomavano d’uomini e di ardi- 
mento contro nemici quasi non visti. E poiché lo 
.stupore de’presenti diviene increduliLì negli av- 
venire quando s’ignorino le cagioni de’ mirabili 
avvenimenti, egli è debito della storia investigare 
come i Napoletani, poco innanzi codardi c fug- 

Ì 'itivi, ricomparissero negli stessi campi, contro 
o stesso nemico, valorosi ed arditi. 11 valore ne- 
gl' individui è proprio, perchè ciascuno ne può 
avere in sè le cagionij forza, destrezza, certa re- 
\ l lgione, certa fatalità, sentimento di vincere o 
~ necessità di combattere: il valore nelle società, 
yf come negli eserciti, si parte d’altre origini; da 
fidanza ne’ commilitoni e ne’ capi. Il valore negli 
individui viene dunque da natura; negli eserciti, 
dalle leggi : può quello esser pronto; questo chiede 
tempo, istituzioni ed esempi; e j>erciò non ogni 
popolo è valoroso, ma ogni esercito può divenir- 
lo. Dico sentenze note a’ dotti degli uomini e delle 
umane società. Tali cose premesse, non farà ma- 
raviglia se i Napoletani robusti e sciolti di persona, 
abitatori, la più parte, de’ monti, coperti di rozze 
lane, nutrendosi di poco grossolano cibo, amanti 
c gelosi delle donne, di voti alla chiesa, fedeli (nel 
t tempo del quale scrivo) al re, allettati da’ premii 
e dalle prede, andassero vogliosi e fieri a quella 
guerra, per mantenere le patrie instiluzioni e gli 
-- altari, e avendo libero il ritorno, proprio il con- 
siglio di combattere, proprio il guadagno, baste- 
vole il valor proprio. Ma nella buona guerra poco 
innanzi combattuta, eglino coscritti nuovi, scon- 
tenti dtlla milizia, consapevoli della scontentezza 


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LIBRO TERZO — 1798 ^ 


de’ compagni^ conoscitori (benché ultimi negli 
ordini militari) della i^avia de’ capi, sospettosi 
della loro fede, mal guidati, mal nutriti, miseri 
e perdenti, nessuna qualità di esercito avevano in 
pregio e praticavano. La quale assenza di militari 
' virtù era il retaggio degli errori del governo an- 
tichi e presenti j ma sebbene il popolo fosse in- 
nocente, n’ebbe egli la vergogna, che nemmeno 
forse cesserà per i veraci racconti della istoria; 
avendo le nazioni qualcosa di fatale nella lor vita , 
cd essendo i^Aalilà, io credo, a’ Napoletani la in- 
|[iiistÌ2Ì«'-de’ giudizi del mondo. 

XXXVIII. L’ala sinistra francese intrigata negli 
Abruzzi proeedeva lentamente; la diritta correva 
spedita sino al Garigliano. Il generai Rey intimò 
rendere la fortezza ai Gaeta al governatore ma- 
resciallo Tschiudy nato svizzero, venuto (per il 
mercato infame che fa la Svizzera de’ suoi citta- 


dini) agli stlpendii napoletani, e salito ad alto 

5 rado per merito di casato, per lo inerte corso 
^li anni , e per favore ; egli forestiero , non 
educato alla guerra, sordo all’onore dell’ armi, 
trepidò^ e radunando non so quale consiglio, udito 
il voto del vescovo che dicevasi ministro di pace 
c de’ magistrati del comune solamente intesi ad 
evitare i danni dell’ assedio, decise arrendersi. 


Mentre l’avvilito concilio preparava il tradimen- 
to, il generale francese lanciò nella città una 

S ranata da sei, non avendo artiglieria più grossa 
l un obice; ed a ^el segno di guerra precipi- 
tarono i consigli, ed alzata bandiera di sommis- 
«ione, un araldo del governatore dimandò pace 
a larghe condizioni; ma il generale Rey, poi che 



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Ì4 ' LIBRO TERZO — 1798 

vldde quella estrema vilezza, replicò: «Resa a 
discrezione o rigor di guerra Ed a discrezione 
si arresero quattromila soldati dentro fortezza po< 
lentissima, munita di settanta cannoni di bronzo, 
dodici mortari, ventimila archibugi, viveri per 
un anno, macchine da ponti, navi nel porto, in- 
niunerevoli attrezzi di assedio. Andavano i prigio- 
nieri a Castel-Santangclo; ma lo sfrontato mare- 
sciallo pregò indulgenza pcrsè e per altri sessanta 
ufiiziali, i quali come partecipi e benemeriti «Iella 
resa, ottennero la vergognosa parzialità di uscir 
liberi con giuramento di non mai combattere i 
Francesi 

Le cessioni, a modo di tradimento, di Civitella, 
Pescara e Gaeta diedero speranza di egual suc- 
cesso per la fortezza di Capua; benché in essa, 
dietro al fiume Volturno, il generale Mack rior- 
dinasse l’esercito, e vasto campo trincerato su la 
fronte verso Roma, guardato da seimila soldati, 
accrescesse 1 munimenti e le difese. Quindi il ge- 
nerale Macdonald avanzò contro noi, a vincere 
se noi codardi, o a riconoscere la fortezza. Era il 
mezzo giorno quando egli a tre colonne assaltando 
il campo, mise scompiglio nelle guardie, delle 
quali parecchie fuggitive alle porte della fortezza 
minacciavano di atterrarle se non si aprissero. Ma 
da un fortino del campo, dove i cannonieri stiedero 
saldi alle minacce del nemico ed al malo esempio 
dei tunorosi, parti scarica di sei cannoni a mitraglia 
vicina, ben diretta, che produsse molte morti nella 
.colonna di cavalleria, procedente prima e su- 
perba; altri colpi tirarono i bastioni, e subito re- 
b'ocedute le colonne assalitrici, e rianimate le 


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LIBRO TERZO — 1798 ‘ 25 

'guardie del -campo, la battaglia fii rìntegrata. 
:£rano Napoletani gli artiglieri del fortino, e Na- 
poletano il loro capo , gj^YÌÌM«r trattava , in 

quella guerra le prime ar^, alzato dal generale 
Mack da tenente a capitano, in premio più del 
successo che del valore; perciocché i cavalli fran- 
cesi, e nè manco i fanti, potevano entrare nel 
campo, che aveva riparo, fosso, alberi abbattuti, 
e poi cannoni e presidio. 1 Francesi tornando agli 
assalti, tentarono passare il fiume a Caiazzo, guar- 
dato da un reggimento di cavalleria sotto il duca 
di Roccaromana. Respinti e perdenti nello in- 
tero giorno, viste le sorprese non bastevoli al 
desiderio, mutato consiglio, disposero espugnar 
la fortezza con il lento cammino dell’ assedio. 
Avean perduto negli assalti di Capua e di Gaiazim 
quattrocento soldati, metà morti e feriti, cento 
prigioni; il generale Matthieu ebbe il braccio spez- 
zato da mitraglia, il generale Boisgerard fu mor- 
to, il colonnello Darnaud prigioniero. E daUa no- 
stra jparte, cento soli più feriti che morti; e tra i 
feriti, il colonnello Roccaromana. , i 

Giunti in quel mezzo dagli Abruzzi i generali 
Duhesme e Lemoine, riferirono i sostenuti trava- 
gli e gl’ impedimenti e gli agguati, la nessuna 
ede degli abitanti, le morti de’ Francesi troppe e 

S pietate; il generale Duhesme portava ancor vive 
ue ferite sul corpo; e narrando le maggiori cru- 
deltà, citava i nomi spaventevoli di rronio e di 
Rodio. E poi che il generale Championnet v’ebbe 
aggiuntola storia de’ tumulti e de fatti popolari 
di Terra di Lavoro, e ricordato inomi già conti 
per atrocità di Frà Diavolo e di Mammone, viddero 


1 

f. 



26 LIBRO TERZO — 1798 


i generali francesi (adunati a consiglio nella città 
di Venafro) stare essi in mezzo a guerra nuova 
ed orrenda) essere stato miracolo di fortuna la 
viltà da’ comandanti delle cedute fortezze) e non 
avere altro scampo per lo esercito ohe a tenerlo 
unito j e per colpi celeri e portentosi debellar le 
forze e 1 animo del popolo. uSia quindi nostra 
7) prima impresa, conchiudeva il supremo duce di 

rancia, espugnare Gapua in pochi dì) le schiere, 
nle armi, le macchine di assedio si dispongano 
»ia campo in questo giorno, intorno alla for- 
n tezza 

XXXIX. Per i quali provvedimenti superbivano 
le parti borboniche, vedendo gli Abruzzi liberi 
per valore proprio, e l’esercito di Francia radu*- 
nato, non gii, credevano, per mira o prudenza di 
guerra, ma per ritirarsi nella Romagna. Tanti suc- 
cessi di genti awenticce, paragonati alle perdite 
•dell’ immenso esercito di Mack , confermavano 


nella mente comune il sospetto di tradimento) e 
tanto più che all’ avanzar de’ Francesi, cresciute 
le acerbità di polizia, si udivano imprigionamenti 
e castighi) molti uffiziali dal campo menati nelle 
fortezze) chiuso in fortezza lo stesso ministro per 
la guerra maresciallo Airola. Le quali cose, divi- 
dendo il popolo, indebolivano le resistenze al 
nemico, e generavano le discordie civili e le 
•tante calamità da quel misero stato insepara- 
bili. Fu questo il più amaro frutto dell’antico 
mal senno del governo in supporre e punir con- 
giura, in sè non mai vera, sui-ta ne’ disegni am- 


biziosi di pochi tristi, annidata nell’animo su- 
perbo della regina, poscia in Volgata e creduta. 


« 


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LIBRO TERZO — 1798 2? 

Esiziale menzo^a che annientò la dignità della 
monarchia, il credilo de’ grandi, rautoi ità de’ma- 
gislrati. Per essa disobbedivano i soldati a’ capi, i 
soggetti a’ maggiori j e udivi ai ricordi de’ do- 
veri o delle leggi, rispondere 1 contumaci la usata 
voce di traditore. Cosicché, spezzati gli ordini sino 
allora venerati della società, la parte per numero 
e ardire più potente, cioè la bassa moltitudine 
dominava; tanto più nella città, dove la plebe più 
numerosa, il ceto de’ làzzari audace, i guadagni 
più facili e grandi. Cadute le discipline, dispre- 
giato il comando, le squadre ordinale si scioglie- 
vano; i fuggitivi chiamati, non tornavano alle ban- 
diere; il valore de’ partigiani si disperdeva in opere 
mirabili ma vane. La corte in quel mezzo ed i 
ministri vivevano incerti ed angosciosi; vacillava 
sul capo del re corona potente e felice; agitavano 
la regina pericoli e rimorsi; il generale Mack on- 
deggiava tra speranze di nuove imprese, e le ro- 
vine della sua fortuna; Acton, Castelcicala, tre- 
mavano quanto si conviene ad animo vigliacco ed 
a vita colpevole; i consiglieri della guerra, gl’in- 
quisitori di stato, i satelliti della tirannide si ab- 
bandonavano a disperali consigli. Cosi provveder 
divino infestava quelle anime perverse, che ri- 
cordevoli delle male opere, ne vedevano certa e 
vicina la vendetta. Fuggire, era il desiderio co- 
mune, ma secreto perchè estremo e codardo; l’oste 
francese non avanzava, impedita da una fortezza, 
da un fiume e da truppe armate di popolo; i tu- 
multi della città stavano per il re, e si udivano 
voci e voti di fedeltà verso il trono e la chiesa; 
nessuna provincia o città ubbidiva i Francesi, che 


28 LIBRO TERZO — I Vy» 

a tanta poca terra comantlavano quanta ne co- 
priva piccolo esercito j e per le impreviste avver- 
sità avevano i Borboni e i Borboniani stanze si- 
cure ne’ Principati, nella Puglia, nelle Calabrie. 
Kessuno argomento a fuggire, ma fugava i mal- 
vagi la coscienza. 

Altre genti paventavano*, i notati giacobini nei 
libri della Polizia, gli ulHziali dell’esercito cre- 
duti traditori, e i possidenti di qualunque ric- 
chezza, principale mira della commossa plebaglia. 
I giacobini, esperti a radunarsi, intendevano per 
acerete congreghe alla propria salvezza, e ad age- 
volare, ov’ei potessero, le fortune de’ Francesi e i 
precipizi del monarca di Napoli. Quelle furono 
veramente le prime congiure, colpevoli quando 
miri al disegno di rovinare il governo; necessa- 
rie (piando pensi che solamente tra (pielle rovine 
vedevano vita e libertà; nascosti nel giorno, prò- 
fughi dalle case nella notte, menavano vita in- 
certa e miserabile. S[iedirono legati al campo 
francese per informare il generale Champlonnet 
dello stato della città e della reggia, e incitarlo a 
compiere l’avanzata impresa, promettendo dalla 
loro fazione ajuti potentissimi. Le quali pratiche 
sannite dalla Polizia o sospettate accrescevano da 
ambe le parti i pericoli e i timori. Ma le ansietà nella 
casa del re erano già insopportabili, quando un 
fatto atroce precipitò i consigli e le mosse. 11 cor- 
riere, che dicevano di gabinetto, Antonio Ferreri, 
fido e caro al re, mandato con regio foglio all'am- 
miraglio Nelson, e trattenuto dal popolo su la 
marina come spia de’ Francesi, tra mille voci 
muoiano i giacobini, ferito di molti colpi e non 


LIBRO TERZO — 1798 39 

estinto j trascinato per le vie della città, fu gettato 
morente in una fogna dove finì la vita. Mentre i 
crudeli lo traevano semivivo, chiesero con bal- 
danzose voci sotto la reggia che il re vedesse nel 
supplizio del traditore la fedeltà del suo popolo; 
e, ciò detto, non si partivano, non quotavano, 
cresceva lo scompiglio e la moltitudine, sino a 
tanto che il re per prudenza mostrossi, e rico- 
nobbe l’infelice Fer reri, che moribondo fisò gli 
occhi in lui, come a chiedere pietà; ed egli, tutto 
re che fusse, non potè liberarlo da’ manigoldi. 
Inorridì, tremò per sè, decise di fuggire. Chi disse 
quella strage architettata per l’eflètto che sorti, 
chi per nascondere certe trame con l’ Austria note 
al terrori. 

XL. Fermata in animo del re la partenza, ne 
accelerò gli apparecchi, occulti come di fuga; ma 
non bastò segretezza, e si apprese che la casa e i 
ministri regii fuggivano, e che altre fughe o na- 
scondigli si preparavano i più lividi seguaci della 
tirannide. Per la qual timidezza svanite le ultime 
speranze di resistere al nemico e riordinare Te- 
sercito e lo stato, consigliere animoso e fedele, 
il cui nome non citano le invidiose memorie, fece 
chiaro al re l’errore e’I danno di quella fuga; 
ma nulla ottenne, fuori che fusse a’ popoli smen* 
tita, per non allentare nelle province l’impeto 
della guerra e l’odio a’Francesu Quindi lettere e 
messi andarono accertando che il re disponeva, 
l’esterminio del nemico, il quale ajutato da’ tra- 
dimenti, e arrischiatosi nel cuore del regno tra. 
fortezze, soldati e masse armate, troverebbe djs- 
hito castigo alla temerità. U popolo che tutto crede,^ 


30 LIBRO TERZO — 1798 

prestata fede a qiie’ detti, doppiò gl’impeti e i ci- 
menti contro i Francesi. Ed ecco inaspettatamente 
nel giorno 21 del dicembre, navigar nel golfo- 
molle navT sciolte nella notte dal porto; e sul mag- 
gior vascello inglese andare imbarcato il re e i 
regali, come segnavano le bandiere. Nel tempo 
stesso che un editto chiamato avviso, affìsso ai 
muri della città, diceva: passare il re nella Sici- 
lia; lasciar vicario il capitan generale principe 
Francesco Pignatelli; divisare di tornar presto 
con potentissimi ajuti d’armi. 

Partitosi il re, si palesavano i segreti della fu- 
ga, le brighe de’ perversi cortigiani onde vincere 
nella reggia gli ultimi indugi a partire, le insti- 
gazioni valentissime di Hamilton, Nelson, Lady 
Hamilton: s'intesero tolti i gioielli e le ricchezze 
della corona; le anticaglie più pregiale, i lavori 
d’arte più eccellenti de’ musei, e i resti de’ ban- 
chi pubblici e della zecca, in moneta o in metal- 
lo; in somma il bottino ( ventimilioni di ducati) 
de’ tesori dello stato; lasciando la infelice nazione 
in guerra straniera e domestica, senza ordini, 
con leggi sprezzate, povera, incerta. Comunque 
sieno i legami tra re e popolo, patteggiati dagli , 
uomini, o voluti dalla ragione, o anche prescritti ^ 
da’ cieli, in tutte le ipotesi più libere o più asso- N 
Iute, abbandonare lo stalo co’ modi c le arti del < 
tradimento, è peccalo infìnito, nemmeno cancel- 
labile dalla fortuna e dal tempo. Trattenute dai 
venti restarono le navi tre giorni nel golfo; ed in 
quel tempo la città, i magistrati, la baronia, il* 
popolo, inviarono legati al re, promettendo, se 
tornasse, sforzi estremi contro il nemico, e, per 



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LIBRO TERZO — 1798 31 

tante braccia e voleri, certa vittoria. Il solo arci- 
vescovo di Napoli tra i legati parlò al re; gli altri 
a’ ministri; il re disse irrevocabile il proponimen- 
to, ed i ministri ripeterono la medesima sentenza 
con più duro discorso. Per le quali cose, mutato 
il sentimento universale, i magistrati per salvez- 
za o disdegno si ritiravano dagli offizii pubblici, 
gli amanti di quiete aspettavano timidamente l’ av- 
venire, i novatori si Zzavano a speranze; la sola 
plebe, operosa, prorompeva nel peggio. Scom- 
parvero mtanto le regie navi e le altre che tra- 
sportavano uomini tristi, timidi, ambiziosi, le 
peggiori coscienze del reame; e giorni appresso 
giunse nuova che tempesta violentissima trava- 
gliava i fuggitivi, de’ quali altri ripararono nelle 
(Calabrie, altri nella Sardegna e nella Corsica, 
molti correvano le fortune del mare; ed il va- 
scello del re, che l’ ammiraglio Nelson guidava, 
spezzato im albero, frante le antenne, teneva il 
mare a stento. La regia famiglia pareva certa di 
final rovina ; così che detto alla regma essere morto 
il regio infante don Alberto, ella rispose: « Tutti 
raggimigeremo tra poco il mio figlio n. 11 re, prof* 
ferendo ad alta voce sacre preghiere, e promet-» 
tendo a san Gennaro e a san Francesco doni 
larghissimi, faceva piglio sdegnoso al ministro 
ed alla moglie, con quel suo modo rimproveran- 
doli delle passate opere di governo, cagioni a 
quella fuga e a quel lutto. Si ammirava fra le 
tempeste andar sicuro il vascello napoletano che 
T ammiraglio Caracciolo guidava; e sebbene ei 
potesse avanzar cammino , e’ tenevasi poco lon- 
tano dal vascello del re, per dare a’ principi ani- 



32 LIBRO TERZO — 1798 

mo e soccorso; avresti detto che le altre navi ob- 
bedivano a’ venti, e che la nave del Caracciolo 
(così andava libera e altiera) li comandasse. La 
qual maraviglia osservata dal re e laudata, diede 
a Kelson cruccio d’invidia. Pure tempestosamente 
correndo, il vascello inglese giunse il dì z5 a vi- 
sta di Palermo, dove il mare è meno sicuro, e 
l’entrala diflicile; così che dalla città veduto il 
pericolo e scoperto che il re stava imbarcato su 
<£uclla nave sdrucita, il capitano di fregata Gio- 
vanni Bausan, sopra piccola barca affronta i flutti, 
giunge al vascello, e si ofl’re di que’mari pilota 
esperto. L’ammiraglio INelson gli diede volonta- 
rio il comando del legno; e, fosse perizia o for- 
tuna, in poco d’ora entrò nel porto, e fermò alla 
Banchetta come in tempo di calma. Caracciolo 
arrivò al punto stesso; e, sbarcate le genti ch’egli 
menava, riposò su le àncore l’illeso vascello. Eb- 
bero bella gloria di que’ fatti gli ufliziali del na- 
villo napoletano. 

XLI. n vicario del regno, Pignalelli, notlCcando 
al generai Mack per lo esercito, ed agli Eletti della 
città per gli ordini civili, le potestà conferitegli, ani- 
mò le difese nell’ uno, il consiglio negli altri. Un re 
o per fino un vicario che fusse stato pari alle 
condizioni del tempo avrebbe scacciato i Fran- 
cesi o fermata la pace o prolungato la guerra sino 
a che perle mosse dell’ Austria o dei Russi dovesse 
l’esercito nemico da questa ultima Italia correre 
in soccorso della Lombardia. Uamas era giunto con 
settemila soldati, altri seimila ne conduceva Na- 
selli, quindici migliaja o più stavano intorno a 
Capua, vacUlanti alla disciplina o contumaci; ma. 


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LIBRO TERZO — 1798 33 

come spesso avviene delle moltitudini, facili a tor- 
nare, per un cenno o per un motto, all’ obbedien- 
za; gli Abruzzi, la provincia di Molise, la Terra 
di Lavoro formicavano di Borboniani; le altre pro- 
vince si agitavano; la popolosa città di Napoli 
tumultuava per le parti del re. Ordinare tante for- 
ze, muoverle assieme, unirvi la virtù dell’antico, 
del legittimo, e la idea riverita delle patrie insti- 
tuzioni, bastava a formare una potenza tre volte 
doppia di ventiquattromila Francesi e poche cen- 
tinaia di novatori non esperti alle rivoluzioni o 
alla guerra. Ma il generale Pignatelli, nato in igno- 
rantissima nobiltà ed allevato alle bassezze della 
reggia, non poteva, nè per mente nè per animo, 
giungere alla sublimità di salvare, per vie gene- 
rose, un regno ed una corona, t questo il peg- 
gior fato del dispotismo; educando i suoi alf ob- 
bedienza, non trovarne capaci di comando. 

Gli Eletti della città, dopo brieve accordo col 
vicario, sospettando in lui malvagie intenzioni 
provenienti dagli ordini secreti de’ principi o dal 
proprio ingegno, e chiamati da’ sedili altri Eletti, 
cavalieri o del popolo, levarono milizia urbana 
molta e fedele. E poi trattando gli affari pubblici, 
fu prima sentenza fiaccare il potere del vicario : 
sì che rammentate le concessioni di Federico II, 
del re Ladislao e di Filippo III, poscia gli editti 
o patti di regno di Filippo V, e di Carlo HI, 
pretesero non dover essere governati dai vice- 
ré; e che alla partita del re si trasferisse il re- 
gio potere agli Eletti che sono i rappresentanti 
della città e del regno. Si oppose il vicario; e, 
inaspriti gli umori, a tal si giunse che la città 
Colletti, T , II . 3 


n 

i 

I 


34 LIBRO TERZO — 1798 

mandò a lui ambasciata di abbandonare quel po- 
tere Illegittimo. Si palesava la contrastata autorità 
negli editti degli uni e dell’ altro, contrarii di stile 
o di scopo; e poiché gli Eletti si affaticavano a con- 
tenere i tumulti, il vicario a concitarli, diviso il 

{ >ojK)lo, stavano gli onesti co’ primi, i dissoluti e 
a plebe col secondo. Tra le quali agitazioni fu vi- 
sto, il 28 del dicembre, nel lido di l’osilipo fumo 
densissimo, quindi fuoco; e s’intese che per co- 
mando del vicario, ubbidiente invero a comandi 
maggiori, s’incendiavano centoventi barche bom- 
bardiere o cannoniere, riparate in alcune grotte di 
quel lido montuoso. E, giorni appresso, tornando 
da Sicilia parecchi legni da guerra, si offerse spet- 
tacolo più mesto; imperciocché, a chiaro sole, il 
conte di Thurn, Tedesco a’ servigi di Napoli, da 
sopra fregata portogliese comandò l’incendio di 
due vascelli napoletani e tre fregate, ancorati nel 
golfo. 11 fuoco apj>ariva benché in mezzo al giorno 
a’ riguardanti per color fosco e biancastro; sì che 
vedevansi le fiamme, come uscenti dal mare, lam- 
bire i costati delle navi, e scorrere per gli alberi, 
le antenne, le funi catramate e le vele; disegnan- 
do in fuoco i vascelli, ebe poco appresso, cadendo 
inceneriti, scomparivano. Tacito, mesto, coster- 
nato, mirava il popolo; e, sciolto lo stupore, l’un 
l’altro addimandava : «Perché quella rovina? Non 
jjpotevano i marinari napoletani ed inglesi tra- 
«sportare in Sicilia que’ legni? Sarà dunque vero 
>?che bruceranno il porto, gli arsenali, i magaz- 
?»zini dell’annona pubblica? Sarà vero che la lug- 
«gitiva regina vorrà lasciare non altro al popolo 
^jche gli occhi per vedere la pubblica miseria, e 


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LIBRO TERZO — 1799 35 

»»per piangere?» E subito abbandonato il lamen- 
to, correndo alle opere, andarono alla casa del 
Comune per dimandare che gli edifizi pubblici 
fossero costoditi da’ popolani j ma quetaronsi al 
vedere cbe numerose milizie urbane già guarda- 
vano la città. Gli Eletti, al pari del popolo com- 
mossi dalla empietà degl’ incendi! e dal timore di 
più grandi rovine, consultarono dello stato; pro- 
ponendo, cbi ordinarsi a repubblica per ottenere 
lacUe accordo da’ Francesi, cbi trattar pace per 
danaro, cbi cercare alla Spagna nuovo re della 
casa Borbone, e chi (fu questo il principe di Ca- 
nosa che qui nomino acciò il lettore lo conosca 
da’ suoi principi! ) comporre governo aristocrati- 
co; essendo le democrazie malvage, e la monar- 
chia di Napoli, per la fuga e gli spogli, decaduta. 
Fra pensieri tanto varii o non consoni a’ tempi si 
sperdevano i giorni. 

XLII. Così nella città; mentre ne’ campi l’eser- 
cito francese combatteva co’ Borboniani, assalitori 
continui delle parti più deboli o più lontane, e 
messa a sacco e bruciata la città d’ise mia per aver 
contrastato il passo al generale Dubesme, prepa- 
rava l’assedio di Capua; e incontro a quello eser- 
cito il generai Mack accelerava i restauri della for- 
tezza, ed accresceva i muuimenti e le guardie. Ma 
il vicario, cbe già negoziava secretamente con 
Championnet per la pace , gli chiese almeno lun- 
ga tregua; e convenuti nel villaggio di Sparanisi, 
per le parti di Napoli il duca del Gesso e ’ 1 prin- 
cipe di Migliano, per la Francia il generale Ar- 
cambal, concordarono il giorno la del 1799: 
«Tregua per due mesi; la fortezza di Capua, 


3G LIBRO TERZO — 1799 

mnnlta ed armata com’ella era, nel dì seguente 
a’ Francesi; la linea de’ campi francesi tra le foci 
de’ regii Lagni e dell’Ofanto; dietro la riva di- 
ritta del primo Gume, la sinistra dell’altro; ed 
occupando le città di Acerra, Arienzo, Arpaia, 
Benevento, Ariano: le milizie napoletane ancora 
stanziate ne’ paesi della Romagna, richiamarsi; 
farsi INapoli debitrice di due milioni e mezzo di 
ducali, pagabili, meUì il giorno i5, metà il a5 di 
quel mese >». Tregua peggiore di guerra sfortu- 
nata. l’ercioccbè deporre le armi per pace a duri 
patti, poteva bi alcmi modo giovare al re ed al 
regno; ma sospendere in alto le armi, e tratte- 
nere, indi estinguere la maggior forza di quel 
tempo, la foga de’ popoli, e concedere al nemico 
la sola fortezza che difende la città, e vasto e ricco 
paese nel cuore dello stato, e sicurezza ed agio ad 
aspettare nuovi rinforzi di Lombardia: ossia, ca- 
dere certamente dopo due mesi di affannoso re- 
spiro, era solamente danno, solamente precipizio, 
senza mercede o speranza. Fermata la tregua, I 
Francesi al dì vegnente occuparono la fortezza di 
Capua; e, posti i campi su la riva de’ Lagni, oc- 
cuparono sino airOfanto (flume che sbocca nel- 
l’Adriatico ) l’acquistato paese. Le milizie napo- 
letane , che tuttodì per fughe menomavano , 
accamparono, a segno di gueri’a più chea difesa, 
neUa opposta riva de’ Lagni. 1 popoli della città e 
delle provincie riprovarono cpiegli accordi; e 
chiamandoli del nome usato di tradimento, cessò 
la guerra esterna, la domestica crebbe. I commis- 
sari francesi nella sera del 1 4 di gennaio vennero 
in Napoli a ricevere il pattovito denaro, non an- 


.X 


LIBRO TERZO — 1799 37 

cor presto, nè possibile a raccogliere, perché tutto 
il pubblico e u comune, in moneta, in metallo, 
dalle chiese, da’ banchi, dalla zecca, era stato in- 
volato nella fuga del re. La plebe, visti i commis- 
sari, si alzò a tumiUto che durò tutta la notte, 
arrecando timori non danni, avvegnaché per 
pratiche secreto del vicario i Francesi uscirono di 
città, e la guardia urbana contenne le ribalderie- 
Al seguente mattino tutto in peggio si volse. 
Alcuni soldati, vogliosi o timidi, cederono le armi 
a’ popolani, che assalendo i quartieri delle guar- 
die urbane, e disarmandole, sciolsero quella be- 
nefica milizia. Divenuti potenti per numero, ar- 
mi, e prime fortune, corsero alle navi arrivate 
nella notte con sei mila soldati; i quali dubbiosi, 
ed il capo generai Naselli, codardo, diedero le 
armi; e facili a’ tumidti quanto avversi alla buo- 
na guerra, si imirono agli assalitori. Così di pic- 
colo rio fatto un torrente, quelle torme chiesero 
al vicario i castelli della città; e il vicario di na- 
tura vigliacco, atterrito, preparato a fuggire, die- 
de comando che al popolo della città, nemico al 
Francesi, fedele al re, fossero i castelli consegna- 
ti; e lo furono; le carceri, le galere furono aperte; 
molte migliaja di tristissimi si unirono alla plebe. 
Ed allora dalla grandezza de’ casi alzato l’animo 
de’ magistrati del municipio, mandarono al vica- 
rio deputazione; l’orator del quale, principe di 
Piediinonte, cosi parlò: «La città vi dice per no - 
stro mezzo rinunziare a’ poteri del vicariato; ce- 
n derli a lei; rendere il denaro dello stato che è 
» presso di voi; prescrivere per editto ubbidien- 
za piena e sola alla città il vicario disse : con- 


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I 


38 LIBRO TERZO — 1799 

sulterebbe; e nella notte, senza rispondere alle 
intimazioni, nè lasciando pro\"v'edlmenti di go- 
verno, fuggi. Chi pensò essere quelle le instruzio- 
ni a lui date dalla reginaj e chi suggerite dal 
proprio senno per ignavia ed abito antico agli er- 
rori; o per opprimere sotto le rovine il suo ne- 
mico generai Acton. Andò in Sicilia oratore infe- 
lice della sua vergogna, e fu chiuso in fortezza, 

11 popolo vedendo quarantamila armati dei 
suoi, le castella in sue mani, spezzati! freni delle 
leggi e della paura, si credè invincibile. Chiaman- 
<lo traditori e giacobini i generali dell’ esercito, 
nominò suoi condottieri i colonnelli Molitcrno e 
Roccaromana, segnati di fedeltà, l’uno da un oc- 
chio acciecato nella guerra di Lombardia, l’altro 
da recente ferita nel combattimento di Calazzo; 
e poi nobili, domatori arditi di cavalli, e (che più 
vai su la plebe) grandi e belli della persona. Ac- ^ y 
cettaronoper non aver colpa del rifiuto, e perchè 
speravano con l’autorità da’ furibondi concessa, 
moderarne il furore. La municipalità, solo magi- 
strato che stésse in atto di uffizio, assentì alla 
scelta; e la impamàta città fece plauso. Torma di 
plebe andò in cerca di Mack; c non trovatolo in Ca- 
sorla dove credeva, per subito mutato consiglio 
ritornò. 11 generale, ricoverato nella notte dentro 
piccola casa di Galvano, agli albóri del seguente 
giorno, vestito da generale tedesco, ed offertosi 
al generale Ghampionnet in Caserta, ebbe magna- 
nime accoglienze e la permissione di Ubero viag- 
gio ^ler Alemagna; ma trattenuto in Milano, andò 
prigione a Parigi. Le geste militari narrate in 
«puesto libro assai dimostrano di lui l’ arte e l’ in- 


LIBRO TERZO — 1799 39 

gegno} e la storia di Europa ne conserva docu- 
menti più chiari ne’ fatti d’ Ulma^ l’anno i8o5. 
Depose nel generai Salandra l’ impero dell’ esercito 
a pompa e a nome, però che l’esercito sciolto, nè 
ulmidito l’impero. Il nuovo capitano fu poco di 
poi ferito da genti del popolo, e seco il generale 
Parisi, mentre andavano uniti ordinando i cam- 
pi. Altri uffiziali furono feriti, altri uccisi, deser- 
tate le trinclere o le stanze, nessuna l’ obbedienza, 
il sentimento della propria salute prepotente j e 
non altra forza che ne’ tumulti, non altra autorità 
e pericolante che in Roccaromana e in Molitemo. 

XLIIf. Incontro agli accampamenti francesi non 
restando milizie napoletane, e solo apparendo 
(raalche uomo armato del popolo, aspetta vasi che 
il nemico (rotta la tregua perchè non pagato il 
prezzo) procedesse contro la città j e quelle voci 
moltiplicate ed accresciute si ripetevano ad inci- 
tamento nella plebe. 11 senato municipale, sgom- 
bro del vicario, consultando col principe di Mo- 
literno, divisero le cure dello stato. Questi per 
editto comandò preparar guerra contro i Fran- 
cesi, e cominciarla quando necessaria^ mantenere 
gli ordini interni, e sopratutto la quiete pubblica; 
rendere l’armi a’ depositi per distribuirle con mi- 
glior senno a’ difensori della patria e della fede. 
E con chiudeva: i disobbedienti a queste leggi, 
nemici e ribelli all’autorità del popolo, saranno 
puniti per solleciti giudizi ed immediato adem- 

S imento; al qual effetto si alzeranno nelle piazze 
ella città le forche del supplizio. E si firmava, 
«Moliterno, generale del popolo». Il senato per 
decreti providde alla finanza, alla giustizia, a tut-^ 


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40 LIBRO TERZO — i:99 

te le parli eli gp verno j minacciando a’ trasgressori 
pena lo sdegno puljblico, ratto e terribile. Per di- 
storre intanto i popolani dalle domestiche rapine, 
bandi libera la pescagione e la caccia nelle acque 
e ne’ boschi regii.E scelse amliasciatori per espor- 
le al generale Championnet le mutate forme di reg- 
gimento, e la comune utilità nel comporre pace 
che fosse gloriosa e giovevole alla Francia, ma 
non misera nè abbietta per il popolo napoletano, 
]Hir meritevole di alcuna stima, ora che riscatta 
con le armi c col danno proprio i falli del go- 
verno e dell’esercito. 

Per tante provvidenze di quiete, la foga popo- 
lare allentò, molte armi tornarono al Castelnuovo, 
grande numero de’ perturbatori andò ne’ regii la- 
ghi o boschi; il tumulto e ’l romore scemarono. Ma , 
gli antichi settari di libertà, ei nuovi surti allora 
dalle vicine speranze, praticavano sccretamente 
co’ Francesi; ed offerendo potenti a juti nella guer- 
ra, della quale i successi darebbero larga merce- 
de di ricchezza e di onore alla Repubblica, prega- 
vano si negassero aUe proferte lusinghiere di pace : 
ingrandivano di sè medesimi la potenza ed il 
munero; spregiavano i contrarii; accertavano che 
le provincie cheterebbero ad un punto quando 
sentissero presa la capitale, e’I popolo vendicato 
in vera libertà. Così stando le cose, giunsero nel 
pieno della notte i legati della città ( ventiquattro 
popolani c.aldissimi) tra quali era ilCanosa, nato 
principe , aristocratico per dottrina, plebeo per 
genio: tutti guidati dal generale del popolo Mo- 
literno; confidenti nelle proprie forze, inesperti 
de’ travagli della guerra e della incostanza delle 


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LIBRO TERZO — 1799 41 

mollltudinl. Parlavano al generale Cliamplonnet 
confusamente, a modo volgare; chi dicendo Te- 
sercito napoletano vinto perchè tradito, ma non 
tradito nè vinto il popolo; chi pregando pace, e 
chi disfidando guerra a nome di gente infinita 
contro piccolo numero di Francesi. E poi che si 
furono saziati di scomposte preghiere o tdinacce, 
il Moliterno con discorso considerato, così disse: 
«Generale, dopo la fuga del re e del suo vi- 
>5 cario, il reggimento del regno è nelle mani del 
«senato della città; cosi che trattando a suo no- 
«nie, faremo atto legittimo e durevole; cpiesto 
«(diede un foglio) racchiude i poteri de’presenti 
«legati. Voi generale, che debellando numeroso 
«esercito, venite vincitore da’ campi di Fei’ino a 
«queste rive de’ Lagni, crederete breve lo spazio, 
«dieci miglia, quello che vi separa dalla città; ma 
«lo direte lunghissimo e forse interminabile, se 
penserete che vi stanno intorno popoli armati e 
>5 feroci; che sessantamila cittadini, con armi, ca- 
>5 stelli e navi, animati da zelo di religione e da 
passione d’indipendenza difendono città solle- 
«vata di clnquecentomila abitatori; che le genti 
«delle provlncie sono contro di voi in maggior 
«numei’o e moto; che quando il vincere fosse 
«possibile, sarebbe impossibile il mantenere. Che 
«dunque ogni cosa vi consiglia pace con noi. jNoì 
jjvl ofi’riamo d danaro patto vlto nell’ armistizio e 
j5 quanto alti’O (purché modei’atala inchiesta) di- 
manderete; e poi vlttovaglle, carri, cavalli, tutti 
«i mezzi necessari al ritorno, e strade sgomhere 
»»di nemici. Aveste nella guerra battaglie awen- 
«lurose, armi, bandiere, prigioni; espugnaste, se 


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42 LIBRO TERZO — 1799 

j* non con l’ armi, col grido, fjuattro fortezze; ora vi 
«offriamo danaro e pace da vincitore. Voi quindi 
«fornirete tutte le parti della gloria e della for- 
«tuna. Pensate, generale, che siamo assai ed an- 
«che troppi per il vostro esercito; e che se voi 
«per pace concessa vorrete non entrare in città, 
«il mondo vi dirà magnanimo; se per popolana 
«resistenza non entrerete, vi terrà inglorioso «. 

Rispose il generale: «Voi parlate all’ esercito 
«francese, come vincitore parlerebbe a’ vinti. La 
«tregua è rotta perchè voi mancaste a’ patti. Noi 
«dimani procederemo contro la città «. E, ciò 
detto, li accomiatò. Stavano al campo, seguaci 
e guida dell’esercito, parecchi Napoletani, che 
parlando a’ legati con detti lusinghieri di libertà, 
avute risposte audaci, e gli uni e gli altri infiam- 
mati da sdegno di parte, si minacciarono di ester- 
minio. I legati riportarono al senato quelle acerbe 
conferenze, che di bocca in bocca si sparsero 
nella città infestissime alla quiete. Alcuni preti e 
frati, settari del cadente governo, vistala casa dei 
Borboni fuggita, il vicario cacciato e’I senato 
della città dettar leggi senza il nome del re, an- 
davano tra le plebe suscitando gli antichi affetti; 
rammentavano il detto della regina : « Solamente 
«il popolo esser fedele, tutti i gentiluomini del 
«regno giacobini;» spargevano quindi sospetti 
sopra Moliterno, Roccaromana, gii Eletti, i no- 
l)ili ; consigliavano tumulti, spoglio di case, ed 
eccidi. Cosi rideste le sopite furie, i popolani, la 
vegnente notte, atterrate le forche, sconoscendo 
l’autorità di Roccaromana e di Moliterno, crea- 
rono capi due del popplo; nominati, uno il Pug- 


LIBRO TERZO — 1799 43 

^Oy piccolo mercatante di farina, l’altro 'A Pazzo, 
cognome datogli per giovanili sfrenatezze, servo 
di vinaio j entrambo audaci e dissoluti. 

La prima luce del i 5 di gennaio del 1799 pa- 
lesò i nuovi pericoli, che subito si avverarono^ 
imperciocché torme numerose di làzzari andaro- 
no contro i Francesi; altre sguernivano delle arti- 
glierie i castelli e gli arsenali; ed altre più feroci 
correvano la città rubando ed uccidendo. E fatta 
sicura la ribalderia, que’ frati e preti medesimi 
con abiti sacri, nelle piazze, nelle chiese accen- 
devano con la parola chiamata di Dio il furore 
civile. Si che un servo della nobile casa Filoma- 


rino, accusando in mercato i suoi padroni, mena 
i lazzari nel palagio, cd incatenano nelle proprie 
stanze il duca della Torre, e’I fratello Clemente 


Filomarino; quegli noto per poetico ingegno, que- 
sti per matematiche dottrine; la casa ricca di ar- 
redi è spogliata, indi bruciata, distruggendo molta 
Copia m libri, stampe rare, macchine preziose, e 
un gabinetto di storia naturale, frutto di lunghi 
anni e fatiche. Mentre l’edifizio bruciava, i due 


miseri prigioni trascinati alla strada nuova della 
marina, sono posti sopra roghi e arsi vivi con 
gioia di popolo spietato e feroce. Altre stragi se- 
guirono; si sciolse atterrito il senato della città; 
gli onest i si ripararono nellejcasej non si udiva 
voce se non plebea, nè comanclo se non di plebe. 
Il cardinale arcivescovo sperando alcun soccorso 
da quella fede in cui nome i làzzari combatte- 
vano, ordinò sacra pocessione; e nel mezzo della 
notte, con la statua e le ampolle di san Gennaro 
percorreva le strade più popolose, cantando inni 


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44 LIBRO TERZO — 1799 

sacri, e da luogo in luogo predicando sensi di 
giustizia e di mansuetudine, ri mentre la cerimo- 
nia procedeva, fu visto nella folla aprirsi strada 
e giungere al santuario uomo grande di persona, 
coperto di lurida veste, con capelli sciolti, piedi 
sc^zi, e tutti i segni della penitenza. Egli era il prin- 
cipe Moliterno, che invocato permesso dell’ arcive- 
scovo ili parlare al popolo, e manifestato il nome, il 
grado e d giusto motivo (la universale calamità) 
di quel sordido vestimento, esortò le genti che 
andassero al riposo per sostenere nel seguente 
giorno le fatiche della guerra; certamente intime, 
se tutti giuravano per quelle sacre ampolle di 
sterminare i Francesi, o morire; poi disse a voce 
altissima: «Io lo giuro;» e mille voci ripeterono, 
«Lo giuriamo». 11 discorso, le vesti, la cerimo- 
nia, la comune stanchezza poterono su quelle 
genti, che tornando alle proprie case fecero per 
poco tempo tranquilla la città. 

XLIV. Ma non dormivano i repubblicani, so- 
pra dei quali pendeva Imminente pericolo di stra- 
ge. Avevano promesso al generale Champlonnet 
prendere il castello Santelmo, e lo tentarono la 
notte innanzi con Infelice successo, perciocché 
alcuni de’ congiurati mancarono al convenuto luo- 
go; le parole ai riconoscenza fallarono; e, destato 
all’arme II presidio, salvarousi appena con la fuga. 
Comandava la fortezza Niccolò Caràcciolo, grato 
al popolo perchè fratello del duea di Roccaro- 
mana; e la guardavano centotrenta làzzari dei 
più fidi, guidati da Luigi Brandi, làzzaro ancor 
esso e ferocissimo; era il Caracciolo nella congiura 
de’ repubblicani. Concertò che nel primo mattino 


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LIBRO TERZO — 1799 45 

del ao andasse al castello inattesa ed inerme, 
come a rinforzo del presidio, piccola mano di 
congiurati; giunse il drappello, dicendosi man» 
dato dal popolo; avvegnaché tutti gli ordini, pre- 
ti, frati, nobili, magistrati, combatterebbero in 
quel giorno, contro i Francesi, da’ castelli, dalle 
mura e nel campo; e cb’ei venivano inermi per- 
chè, certi di trovar armi nelle armerie del forte, 
avevano date le proprie a coloro del popolo che 
ne mancavano. U bel dire piacque agli ascolta- 
tori; e’I numero piccolo e disarmato non mo- 
vendo sospetti, fu il drappello accolto con suoni 
militari, e provveduto d’armi trionfalmente. Indi’ 
a poche ore il castellano rammentando la com- 
parsa de’ giacobini nella scorsa notte, comandò 
che numerose pattuglie girassero intorno alle mu- 
ra, ed elesse a guidarle lo stesso Brandi. Uscirono. 
Dipoi prescrivendo che le ascplte fossero doppia- 
te, pose a fianco di un popolano un congiurato. 
Richiamò dalle pattuglie il solo Brandi per con- 
ferire di materia gra\issima; ed appena giunto, 
chiusagli indietro la porta ed afferratolo fu me- 
nato tacitamente in profondo carcere. Cosi orbato 
del capo il presidio de’ làzzari, bastarono pochi 
arditissimi ad opprimere i resti; perciocché, fatto 
segno, le ascolte de’ congiurati impugnarono le 
armi sul petto alle vicine; gli altri assalirono i 
làzzari che andavano sicuri ed inermi per il 
castello; l’ardire e la sorjiresa prevalsero; e in 
breve ora i centotrenta del popolo furono cacciati 
dalle porte, o chiusi in carcere da soli 3 1 repubbli- 
cani; altri repubblicani al concertato segnale, ac- 
corsero; e da quel punto il castello fu conquista 




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46 LIBRO TERZO — 1799 

della parte francese senza che stilla di sangue si 
spargesse. 1 làzzari discacciati e quegli usciti a 
pattuglia col Brandi narravano le patite ingiurie, 
ma non creduti perchè ancora la bandiera del re 
sventolava su la rócca, e perchè il vero che spiane 
tardi è creduto. 11 generale Ghampionnet fu av- 
visato dei successi. 

XLV. Il giorno innanzi de’ fatti di Santelmo, 
torme di popolo uscite in armi dalla città assali- 
rono il posto francese a Ponte-rotto > lo espugna- 
rono, e procedendo valicarono il fiume Lagni; 
ma da maggiore schiera incontrate e battute, ri- 
tornarono. L’oste francese, quel giorno stesso 19 
di gennajo, levò i campi ed attendò più presso 
a noi tra Sarno e Àversa per aspettare la mezza 
brigata mossa di Benevento sotto il colonnello 
Broussier. Il quale al passaggio che faceva delle 
strette Caudine, note col nome di Forche per la 
sventura e la vergogna romana, visto in cima 
delle convalli e nelle boscose pendici gran nu- 
mero di armati , si ricordò le male sorti de’ due 
consoli; ma di coloro piu avventuroso, ovvero 
meno esperti de’ Sanniti i popoli presenti del Prin- 
cipato, egli per arte di guerra li vinse. Avvegna- 
ché simulando prima gli assalti, poi la fuga, spostò 
da quelle forti posizioni gl’incauti difensori, che 
giunti al piano furono facilmente sconfitti, come 
genti spicciolate, da schiere in ordinanza. Pure 
quattrocento Francesi caddero morti o feriti, ed 
in assai maggior numero della opposta parte; la 
legione Broussier, superata la stretta univasi al- 
l’esercito, e quasi spensierata procedeva, quando 
vidde e combattè e vinse truppa di làzzari, che 


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LIBRO TERZO — 1799 47 

volteggiando, come dotta in guerra, dietro al 
monte Vesuvio, sor^endeva opportunamente le 
stanze del generale Duhesme, e le pigliava^ es- 
sendo in numero quanto mille contro dieci. 

Adunato l’esercito francese, ventiduemila sol- 
dati, fu disposto in quattro colonne; delle quali 
una si dirigeva sotto il generale Dufresse a Ca- 
podimonte, altra sotto il generale Duliesme alla 
porta detta Capuana, la terza sotto il generale 
Kellermann al nastione del Carmine, e la quarta 
sotto Broussier stava in riserva. Napoli non ha 
Bastioni, o cinta di muri, o porte chiuse; ma la 
difendevano popolo immenso, case Cuna all’altra 
addossate, fanatismo di fede, odio a’ Francesi. Era 
il giorno 20 . 11 generale Duhesme avanzò più de- 
gli altri; e il suo antiguardo, guidato dal gene- 
rale Mounier, scacciate molte bande di làzzari, 
presi alcuni cannoni, entrò la porta Capuana per 
mettersi a campo nella piazza dello stesso nome. 
Subito in giro in giro, dalle case preparate a com- 
battere per feritoie ne’ muri, e per cammini co- 
perti, partono a migliaja i colpi di archibugio, 
ed i Francesi ne sono uccisi o feriti; cadde mo- 
ribondo il generale Mounier, cadono i più arditi, 
non si vede nemico, a nulla può te arte o valore; 
sì che, abbandonato l’infausto luogo, traggonsi 
addietro. Kellermann, superate le guardie del 
ponte della Maddalena, pone il campo nella di- 
ritta sponda del Sebeto: e’I generale Dufresse, 
non contrastato, si alloggia in Capodimonte. Van- 
no i làzzari orgogliosi della riconquistata piazza 
Capuana. 

Per brev’ora, perciocché lo stesso Duhesme, 



*49 ■ LIBRO TERZO — 1799 

tornato agli assalti etl espugnata una batteria di 
dodici cannoni messa innanzi alla porta, procede 
nella piazza lentamente, incendiando gli edifizi 
che la circondano, lira già notte^le fiamme, la vasti» 
tà e r infausto augurio degl’ incendi!, spaventarono 
i làzzari, che andarono a ripararsi nella città. Il 
dì seguente il generale Championnet, addolorato 
delle morti nel proprio esercito e del guasto di 
nobile citUì, sperò soggettarla per sole minacce o 
conslglij così die, spiegati a mostra su le colline 
i soldati, le artiglierie, le bandiere, esortava per 
lettere benigne alla resa. Ma l’araldo impedito 
nel cammino ed offeso da làzzari, torno fuggen- 
do; altro messo tiavestito pervenne; ma trovando 
non capi, non ordini, non magistrati, sciolto il 
senato, fuggitivi Moliterno e Roccaromana, nul- 
r altro che plebe e che scompiglio, venuto al cam- 
po riferì le vedute cose. Il generale Duhesme aveva 
intanto spedito piccola avanguardia al largo deUe 
Pigne; e poiché i làzzari l’offendevano dal vasto 
palagio di Solimena, poca mano di soldati per 
subita incursione giunse all’edlfizio, lo bruciò, 
tornò al campo. Così passò il giorno 21, e con 
poca guerra il seguente. 

XLYl. Ma neUa notte il capitano francese di- 
spose per il giorno 28 gli ultimi assalti; ed av- 
visati i capi delle colonne, e i partigiani in Santel- 
mo, ordinò le mosse e le azioni; prescrivendo 
nella sperala vittoria, severa disciplina a’ soldati; 
e provvedendo nelle possibili sventure, al ritorno 
ea alla sicurezza dell’esercito. Terminava il co- 
mando con dire : « Alla prima luce del giorno muo- 
vcremon. E mossero. Al generale assalto i làzzari 


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LIBRO TERZO — 1799 • «) 

perle strade combattevano; senza conslglloj senza 
unpero, a ventura, disperatamente; e quando da 
Santelmo parti colpo (li cannone ed uccise alcun 
d’essi nella piazza del mercato, tutti volgendosi 
al castello viddero bandiera francese e si accer- 
tarono del tradimento. Moliterno e Roccaromana 
(ìrano m quel forte rifuggiti; altri repubblicani, 
vestiti da làzzari tramezzo a (presti, prima impe- 
dirono le stragi e i furti nella città, poi menavano 
al flagello de’ Francesi la tradita plebe. Opere mal- 
vage, se pongasi mente alla ingannata fede; ma 
scusabili o bencdet^, perché., in t^n(I,eYAao.a iìnkie. 
gli eccessi e le Birie-^ «tato senza leggi. A’ giu- 
dizi di Dio e della istoria sono colpevoli degl in- 
finiti misfatti di quel tempo chi suscitò la guerra 
e la disertò, e chi mosse il popolo all’ armi ed 
abbandonò i partigiani, lo stato, il comando, i / 
freni del regno. Queste azioni erano sentite dalla 
coscienza e volontarie; le altre dipendevano quan- 
do da istinto di salvezza, quando da carità di pa- 
tria, e più sovente da necessità. La peggiore ple- 
baglia, corsa allo spoglio della reggia, e da due 
cannonate di Santelmo sbaragliata , lasciò a mezzo 
il sacco. Procedevano intanto i Francesi; il gene- 
rale Rusca prese di assalto il bastione del Carmine, 
il Castelnuovo si arrese al generale Rellermann, 
il generale Dufresse passato da Capodimonte a 
Santelmo scendeva nella città ordinato a guerra. 

E il generale Charapionnefr, che fra tante osti- 
lità non aveva deposto il pensiero magnanimo di 

P ace, andò al campo di Duhesme nel largo delle 
igne; e alzando bandiere di concqrdia, (ihia- 
CoLLETTÀ, T. Il 4 


" 1 ^ 


50 LIBRO TERZO — 1799 


mando a sè col cenno molti del popolo, dimostrò 
con modi e parole benevoli dbsennata quella guer- 
ra da che i Francesi erano padroni de castelli j e, 
j>egglo che dissennala , ingiusta, perchè portavano 
al popolo quiete, abbondanza, miglior governo; 
e ne’ loro giuramenti rispetto alle persone ed alle 
proprietà, venerazione alla comune religione cri- 
stiana, divozione al beatissimo san Gennaro. Il ge- 
nerale, che speditamente parlava l’ idioma d’Italia, 
fu inteso e applaudito. Era tra i presenti quel Mi- 
chele il Pazzo, scelto capo, come ho riferito, dei 
làzzari, il quale pregando al generale che fosse po- 
sta guardia di onore a san Gennaro, subito otten- 
ne che due compagnie di granatieri andassero 
alla cattedrale; le quali tra làzzari napoletani, che 
precorrendo gridavano viva i Francesi, facevano 
sentire altamente, rispetto a san Gennaro. Non 
mai la fama fu più rapida; da un punto all’altro 
della vasta città si narravano <jue’ fatti, si ripete- 
vano quelle voci di concordia, mentre su le r«ìc- 
che sventolava la insegna de’ tre colori, e le bande 
musicali francesi sonavano ad allegrezza; era il 
cielo brillantissimo, come suole in Napoli nel gen- 
naro. Caddero le armi di mano al popolo: belva, 
furibonda o mansueta, a giuoco di fortuna; facile 
alla libertà ed al servaggio; proclive meno al moto 
che alla pazienza; materia convenevole al dispo- 
tismo. Cessato il romore di guerra, uscite da’ na- 
scondigli le appaurite genti, il generale Champion- 
net fece ingresso magnifico, pubblicando editto 
in questi sensi: 

«Napoletani! siete liberi. Se voi saprete godere 


I 



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» 

LIBRO TERZO — 1799 .51 


»del dono di libertà, la repubblica francese avrà 
«snella felicità vostra largo premio delle sue fatiche, 
4’delle morti e della guerra. Quando ancora fra voi 
» alcuno amasse il cessato governo, sgomberi di 
>’sè questa libera terra, fugga da noi cittadini, 
»vada schiavo tra schiavi. L’ esercito francese 
^prenda nome di esercito naj^oletano, ad impe- 
»»gno e giuramento solenne di mantenere le vo- 


^'ostra libertà. Noi Francesi"rispettere- 
’-’mo il culto pubblico, e i sacri diritti della pro- 


« giovi 


j»stre ragioni, e trattar per voi le armi, ogni volta 
vi alla v< ' " 

jsprlelà e deSe persone. I vostri magistrati per 
J5 paterne amministrazioni provvedano alla quiete 
J5cd alla felicità dei cittadini, svaniscano gli spa- 
>5 venti della ignoranza, calmino il furore del fa- 
l'natismo; sieno solleciti a prò nostro quanto 
j’io è stata contro noi la perfidia del caduto go- 
5! verno 5 j. 


Durò la gioia. 1 repubblicani per le strade ab- 
bracciandosi e ricordando le sofferte pene, le 
benedicevano j gridavano i nomi di Vitaliano, 
Galiani , De Deo tra lacrime di tenerezza e di 
piacere; e patrioticJie brigate accorrevano alle case 
«le’ parenti loro, per consolarli dell’antico dolore. 
Tra le quali festive apparenze si rimoveva l’oc- 
chio e il pensiero da’ corpi morti delle due parti, 
che ancora ingomberavano le strade; mille, al- 
meno Francesi; tremila o più Napoletani. Giunta 
la notte, furono vinte le tenebre dalle infinite lu- 
minarie della città; ed il monte Vesuvio, che da 
parecchi anni non gettava fuoco nè fumo, alzò 
fiamma placida e lucentissima come di festa; il 


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5*2 LIBRO TERZO — 1799 

([uale spettacolo parve al volgo assentimento ce- 
leste, ea augurio di felicita} ma furono fallaci le 
apparenze, però che il tempo nascondeva sorti 
contrarie. 


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53 


LIBRO QUARTO 

Repubblica Partenopea , 
dal gewiaio al giugno del 1799 


CAPO PRIMO 

Leggf e provvedimenli per ordinare lo stalo a repubblica. 

I. A.i'bo ingresso del generale Championnet la 
gioia non fu piena j l’adombravano le fresche me- 
morie della guerra, e lo spettacolo di cadaveri non 
ancora sepolti} ma nella quiete della notte i ma- 
gistrati della città, disperdendo i segni della me- 
stizia, prepararono lieto il vegnente giorno. Il do- 
lore delle seguite morti era cessato, perciocché 
tanto dura ne’ commilitoni quanto il pericolo, e 
nella genìa de’ làzzari non lascia lutto nè bruno. 
A’ primi albori molti giovani ardenti di libertà 
chiamando il popolo a concioni, discorrevano i 
benefìzi della repubblica} e per quanto avevano 
ingegno e loquela, persuadevano i premii, i de- 
biti, le virtù dì cittadino. Poi numerando i falli 
e le ingiustizie del re fuggitivo, rammentavano 
le involate riechezze, i vascelli bruciati per lasciar 
le marine senza difesa da’ nemici e da pirati, la 
guerra mossa e fuggita, concitate le armi civili e 
disertate, nessun ordine per lo avvenire, U po- 
polo abbandonato al ferro de’ nemici stranieri « 


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54 Llimo QUARTO — 1799 

delle discordie domestiche. I quali ricordi veri e 
vicini afforzavano gli argomenti e la eloquenza di 
libertà; voce gradita a’ cuori umani, sorgente ed 
istinto di allegrezza. Vi fu dunque gioia piena, 
universale, manifesta. 

]\el qual tempo fu bandito editto del generale 
Cliampionnet, che a nome e per la potenza della 
repubblica francese, volendo usare le ragioni 
della conquista in prò del popolo, dichiarava che 

10 stato di Napoli si ordinerebbe a repubblica in- 
dipendente; che un’assemblea di cittadini, intesa 
a comporre il novello statuto, reggerebbe il go- 
verno con libere forme; e ch’egli, per la potestà 
che gli davano il grado e la felicità nelle armi, 
aveva nominato le persone, che assembrate in quel 
medesimo giorno nell’ edilìzio di san Lorenzo ri- 
ceverebbero dal suo decreto e dal suo labbro l’ au- 
torità di governo. Erano i nominati venticinque, 
che uniti si appellavano governo provvisorio, di- 
viso in sei parti, detti comitati, i quali prendevano 

11 nome dagli uiEzii, Centrale, dello Interno, della 
Guerra, della Finanza, della Giustizia e Polizia, 
e della Legislazione. Quindi andò com pompa 
militare, accompagnato da gente infinita e festosa, 
in san Lorenzo, casa di onorate memorie per la 
città; e nella gran sala, dove già stavano i gover- 
nanti, egli da seggio nobilissimo così parlò: 

L, « Cittadini 1 voi reggerete la repubblica napo- 
rletana temporaneamente; il governo stabile sarà 
n eletto dal popolo. Voi medesimi, costituenti e co- 
n stituiti, governando con le regole che avete in mi- 
>ì ra per il novello statuto, abbrevierete Io stento che 
rapportano le nuove leggi; e per questo pubblico 


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LIBRO QUARTO — 1799 55 

» benefìzio vi ho afhdato ad un tempo i carichi di 
legislatori e di reggenti. Voi dunque avete auto- 
«rità sconfinata j debito uguale; pensate eh’ è in 
«vostre mani un gran bene della vostra patria ^ o 
«un gran male, la vostra gloria, o il disonore, lo 
« vi ho eletto, ma la fama vi ha scelto; voi rispon- 
« derete con la eccellenza delle vostre opere alle 
«commendazioni pubbliche, le quali vi dicono 
«dotati di alto ingegno, di cuor puro e amanti 
55 caldi e sinceri della patria. 

5iNel costituire la repubblica napoletana , ag- 
55guagliatela, quanto comportano bisogni e co- 
55Stumi, alle costituzioni della repubblica fran- 
«cese, madre delle repubbliche nuove e della 
«nuova civiltà. E nel reggerla, voi rendetela della 
5»Francese amica, collegata, compagna, una me- 
««desima. Non sperate felicità separati da lei; pen- 
55sate che i suoi sospiri sarieno vostri martorii; e 
55 che s’ella vacilla, voi cadrete. 

55 L’esercito francese, che per pegno della vo- 
«stra libertà ha preso nome di esercito napole> 
55tano, sosterrà le vostre ragioni, ajuterà le opere 
55 vostre o le fatiche, pugnerà con voi o per voi. 
« E difendendovi noi dimandiamo nuli’ altro pre- 
«mio che l’amor vostro 55 . 

II. La sala era piena di popolo. Al bel discorso 
udironsi plausi ed augurii all oratore, alla repub* 
blica francese, alla napoletana; e furono viste su 
gli occhi a molti lacrime di tenerezza e di con- 
tento. Declinato il romore, uno de’ rappresentanti, 
Carlo Laubert, napoletano, già cherico dell’ or- 
dine degli Scolòpi, fuggitivo per libertà in Fran- 
cia, tornato con l’esercito, rispose: 


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56 


LIBRO QUARTO — 1799 

«Cittadino generale, certamente dono della 
«Francia è la nostra libertà, ma istrumenti del 
«benefizio sono stati l’esercito e’I suo capo) con 
«minor valore, o minor sapienza, o minor virtù, 
«voi non avreste vinto esercito sterminato, dispersi 
«popoli di furor ciechi, espugnate le ròcche, su- 
«perato il disagio del cammino a del verno. Sicno 
«perciò da noi rese grazie alla repubblica fran- 
«cese; grazie agli eserciti suoi; grazie, generale, 
>»a voi venuto come angelo di libertà e di pace. 

«In questa terra, da petti nostri, uscirono i 
« primi desiderii di miglior governo, i primi p.alpiti 
«di libcrLà, i voli più caldi j)cr la felicità della Fran- 
«cia; in questa terra da’ petti nostri fu dato il pri- 
«mo sangue alla tirannùfe; qui furono i ceppi più 
«gravi, i martorli più lunghi, gli slrazii più fieri. 
«Noi eravamo degni di liberUì; ma senza i falli 
«delle tirannia, ed il divino flagello che discaccia 
«le coscienze agitate dalle perversità della vita, 
«noi saremmo ancora sotto il ^logo di Acton, 
«della regina, di Caslelcicala, di tutti i satelliti 
«del dispotismo. Kè bastavano i loro misfatti, però 
«che la pazienza de’ popoli è infinita; si volevano 
«co’ misfatti gli errori, ed armi pronte e virtù 
jjpunitrice. 

«Voi, generale, ci avete portato il governo per 
«gli uomini, la repubblica; sarà debito nostro 
«conservarla. Ma voi pensate ch’ella bisognerà, 
«come tenera cosa che oggi nasce, di assistenza 
«e di consiglio; ella è opera vostra, consigliatela, 
«sostenetela. Se vedremo non esser noi eguali al 
«carico sublime che ci avete imposto, lo rende- 
«remo in vostre mani; però che in tanta gran- 


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LIBRO QUARTO — 1799 57 

» dezza di opere e di speranze, scomparsi, agli 
T’Occhi nostri, noi stessi, non abbiamo in jpro- 
aspetto che la felicità della patria. Dedicati ad 
»essa, per essa io giuro; e’I governo provvisorio 
»da VOI eletto, innanzi a voi, al popolo ed a Dio, 
«ripeterà il sacramento». Per altre ventiquattro 
VOCI, si udì, lo giuro. 

Si partì con ugual pompa e maggiore applauso 
il generale Cbampionnet. L’altro rappresentante, 
Mario Pagano, volto al popolo disse: 

«Sì, cittadini, siamo Uberi; godiamo della li- 
«bertà ma ricordando eh’ ella siede sopra sgabello 
«d’armi, di tributi e di virtù, e che le armi jin 
«repubblica non riposano, nè i tributi scemano, 
« se la virtù non eccede. A questi tre obbietti in- 
« tenderanno le costituzioni e le leggi del go ver- 
ino. Voi, però che libero è il dire, ajutate gl’in- 
«gegni nostri; noi accetteremo con gratitudine i 
«consigli, li seguiremo, se buoni. 

«Ma udite, giovani ardenti di libertà che. qui 
«vi palesate per l’allegrezza che vi brilla negli 
«occhi, uditi gli avvisi d’uomo incanutito, più 
« che per anni, ne’ pensieri di patria e negli stenti 
«delle prigioni, correte all’ armi, e siate nell’ armi 
«obbedienti al comando. Tutte le virtù adomano 
«le repubbliche, ma la virtù che più splende. sta 
«ne’ campi; il senno, l’eloquenza, l’ingegno avan» 
«zano gli stati; il valore guerriero li conserva. Le 
«repubbliche de’ primi popoli, però che in repuh- 
«bhea le società cominciano, erano rozze, igno> 
Taranti, barbare, ma durevoli perchè guerrierew 
«Le repubbliche di civiltà corrotta presto caddero; 
«benché abbondassero buone leggi, statuti, ora> 


58 LIBRO QUARTO — 1799 

»torij tutti i sostegni e gl’ incitamenti alla virtù; 
3’Xna le infingarde^ avevano tollerato che le armi 
scadessero. 

>5 Perciò in voi più che in noi stanno le spe- 
sranze di libertà. Il governo provvisorio, nel dirsi 
s legittimo e costituito intende da questo istante 
sa’debiti suoi, e voi, strenui giovani, correte da 
» questo istante a’ debiti vostri, date i vostri nomi 
«alle bandiere di libertà, che ravviserete da’ tre 
scolorii. 


' L’adunanza sciolta, succederono alla conten- 
tezza pubblica molte private; il generale Cham- 
pionnet, che abitava la già casa de^ re, allora detta 
nazionale, convitò i primi dell’esercito e i mag- 
giori del governo e della città; altri de’ rappre- 
sentanti bandirono altri conviti; gioia più grande 
fu nelle case di coloro che avevano patito dalla 
tirannide: e per fino nella plebe si videro feste, 
e si udirono voti per la repubblica. Solamente 
mancavano a’ conviti ed alla gioia i parenti degli 
uccisi per causa di maestà; più compianti e am- 
mirati perchè lontani. E in quel giorno stesso 
gli editti del governo correvano le province, av- 
visando le succedute cose, e dando provvedimenti 
di stato. Fu prescritto che sino agli ordini nuovi 
reggessero gii antichi, uniformati alle regole ge- 
nerali di repubblica; e che rimanessero tempora- 
riamente le medesime autorità, i magistrati, gli 
oifizii. Però cessato il timore di alcun danno, ter- 


minata la guerra; volendo le province imitare la 
città capo odDo stato, ogni paese, ogni terra die- 
de segni di giubilo. JNel giorno appresso, con ce- 
yimrmU da baccanti più che cittadina, alzarono 



LIBRO QUARTO — 1799 59 

nelle piazze di Napoli gli alberi di libertà^ emblemi 
allora di reggimento repubblicano} tra calde ora- 
zioni, danze sfrenate, giuramenti e nozze come 
in luogo sacro. E finalmente il generale Cham- 
pionnet con solenne pompa, conducendo seco 
altri generali ed uillziali dell’esercito, andarono 
al duomo per rendere grazie della finita guerra , 
adorarne le reliquie di san Gennaro^ e invocar 
favori al nuovo stato. Tutto nella chiesa e nella 
cappella era preparato per la sacra funzione} c 

a olo infinito stava intento a riguardare le am- 
e per trame augurio di felicità o di sventure. 
Ma compiuto il miracolo in più breve tempo che 
ogni altra volta, il generale offri al suntuario mi- 
tria ricca d’oro e di gemme} gli uffiziali stettero 
devoti e come credenti a’ misteri} e la plebe stimò 
que’ mutamenti di stato voler di Dio. 

III. Compiute le feste e chetato il romore della 
novità, la mente di ognuno, riposala, si fissò 
alle succedute cose per trarne regole di ambi- 
zione e di vita. La quale istoria morale del po- 


polo, compagna e precorritrice della storia dei 
latti, voglio esporre in questo luogo come chiari* 
mento delle cose mirabili che narrerò. La libertà 

f mlitica era scienza di pochi dotti, appresa dai 
ibri moderni e dalle sentenze della presente li- 
bertà francese} perciò sconfinata quanto il genio 
della rivoluzione, e quanto filosofia ideale non 
applicata alle società. Gli umani difetti, le colpe 
umane, le stesse virtù, che per naturai cammino 
cadono in vizi} le ambizioni, l’eroismo, neces- 
sari alle repubbliche, ma che di loro natura tra- 
scendono in pericolo dello stato} in somma, tutte 


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flO LIBRO QTARTO — 1799 

le necessità che accerchiano T umana condizione, 
travisate o sconosciute dalle dottrine astratte, crea- 
vano certa idea di libertà politica troppo lontana 
dal vero. E maggiore ignoranza era ucìla pratica. 
Qui non mai parlamento nazionale o congreghe 
di cittadini (da’ tempi antichissimi e scordati della 
buona casa Sveva) per trattare i negozi! dello stato; 
qui sempre i diritti di proprietà conculcati dalle 
volontà «lei 6sco, dalle gravezze feudali, dalle 
decime della Chiesa, dalle fantasie della prepo- 
tenza; qui le persone soggette all’imperio de’ do- 
minatori e de^ baroni, agli abusi del processo in- 
quisitorio, alla potenza de’ delatori e delle spie, 
alle leve arbitrarie per la milizia, ed alle angar'ie 
della feudalità; qui non libere le arti nè i mestie- 
ri nè le industrie; qualunque volontà impedita. 
11 solo segno di liberti rimaneva ne’ parlamenti 
jmpolari per la scelta degli ufficiali del muni- 
cipio; libertà sola e sterile perchè tra infinite 
servitìi. 

Mancavano dunque le persuasioni di libertà; 
peggio, della uguaglianza. La libertà viene da 
natura, cos'i che bisognano ripetuti sforzi del di- 
spotismo, e pieno abbandono del pensiero per 
dimenticarne il sentimento; l’uguaglianza nasce 
da civiltà, e per lungo uso della ragione; che non 
sono concetti di natura, il debole uguale al forte, 
il povero al ricco, l’ impotente al potentissimo: 
nelle tribù rozze dell’ antichità erano gli uomini 
liberi ma inuguali. E dopo le dette cose, rian- 
dando la storia del popolo napoletano, non l’an- 
tichissima e dimenticata delle repubbliche greche, 
ma la più recente, come che vecchia e continua 


V. 


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LIBRO QUARTO — 1799 61 

di sette secoli , che ha formato gli universali co- 
stumi, non si troverà negli ordini civili pratica o 
segno di eguaglianza; bensì monarchia, sacerdo- 
zio, feudalità, immunità, privilegi, servitù dome- 
stica, vassallaggio ed altre innumerevoli diffor- 
mità sociali, l’erciò in quell’ anno 1799 non era 
Sentita dalla coscienza, e nemmeno qgpcepita dal- 
l’intelletto del popolo l’ugu aglia nza so- 

lamente l’ultima plebagliaun^ff tflffrendere in 
quella voce l ’jugu ale divisione delle ricchezze e 
de’ possessi. — — > 

Dalle quali cose discende che i maggiori pre- 
stigi! della rivoluzione francese, libertà ed ugna- 
gù'a/izaj erano per il jiostro popolo non pregiati 
nè visti. Queste sole differenze tra le rivoluzioni 
di Francia e di Napoli bastava per suggerire dif- 
ferenti regole di governo; ma ve n’ erano altre 
non meno gravi. Aveva la Francia operato il ri- 
volgimento; l’aveva Napoli patito; il passaggio 
Ira gli estremi di monarchia dispotica e repub- 
blica era stato in Francia opera di tre anni; in 
Napoli, di un giorno; i bisogni politici furono in 
Francia manifesti da’ tumulti; in Napoli erano 
ignoti o mancavano; soddisfare in Francia a quei 
bisogni era mezzo e riuscita alle imprese; in Na- 
poli occorreva indovinare ideslderli, anzi destarli 
nel popolo, per aver poscia il merito di appagarli. 
11 re in Francia era spento; erano spenti 1 soste- 
nitori di monarchia, o fuggitivi; il re di Napoli 
regnava nella vicina Sicilia, rimanevano tra noi 
.tutti i partigiani del passato. La baronia, contra- 
ria; ijiobili parti gia n i di repiil ;>hlira ^ (figlia non 
capi della fami^I^ poco validi a muovere gli ar- 




f.2 LIBRO QUARTO — 1799 

migerì de’ feudi; i preti impauriti dagli strazii del 
clero francese, i frati temendo lo spoglio de’ con- 
venti; i curiali, la ri vocazione di quelle concerie 
di codici ch’era per essi talento e fortuna. K in- 
firma noi mancavano (e abbondavano in Francia) 
le difese della libertà, che sono le virtù guerriere 
e le cittadine ambizioni; c a noi mancava la le- 
gittimità del rivolgimento; perciocché non veniva 
da parlamenti, stati-gcnenerali, assemblee, auto- 
rità costituite, moto uniforme di popolo; ma da 
sola conquista e non compiuta: condizione che 
allontanava dal nuovo governo gli animi paurosi 
e metodici. 

IV. Ma benché le regole dovessero variare da 
quelle di Francia, noi le vedremmo uniformi; sia 
-necessità di tempi o ebbrezza delle fortune frao- 
■cesi, o, come più credo, in tanta copia ne’ rap- 
presentanti nostri d’ingegno e di sapienza, scar- 
sità dell’ ingegno delle rivoluzioni, e cfella sapienza 
de’ nuovi stati. Que’ rappresentanti erano seltain 
antichi di libertà, afflitti la più parte nelle prigioni 
di stato , ed oggi appellati Pulriotli per nome preso 
di F rancia, onde schivare l’altro di giacobino, 
infamato da’ mali fatti di Robespierre. Fu primo 
pensiero del governo spedire alla repubblica fran- 
cese oratori di gratitudine per gli avuti benefizi, 
e<l ambasciatori di amicizia e di alleanza; sce- 
gliendo a quegli officii il principe d’ Angri, grande 
di casato e di ricchezza ; ed il principe Moliterni, 
anch’egli nobile e fornito di pregi più belli, cioè 
buona fama ed alcun fatto nelle armi, lontano 
da’ club, capo sincero del popolo nella ultima 
guerra contro i Francesi; e quando la plebe im- 



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LIBRO QU.4RTO — 1799 63 

'perversò, fuggitivo non traditore; ma dava so- 
spetto al giovine governo, così che, onorandolo \ 

(lei carico di ambasciatore, lo discacciò. 11 duca 
di Roccaromana, propenso a femminili lascivie, 
avendo scarse le forze alle ambizioni del dominio, 
restò scordato negl’inizii della repubblica. I sensi 
che prima spuntarono in quel governo furono 
dunque i sospetti; innati a reggimento libero, sti- 
moli alla virtù ne’ grandi stati, alle discordie nei 
piccoli; e perciò dove sostegno e dove precipizio 
di libertà. ' 

Un decreto divise lo stato in dipartimenti e 
cantoni , abolendo la divisione per province, e 
mutando i nomi per altri antichi di onorate me- f 
morie. In esso i mimi, le montagne, le foreste, i \ i 

termini di natura, si vedevano capricciosamente ;! | 

messi nel seno de’ dipartimenti o de’ cantoni, e f ; 

talvolta delle comunità : scambiati i nomi; creduto I t 

città un monte e fatto capo di cantone; il territo- i 
rio di una comunità spartito in due cantoni; certi ■ i 

fiumi addoppiati, scordate certe terre; in somfna, | ) 

tanti errori che si restò all’antico, e solo effetto ■ , 

della legge fu il mal credito de’ legislatori. 

Ma buona legge sciolse i fidecommessi, libertà ( 
desiderata per i libri del Filangieri, del Pagano, ' 
di altri sapienti; e produttrice di effetti buoni, 
quanto comportavano le sollecitudini di quello 
stato. Molte comunità avevano lite co’ baroni; 
molte più rodevano i freni del vassallaggio; e 
perciò quelle, e queste, ed altre tirate dagli esem- 
pi, invadendo a modo popolare i dominii feudali, 
e sparteudoli a’ cittadini, vendicavano con gli eo 
cessi delle rivoluzioni gli odii propri e de^i avi. 




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64 LIBRO QUARTO — 1799 

Piacque al governo quel moto, e dichiarando abo- 
lita la feudalitiì, distrutte le giurisdizioni baronali, 
congedati gli armigeri, vietati i servigi personali, 
rimesse le decime, le prestazioni, tutti i paga- 
menti col nome di diritti, promise legge nuova, 
giusta per i comuni e per i già baroni; senza ven- 
dicare, come natura umana consiglierebbe, le 
Ingiurie patite da’ feudatari. Dopo la quale pro- 
messa, il governo attese all’ adempimento; ma 
intrigato nelle vicendevoli ragioni, non mirando 
che alla giustizia ideale, trovando intoppo quando 
nc’ possessi e quando ne’ titoli, quella legge, lun- 
gamente discussa, non fu mai fornita; e di tutti 
i i rappresentanti maggior sostenitore de’ baroni fu 

3 uello istesso Mario Pagano, avverso a loro nelle 
otlrine, scrittore filosofo, pusillanimo consigUe- 
re, ottimo legislatore m repubblica fatta, inipo- 
I lente come gli altri ventiquattro del governo a 
fondar nuova repubblica. 

Altro Indizio di popolare a^'A'Prsione si mani- 
fej>Tò per le cacce regie; a^'vegnacbò i cittad'mi al 
sentirsi liberi, uccisero le bestie, svanirono! con- 
tini; e spregiando le ragioni della proprietà, re- 
cidevano i boschi, piantavano a frutto ne’ campi, 
dividevano come di conquista le terre. Cosi che 
il governo dichiarò le cacce, già regie ora libere, 
tei-renl dello stato; le guardie, sciolte. Per altri 
editti prometteva la soppressione de’ conventi, la 
riduzione de’ vescovatfi , la incamerazione delle 
sterminate ricchezze della Chiesa: benefizi non 
sentiti dall’universale, come dimostrava il rispet- 
to mantenuto intero ne’ tumulti o cresciuto alla 
Chiesa ed al clero. L’abolizione de’ titoli di no- 


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LIBRO QUARTO — 1799 65 

bilia, rallerramento delle immagini e de’fregii 
de’ passati re, il nome di nazionali alle cose già 
regie, il nome di tiranno alla persona del re Fer- 
dinando, furono subbictli di altre leggi, volute dal 
proprio sdegno, o imitale da’ fatti della Francia. 

IVowedevano nel tempo stesso alle altre parli 
del politico reggimento. La finanza disordinata, 
come ho mostralo nel precedente libro, venuta 
in peggio da’ succeduti sconvolgimenti, più in- 
quieta per la urgenza de’ bisogni e de’ casi, fu la 
maggior cura del governo. Legge inattesa dichiarò 
debito della nazione il volo de’ banchi, e ne prò- • 
mise il pagamento; con profferta benevola ma non 
giusta nè finanziera, imperciocché mancavano le 
ricchezze a riempiere quelle voragini, ed in tanto 
moto delle carte bancali, confuse le fila della giu- 
stizia, non erano creditori del fallimento i pos- 
sessori delle polizze. Per altra legge fu prescritto 
a’ tributari di versare subitamente nell’erario del 
fisco le taglie dovute alla passata finanza, e le 
correnti; rimanendo intere le imposte pubbliche 
sino a quando nuovi statuti le ordinerebbero in 
meglio. 

Fu intanto abolita la gabella sul pesce con gra- 
dimento de’ marinari della città, che si fecero 
amici alla repubblica. Male abolizioni, nel regno, 
delle gabelle sul grano e del testatico (indebita- 
mente credute comimali) produssero effetti con- 
trarii; av'vegnachè pagando con esse le taglie fi- 
scali, mantener queste, abolir quelle, faceva 
scompiglio e impossibilità. 1 tributari, assicurati 
dalla legge, negavano gli usati pagamenti; ipub* 

COLLBTTA, T. U. 5 ^ 


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66 LIBRO QUARTO — 1799 

MIcani, sostenuti d’altra legge, li pretendevanoj 

perciò lamenti e discordie nelle comunità. 

V. Tra mezzo a’ quali disordini e povertà com- 
parve comandamento del generale Championnet, 
che donando alla città le somme pattovite j^er la 
tregua, imponeva taglia di guerra di due mdioni 
e mezzo di ducati, e di altri quindici milioni su 
le province} quantità per sè grandi, impossibili 
nelle condizioni presenti dello stato e nel prefisso 
tempo di due mesi. Pure il governo, vinto da ne- 
cessità, intese a distribuire il danno; e non po- 
tendo trar norma dagli ordini dell’antica finanza, 
perchè mancavano tutte le regole della statistica, 
tassò i dipartimenti, le comunità, le persone per 
propri giudizi; ne’ quali prevalendo il maligno ge- 
nio di parte, si viddero aggravate le province più 
salde alla fedeltà, e gli uomini più tenaci a’ giu- 
ramenti. E intanto, per agevolare la tassa, fu di- 
chiarato che in luogo di moneta si riceverebbero 
a peso i metalli preziosi, ed a stima le gemme; 
cosicché vedovasi con pubblica pietà spogliar le 
case degli ultimi segni di ricchezza, e le spose 
disabbellirsi degli ornamenti, e le madri togliere 
a’ bambini le preziosità degli amuleti, e i fregii di 
religione o di augurio. La gravezza, il modo, la 
iniquità scontentavano il popolo. 

Cinque del governo andarono deputati del di- 
sconforto pubblico al generale Championnet; ed 
il prescelto oratore Giuseppe Abbamonti, parlan- 
dogli sensi di carità e di giustizia, ^o pregava di 
rivocare il comando, ineseguibile allora, facile 
tostocbè la repubblica prendesse forza ed impe- 
ro; ragioni, lodi, lusinghe adornavano la verità 


D 


LIBRO QUARTO — 1799 G3 

del discorso, quando il generale, rompendone il 
filo, e ripetendo barbaro motto di barbaro ante- 
nato, rispose : « Sventure a’ vinti >j. Era tra i cinque 
Gabriele Manthonè già capitano di artiglieria, 
gigante d’animo e di persona, amante di patria 
e spregiatore d’ogni gente straniera, il quale, 
sconoscendo le forme di ambasceria, fattosi ora- 
tore di circostanza, cosi disse: « Tu, cittadino ge- 
«nerale, bai presto scordato che non siamo, tu 
« vincitore, noi vintij che qui sei venuto non per 
battaglie e vittorie, ma per gli ajuli nostri e per 
«accordi; che noi ti demmo i castelli; che noi 
j» tradimmo, per santo amore di patria, i tuoi 
«nemici; che i tuoi deboli battaglioni non basta- 
«vano a debellare questa immensa città; nè ba- 
«sterebbero a mantenerla, se noi ci staccassimo 
« dalle tue parti. Esci, per farne prova, dalle mu- 
«ra, e ritorna se puoi; quando sarai tornato im- 
« porrai debitamente taglia di guerra, e ti si ad- 
« diranno sul labbro il comando di conquistatore, 
«e l’empio molto, poiché ti piace, di Brenno «. 
11 generale accommiatando la deputazione, disse: 
risolverebbe. Nacquero da quel punto in lui so- 
sjietli, e nei repubblicani disamore a’ Francesi. 

11 generale, al vegnente giorno, confermando 
le taglie, ordinò il disarmamento del popolo; uo- 
mini fatti liberi e disarmati sono il dileggio della 
libertà. Solamente si permetteva la composizione 
delle guardie civiche; prescrivendo che fossero 
scelti a quell’onore i patriotti più chiari e più fidi; 
si che if governo emanò legge tanto stretta, che 
pochi cittadini entravano nelle milizie armate, 
BaolU nel ruolo dei tributari: nella città di Napoli 


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CS LIBRO QUARTO — 1799 

([iialtro sole compagnie, seicento uomini, erano 
gli sceltij innumerevoli i taglieggatij la legge, in- 
valida per forza d’ armi o per sentimento di libertiì, 
parve iìnanziera ed avara. La stessa prudenza o 
sospetto del generale francese, e le sentenze dei 
dottrinari napoletani facevano trasandare le mi- 
lizie stipendiate; essere soldati in repubblica, di- 
cevano i dottrinari, tutti gli uomini liberi; essere 
gli eserciti mercenari stromento di tirannide; Ro- 
ma, quando veramente libera, conscrivere i com- 
battenti ad occasione di guerra; non mancar guer- 
rieri alle repubbliche: ed altre loquacità di tribu- 
na, o dottrine di fantastiche virtù. Correvano le 
strade accattando il vivere buon numero di Dal- 
mati, già soldati del re, abbandonati su questa 
terra straniera; correvano le provincie, vivendo 
d’arti peggiori, le già squadre degli armigeri ba- 
ronali, delle udienze, dei vescovi, e grande nu- 
mero dei soldati mantenuti sino allora dagli sti- 
pendii della milizia. Era dunque facile formare 
nuovo esercito di venticinquemila soldati , e trarre 
da’ pericoli della patria venticinque miglia ja di bi- 
sognosi e predoni. Ma la repubblica vergognava 
di essere difesa da genti straniere o venali, ed 
asnettava il giorno della battaglia per battere dei 
calcagni la terra e vederne uscire guerrieri armati. 

VI. Soprastava male più grande; la jienuria. I 
raccolti dell’ anno precedente furono scarsi; la 
guerra esterna e la civile avevano consumato im- 
mensa quantità di grano; la grassa Sicilia ricusava 
di mandarne, e le navi che scioglievano da’porti 
della Puglia e della Calabria erano predate da’na- 
vili siciliani ed inglesi. Crebbe il prezzo al pane; 


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LIBRO QUARTO — 1199 6U 

tanto più sentito per i perduti guadagni della ple>« 
be, per il gran numero di servi congedati, per le 
industrie sospese, per la malvagità di quelle genti 
che speravano nelle disperazioni del popolo. Ma 
i governanti stavano sereni, confidando nello zelo 
de’ partigiani ricchi di granaglie, ne’ compensi di 
governo libero, nella rassegnazione e nel merito 
di patir male per amar la patria. Erano virtù del 
reggitori , che, poco esperti della mala indole uma- 
na, le credevano universali j e però intendendo 
che bastasse a tutti i bisogni far certo il popolo 
della bontà di quel reggimento, spedivano patriot- 
li a sciami per concionare e persuadere. Motivo 
di mestizia e di sdegno era quindi udire ne’ mer- 
cati, vuoti di ricchezze e di negozi!, oratore im- 
berbe discorrere i benefizi della repubblica; e con 
eloquenza spesso non propria ma voltata dalle ar- 
ringhe francesi, nè mai sentita da volgari uditori 
pieni di contrarie dottrine, presumere di acque- 
tare i lamenti e i bisogni della plebe. 

Oratore fra tutti più saggio e più inteso era 
quel Michele il Pazzo, capo del popolo ne’ tu- 
multi della città, pacificatore all’arrivo di Cham- 

{ )ionnet, e, mutate le cose, alzato al grado di co- 
onnello francese, c spesso mandato ambasciatore 
alle torme de’ popolari. Arringava in plebeo, solo 
idioma ch’ei sapesse; da poggiolo o scranna per 
mostrarsi in alto, non preparato; ^permettendo la 
disputa o le risposte. Diceva im giorno: «11 pane 
>»è caro perchè il tiranno fa predare le navi ca- 
M riche di grano, che ci verrebbero da Barberia. 
«che dobbiamo far noi? Odiarlo, sostenergli guer- 
»ra, morir tutti piuttosto che rivederlo nostro 



■r 





70 LIBRO QUARTO — 1799 

»re; ed in questa penuria guadagnar la giornata 
sfaticando per non dargli la contentezza di sen* 
«li rei afllittis. 

^ Ed altre volte: 

; «11 governo d’oggi non è di repubblica, la re- 

/ ;>]>ubblica si sta facendo; ma quando sarà fatta, 
ì «noi idioti la conosceremo ne’ godimenti, o nelle 
«sofferenze. Sanno i saccenti perchè mutano le 
«stagioni, noi sappiamo di aver caldo o freddo. 
«Abbiamo sofferto dal tiranno guerra, fame, p^ 
«sic, terremuoto; se dicono che godremo sotto la 
>5 repubblica, diamo tempo a provarlo. 

« Chi vuol far presto semina il campo a rava- 
«nelli, e mangia radici; chi vuol mangiar pane 
«semina a grano e aspetta un anno. Cosi è della 
«repubblica ; per le cose che durano bisogna 
«tempo e fatica. Aspettiamo «. 

Dimandato da uno del popolo che volesse dir 
cittadino, rispose: «Non lo so, ma dev’essere no- 
7>me buono perchè i capezzoni (cosi chiama il 
«volgo i capi dello stato) l’han preso per sè 
«stessi. Col dire ad ognuno cittadmo, i signori 
«non hanno l’eccellenza, e noi non siamo làz- 
«zari; quel nome ci fa uguali «. 

E allora un altro; e che vuol dire questa ugua- 
glianza? 

«Poter essere (indicando con le mani sè stesso) 
j» làzzaro e colonnello. I signori erano colonnelli 
«nel ventre della madre; io lo sono per la ugua- 
«glianza; allora si nasceva alla grandezza, oggi 
«vi si arriva «. 

Non più ne dirò per brevità, sebbene molte ab 
Ire sentenze di egual senno io abbia inteso da 


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LIBRO QUARTO — 1799 71 

^el plebeoj e spiacemi di averne tarpato il più 
sottile per non averle riferite nel dialetto parlato^ 
brevissimo e vivace; della qnale licenza ho detto 
in altri luoghi le cagioni. 

Alcuni preti e frati, sapienti ancor essi, parla- 
vano al popolo di governo; e tirando dal vangelo 
le dottrine di eguaglianza politica, e volgariz- 
zando in dialetto napoletano alcuni motti di Gesù 
Cristo, incitavano e aflForzanano l’odio a’ re, l’a- 
more a’ liberi governi, l’obbedienza all’autorità 


del presente. Spiegavano, come pronostici avve- 
rati di profeti, la fuga di Ferdinando, la venuta 
di genti straniere, il mutato governo; così che 
messe insieme le profezie, la croce,!’ uguaglianza, 
la libertà, la repubblica, mostrandosi con vesti 
sacerdotali, e parlando linguaggio superstiziosa- 
mente creduto, insinuavano alla plebe sensi fa- 
vorevoli per il nuovo stato. Ma pure altri cherici 
da’ confessionali inspiravano sensi contrarii; e ^ior 
vani dissennati guastavano le buone opere de^ sa- 

S ienti per dottrine di sfrenata coscienza; predican- 
o libero il credere, libero il culto di religione, 
non premii celestiali alla virtù, non pene alle colpe;^ 
liullo il futuro come di belve. 

VII. Le cure de’ reggitori , fermate ne’ primi 
tempi alla sola città, si estesero aDe province; ma 
seguendo le istesse regole mandavano commissari 
per dipartimenti, commissari per cantoni, con 
pienezza di potere quando convenisse alla esecu- 
zione delle leggi, e a’ casi urgenti di quiete pub- 
blica, o di guerra. Insieme a’ quali si partivano 
molti altri col nome di democrcaizzatori , senza 
facoltà o stipendi!, col carico di persuadere e ri- 



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72 LIBRO QUARTO — 1799 

«lurre alle forme repuljbllcane le città e terre delle 
provincej provveduti di lettere patenti del gover- 
no, andando a turba per vero zelo o per falso, 
prevedendone uflizli pubblici e guadagni. Non 
dirò, perchè facile a immaginare, quanto i com- 
missari c i dcmocratizzatori paressero ingrati agli 
abitanti delle province, rozzi, semplici, accorti, 
nulla curanti le bellezze qon sentite di libertà; 
spregiatori di vota eloquenza, ed usi a fermare le ^ 
speranze nell’abolizione della feudalità, nella di- 
vLsione delle terre feudali, nella muiorazione del ^ 
tributi, nel miglioramento delle amministrazioni 
c della giustizia. Le quali brame non isfuggivano 
agli oratori di rejmbblica , ma le discorrevano 
variamente, promettendole in lontano, cd unen- 
dole alle riforme religiose, alle libertà di co- 
scienza, a’ matrimoni solamente civili, alla nul- 
lità de’ testamenti, e ad altre innumerevoli sfre- 
.natezze di morale, riprovate dagli usi e dalla mente 
de’ ruvidi abitanti delle campagne. La tendenza * \ 
maggiore de’ discorsi era il pagamento de’ fiscali, 
ed il ricordo degli ajuti e degli sforzi ebe deb- 
bono i cittadini alla nascente libertà. 

Da’ discorsi passando alle opere, andavano i 
commissari investigando gli atti e le opinioni dei 
magistrati; i quali, anziani di età, scelti tra parti- 
giani del passato governo, mal contentavano le 
passioni estreme di giovani ardenti delle parti con- 
trarie; e perciò ad essi erano surrogati uomini 
nuovi. Molti onesti abitanti delle province, scon- 
tenti del passato per sofierta tirannide o per gli 
spogli delle ricchezze pubbliche e private, ama- 
vano gli ordini novelli e gli secondavano; ma si 


DkiiÌi/h(i by 




LIBRO QUARTO — 1799 73 

arrestarono a mezzo corso quando, visto gover- 
natolo stato dalle opinioni non dal consiglio, pre- 
sagirono pericoli e precipizi. 

Vili. Un solo frastuono di libertà, le accuse 
pubbliche, non ancora si udiva, ma fu corto il 
silenzio. Niccolò Palomba volendo accusai'c Pros- 
docimo Rotondo, membro tra i venticinque del 
governo, adunò molti patriotti; ed esponendo le 
colpe, le pruove, la utilità del giudizio, dimandò 
assistenza contro d’uomo potente; ma in tempi 
ne’ quali la potenza vera risiedeva nella sovranità 
del popolo. Applaudito il pensiero, intese le ac- 
cuse, fu promesso per grida patrocinio all’ ani- 
moso proponimento. Nuovo il giudizio e non pre- 
' scritte le forme, andò l’accusatore con grande 

numero di dienti, e con libello che lesse al go- 
verno sedente in atto di legislatore, presente l’ac- 
' cusato c facendo parte dell’ augusto consesso. 

Maravigliarono gli uditori; ed alzandosi dubbio 
se l’accusa dovesse ammettersi, pregante l’accu- 
sato fu ammessa. Trattava di colpe antiche e non 
vere: la fama di Rotondo era egregia; quella di 
Palomba (tranne l’amore per la repubblica) cor- 
reva macchiata di sospetti e di falli; ma i faziosi 
tenendo ad argomento di piena libertà quel pro- 
cesso, lodavano a mille voci l’accusatore, e con- 
certavano seco in secreto adunanze le offese; men- 
tre l’accusato dimandava in aperto il giudizio. 
Parve scandalo al governo il proseguimento di 
processo iniquo, pericoloso per lo esemplo all’au- 
torità inviolabile de’ rappresentanti dello stato; e 
) perciò , seguendo il partito degl’ infingardi , lo 

sospese; concesse a Palomba uffizio grande e bra- 


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LIBRO QUARTO — 1799 

inalo di commissario in un dipartimentoj e sperò 
di coprire col silenzio la luniitudine de’ fatti. Quin- 
di ad un mese, mutate le lonne e le persone del 
governo provvisorio, Prosdocimo Rotondo tor- 
nalo privato cittadino, valendosi delle ragioni di 
libertà, dimandò il rinnovamento del giudizio 
da’ magistrati comuni} e fu assolto. Non egli per 
magnanimitxì, e non alcun altro, custode delle 
leggi, per timidezza, diede accusa di calunnia. 

Que fatti mostrarono la via degl’impieghi pub- 
blici, la forza delle adunanze secrete, la debilità 
del governo. Perciò si udirono ad un tratto mille 
accuse} non bastando egregia fama, probità di 
antica vita, viver presente immaculato, a conte- 
nere le ambizioni e la protervia de’ tristi. F u com- 
posto tribunale, chiamalo Censorio, a ricevere le 
accuse, esaminarle, spingerle in giudizio, e prov- 
vedere a’ lamenti de^i oppressori (era il motto 
degli accusatori) ed alla necessaria tutela degli 
accusati. Sursero al tempo medesimo le società 
popolari, segrete o manifeste, nelle quali i settari 
preparavano le accuse} delle pubbliche due furono 

Ì )iù famose, le sale Patriottica e Popolare; le qua- 
i, ad esempio de’ club francesi, adunavansi quan- 
do in pubblico, cpiando in privato, sotto presi- 
denza, con tribuna, processo delle materie discusse 
e libro delle decisioni. Le grandi quistioni di po- 
litica, le nuove costituzioni dello stato, le leggi, le 
ordinanze, la guerra^ e poi gli ufQzii, gli ufdziali, la 
vita pubblica, la privata de’ cittadini, erano sub- 
bietto di esame con libertà o licenza tribunicia} e le 
profferite sentenze andavano, secondo i casi, al go- 
verno sotto forma di messaggi o di consigli, al tri- 


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LIBRO QUARTO — 1799 75 

bunale censorio per accusa, e al popolo per tui- 
multi. Nessuna coscienza riposava nella sua virtù, 
nessuna voce maligna era spregevole, ogni nemico 
potente, ^alunque merito pericoloso. Vedevi 
mutamenti continui negli officii dello stato, odii 
acerbi, fazioni operose; il quale remore di accuse, 
di calunnie, di lamenti, si alzò strepitoso, e non 

J )Osò che al cadere della repubblica; imperciocché 
e sètte, sintomi della infermità de’ governi, spen- 
gono questi se non sono spente. 

IX. Mentre nella sala Patriottica si agitavano le 

f dù sottili quistioni sul nuovo statuto, e la stessa 
ibertà francese pareva scarsa per noi, compai’ve 
la costituzione della repubblica napoletana, pro- 
posta nel eomitato legislativo dal rappresentante 
Mario Pagano. Era la costituzione francese del 
1793, con poche variazioni suggerite da mode- 
sta libertà. Dispiacque leggere in essa rivocati i 
parlamenti comunali, tumultuosi veramente ed 
mutili sotto dispotica signoria., ma in repubblica 
mezzi opportuni alle elezioni ed àìnmimstrazioni, 
che sono i cardini di ogni libera società. Era de- 
bole in quella carta il potere giudiziario, nè ap- 

{ )ieno libero l’ amministrativo ; si applaudì ab 
'immaginato corpo degli Efori, sostenitori della 
sovranità del popolo. Due principi! prevalevano; 
l’equilibrio de’ poteri astratti senza troppo awer-, 
tire all’ equilibrio delle forze presenti, ovvero a 
ciò che in stato libero è forza, cioè, costumi, 
opinioni, virtù del popolo; ed il sospetto contro 
al potere esecutivo, ed a’ cittadini potenti. Come 
le leggi bastassero ad impedire i precipizi di stato 
libero, quando nel seno di lui oprano le cagioni 


? 


i I 


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:e LIBRO QUARTO — 1799 

«Iella rovina, mancò alla repubblica napoletana 
il tempo (li sperimentarlo jun anno appresso quelle 
medesime leggi sospettose non mantennero dalla 
caduta la repubblica madre. Avventurosa, alme- 
no, perchè tliscese nelle mani di un Cesare che 
durò tre lustri, e le serbò gran parte delle ac«{ul- 
Slate libertà; misera Napoli che innabissò nello 
voragini del dispotismo. 

11 governo provvisorio esaminava lo statuto co- 
stituzionale, consolando con le speranze future le 
mestizie presenti, che im certo Faypoult commis- 
sario di Francia, venne ad accrescere. Egli por- 
tava decreto della sua repubblica, la quale, forte 
nella ragioni della conquista, riconfermava le im- 
poste di guerra; e diceva patrimonio della Fran- 
cia i beni della corona di Napoli, i palazzi o reg- 
gie, L boschi delle cacce, le doti degli ordini «li 
Malta e Costantiniano, i beni de’ monasteri, i feudi 
idlodiali, i banchi, la fabbrica della porcellana, 
le anticaglie nascoste ancora nel seno di Pompei 
e di Ercolano. Il generale Championnet, che tra- 
vagliato dalla universale scontentezza ne preve- 
deva i pericoli, e non aveva cuore disumano, im- 
pedì a Faypoult l’ esecuzione del decreto, e ne 
fece per editto pubblicala nullità: ma insistendo 
il commissario, e accesa briga, v^inse il più forte; 
Faypoult, discacciato, si partì. Piac«pie ciò a’ Na- 
poletani, che doppiando 1 odio contro i Francesi, 

{ iresero ad amare Championnet; scusandolo ai- 
ora delle passate durezze, dicendole necessità, e 
rammentando (que’ della plebe) la sua religione, 
il ricco dono a san Gennaro, e certo accidente, 
il cui principio era ignoto. Avvegnaché nei regi- 



LIBRO QUARTO — 1799 77 

stri battesimali della chiesa di sant’Anna era un 
Giovanni Cliampionnè, diverso per genitori e pef 
tempo di natali; ma frattanto il generale fu cre- 
duto napoletano, benché veramente nascesse in 
Valerìaartref'Dérfinato. 

Quindi spiacque leggere nelle gazzette francesi 
decreto del Direttorio, che diceva così: « Visto 
che il generale Championnet ha impiegato l’ au- 
>•> torità c la forza per impedire l’ azione del po- 
}•> tere da noi confidalo al commissario civile Fay- 
r> poult; e che perciò si è messo in aperta rihel- 
jjiione contro u governo; il cittadino Champion* 
net , generale di dhisione , già comandante 
J5 deir esercito di Napoli, sarà messo in arresto e 
y> tradotto innanzi un consiglio di guerra per es- 
« sere giudicato del suo delitto >•>. 

Subito Championnet si parti; ebbe il comando 
dell’esercito il generale Macdonald. Champion- 
net giudicato in Francia ed assoluto, ritornalo 
all’ impero degli eserciti, accresciuto di gloria, 
povero di fortuna, mori poco appresso in Anfibo; 
e, se fu vera la fama, di veleno datogli o preso. 
Jslolti sospiri mandarono i Napoletani alle sue 
sventure; tanto più che venne compagno al Mac- 
donald quel medesimo Faj-poult, baldanzoso, 
protervo, inflessibile; vago di vendicare la gioia 
de’ Napoletani alla sua cacciata, e l’amore che 
portavano al suo nemico. 

X. Giunse in quel mezzo nuova che i Francesi 
occupavano gli stati della Toscana, e che il gran 
duca Ferdinando III con la famiglia ne usciva. 11 
Direttorio francese, insaziabile di conquiste, do- 
po invasi gli sUti di Lucca, dimandò ragione al 


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78 LIBRO QUARTO — 1799 

governo toscano delle ostilità manifestate nel ri- 
cevere le schiere napoletane contrarie alla Fran- 
cia, e nel d^re asilo al pontefice l’io VI. 11 gran 
duca rispose che non mai nemicizia nè sdegno 
contro la Repubblica, ma forza, e però necessità 
de’ più deboli, era stato motivo alla pazienza di 
ricevere Tarmi napoletane nel porto di Livorno, 
minacciato da forti navigli siculi e inglesi: e in 
quanto al pontefice, che nessun atto vietando 
dargli ricovero, era debito di principe cristiano 
concederlo al capo della cristianità, vecchissimo 
c misero. Benché laudabili e vere le discolpe, e 
di già cominciate le avversità delle armi francesi 
su l’Adige, così che bisognava raccòrrò non già 
dissipare gli eserciti della Repubblica, prevalendo 
T avidità del Direttorio e del generale Scherer 
duce supremo in Italia, andò contro Firenze una 
legione francese che il generale Gauthler diri- 
geva; e giunta presso alle mura, intimò per aral- 
do la resa della città. Ma Ferdinando III, rasse- 
gnato alle necessità del tempo, mandò in risposta 
T editto seguente: 

» A’ miei popoli. 

» Vengono m Toscana armi francesi. Noi ri- 
j) guarderemo come prova di fedeltà e di amore 
>! de’ nostri sudditi l’obbedienza al comando delle 
autorità, il mantenimento della quiete pubblica, 
»il rispetto a’ Francesi, la diligenza di evitare gli 
«sdegni de’ novelli dominatori. Per le quali cose 
«crescerà, se d’incremento è capace, il nostro 
« allctto verso i nostri popoli «. 

Dopo ciò Tarmi francesi entrarono a Firenze; 

il gran duca, nel dì seguente 37 di marzo, ne 


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' LIBRO QUARTO — 1799 79 

parti; la ^iete non fu turbata. Per i quali suc> 
cessij vedendo allargati in Italia i dominii e le 
parti di repubblica ; si rallegrò il governo di Na- 

S oli. Ultima contentezza; imperciocché da quel 
1 non giunse nuova se non mesta. 

CAPO SECOINDO 


Sollevazioni de’Borbonlani nelle province. Coste del re di Sici- 
lia e degl’ Inglesi contro la Repubblica. Ceste in difesa di lei. 

XT. Gessato lo sbalordimento del quale i Borbo- 
niani furono presi per la guerra infelice, la patita 
conquista ed il nuovo stato, e non repressi i primi 
tumulti nelle province da’ battaglioni francesi sem- 
pre annunciati, non mai visti, sursero le scontentez- 
ze discorse nel precedente capo; e in varii punti 
dello stato, ribellioni e armamenti. Stavano le mol- 
titudini contro gli ordini nuovi^ per la opposta par- 
te, giovani scarsi di numero e di credito; taceva- 
no i prudenti, non per odio alla repubblica o per 
amore al passato, ma perchè prevedevano i mali 
e i pericoli del futuro. Nelle città corse dal nemico 
s’imputavano i danni sofferti, meno alla guerra e 
alle ragioni della conquista, che alla indisciplina 
delle milizie, alla intemperanza de’ capi; e le città 
non ancora tocche temevano gli stessi Francesi e 
gli stessi danni; era universale lo scontento. 1 Dal- 
mati, gli armigeri baronali, le squadre delle udien- 
ze, e que’ tanti che vivevano di stipendii d’armi, 
uniti a torme, andando in scorreria con motivo 
o pretesto di fede all’antico re, arricchivano di 
bottino e di spoglL 


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80 LIBRO QUARTO — 1799 

?iegU Abruzzi dove le armi Borboniane rima- 
sero per poco tempo sospese, non mai deposte, 
si ribranoirono più fieramente clie innanzi sotto 
i capi Pronio e Rodio. Pronio ne’ suoi primi anni 
fu clierico; ma spinto da malo ingegno prese pa- i 

tenie di armigero nelle squadre baronali del mar- 
chese del Vasto} quindi, reo di omicidii, andò I 

condannato alle galere, dalle quali per forza ed 
industria fuggitivo, passò a correre le campagne. 

Fattosi partigiano dc’Borboni, combattè fortunato 
contro Uuhesme} e scelto capo dagli uguali, acqui- 
stò fama, sicurtà e ricchezze. Rodio, di civili na- 
tali, studioso di lettere latine, dottore in legge, 1 

scaltro, ambizioso, prcvidde le sventure della re- 
j)uhblica, e parteggiò per i contrarli. Fu accolto 
dalle turbe} e avvegnaché primo esemplo d’uomo 
gentile non macchiato di colpe che abbracciasse 
quelle parti sino allora seguite da’ peggiori, lo 
gridarono capo. La città di Téramo, ed alcune 
altre terre tornarono alla obbedienza dell’antico 
re} i Francesi guardavano i forti di Pescara, Aqui- 
la, Civitella, e correvano intorno intorno a pre- 
dar viveri, a rialzare gli alberi abbattuti della liber- 
tà, ad animare 1 seguaci loro, a punire i contrarii. 

Gli altri paesi delle tre province, divisi per genio, 
e seguitando l’ingegno vario de’ più potenti, sta- 
vano per la signoria o per la libertà} e poiché gli 
odil e le contese di municipio nemicavano ab an- 
tico 1 popoli confinanti , dipendeva spesso la 
scelta di governo dalla scelta contraria del vici- 
no} maggiore incitamento a sdegnarsi, a com- 
battere, alle rovine, alle stragi. 

INella Terra di Lavoro molti paesi del confine 


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LIBRO QUARTO — T799 81 

stavano sotto l’Impero di Michele Pezza, nato in 
Ilri di bassi parenti, omicida e ladro; cosicché 
da due anni per bando del governo pericolava 
sotto taglia il suo capo; ma per continue venture 

0 scaltrezze, vincitore ad ogni cimento, scampava 

1 pericoli; e la nostra plebe, però che dice scaltris- 
simi ed invincibili il diavolo e i frati, lo chiamò 
Fra Diavolo; ed egli, per argomento di prodezza 
e fortuna, ritenne il sopranome nelle guerre ci- 
vili e sino a morte. Audace, valoroso, spregiatore 
d’ogni virtù, fattosi capo di numerosa torma, te- 
nendosi agli agguati fra le rupi e le boscaglie del 
suo paese, e vedendo da lungi, non visto, dispo- 
neva gli assalti contro a’ soldati francesi che an- 
davano soli o a piccole partite, e sjiietatamente 
gli uccideva. Correndo da Portella al Garigliano 
trucidava i corrieri e qualunque gli desse ombra 
di recar lettere o ambasciate; rompeva'il cammi- 
nò tra Napoli e Roma. 

Nella stessa provincia ma in altra contrada, 
quella di Sora, guerreggiava capo di molti Gae- 
tano Mammone mulinaro; la ferità del quale tanto 
si scosta dalla natura degli uomini e si avvicina 
alle belve crudelissime, ebe io con animo com- 

E reso di orrore dirò di lui come di mostro terri- 
ile. Ingordo di sangue umano, lo bevea per di- 
letto; beveva il proprio sangue ne’ salassi suoi; 
negli altrui, lo chiedeva e tracannava; gradiva, 
desinando, avere su' la mensa un capo umano, di 
fresco reciso e sanguinoso; sorbiva sangue o li- 
quori in teschio d’uomo e gli era diletto a mu- 
tarlo. Immanità che non avrei narrate nè credute , 
se il pxibblico grido, che spesso amplifica i fatti 
Colletta, T , IL 6 



82 


LIBRO QUARTO — 1799 
marav’igliosi, non fusse confermato da Vincenzo 
Coco, uomo ed autore pregiatissuno, consigliere 
di stato, magistrato integerrimo, che da istorico 
narra e da testimonio accerta le riferite crudeltà. 
Mammone in quelle guerre* civili sj>ense quattro- 
cento almeno Francesi o Napoletani, e tutti di sua 
mano, facendo trarre dal carcere i prigionieri per 
ucciderli a gioia del convito, stando a mensa coi 
maggiori della sua torma. Eppure a tal uomo, o 
a questa belva, il re Ferdinando e la regina Ca- 
rolina scrivevano: w mio generale e mio amico 
Prosieguo a descrivere lo stato interno de’ po- 
poli. Torìna numerosa guerreggiava nella provin- 
cia di Salerno, l'na stretta nominata di Campe- 
strino, difficile, intrigala, era guernita di Borbo- 
niani, che la cedevano solamente alle poderose 
colonne di milizia, e combattendo. Di là corre- 
vano le terre del Cilento, i monti di Lagonegro, 
è gli stessi dintorni della città capo della provin- 
cia; perciò il cammino delle Calabrie ingombe- 
rato da’ Borbonlani era’ chiuso ad ogni altro. La 
città di Capaccio e le terre di Siclgnano, Castel- 
iucclo. Polla,. Sala, inalzata bandiera regia, mi- 
nacciavano i paesi di repubblica. 11 vescovo Torni- 
sio, dopo ribellatala città di Capaccio, combatteva 
con armi spirituali e guerriere; mentre nelle alti'e 
terre deUa stessa provincia dirigeva le armi per 
il re Gherardo Curci sopranomato Sciarpa, già 
capo degli armigeri della udienza, congedato da 
queir uffizio, ributtato quando egli chiese di ser- 
virla repubblica, e ingiuriato del nome di satellite 
della tirannide. • 

XII. Guerra più sanguinosa travagliava la Ba- 


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LIBRO QUARTO — 1799 83 

silicata j combattendo quei popoli ciecamente ;chè 
l’essere governati a repubblica o a signoria non. 
era sentimento ma pretesto a sfogare odii più an- 
tichi: vede'vi perciò d’ambe le parti molte truppe, 
molti corpi, combattimenti giornalieri, stragi con- 
tinue. Nmle quali domestiche sventure due casi 
avvennero degni di ricordanza. La ‘piccola città 
di Picerno, che avea festeggiato con s'mcera al- 
legrezza il mutato politico reggimento, assalita 
da’Borboniani sbarrò le porte; e ajutandosi ‘del 
del luogo, allontanò più volte gli assalitori. Sino 
a che, aeclinando le sorti universali della repub- 
blica, torme più numerose andarono all’assedioj 
e fu agli abitanti necessità combattere dalle mura. 
Finita dopo certo tempo la munizione di piombo 
e consultato del rimetlio in popolare parlamento, 
fu stabilito che si fondessero le canne d’organo, 
delle chiese, poscia i piombi delle finestre, in ul- 
timo gli utensili domestici e gl’istrumenti di far- 
macìa; con i quali compensi abbondò il piombo 
come abbcmdava la polvere. 1 sacerdoti eccitava- 
no alla guerra con devote preghiere nelle chiese 
e nelle piazze;! troppo vecchi, i troppo giovani 
pugnavano quanto valeva debilità del proprio sta- 
to; le donne prendevano cura pietosa de’ feriti; e 
parecchie, vestite come uomini, combattevano a 
fianco de’ mariti o fratelli; ingannando il nemico 
meno dalle mutate vesti che per valore. Tanta vir- 
tù ebbe mercede, avvegnaché la città non cadde 
prima che non cadessero la provincia e lo stato. 

Presso a Picerno, in Potenza, città grande, 
oggi capo della provincia, era vescovo Francesco 
Serao, lo stesso rammentato con debita lode nel 


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84 LIBRO QUARTO — 1799 

secondo libro di queste istorie; il quale già tra- 
vagliato per giansenista dalla Santa Sede, soste- 
nuto in quel tempo dal re, ma poi, per mutata 
])olitica di governo, venutogli a tedio, era tenuto 
settario di repubblica e de’r’rancesi. Cosicché ai 
primi tumulti assalito nella casa vescovile, tro- 
vato in atto di preghiera innanzi alla croce, fu 
trascinato nella strada, ucciso, troncato del capo, 
e ’l capo in punta di lancia portato in giro per 
la città. Furono i manigoldi pochi di numero, 
diciasetle, nessun plebeo. Un cittadino di Po- 
tenza > INiccolò Addone, ricco, 6ero per natura, 
devoto della cristiana religione, amante di repub- 
hliba, ma occulto perchè temeva nelle dubbietà 
di quello stato arrischiare le sue ricchezze, quan- 
do vidde lo spettacolo atroce, giurò vendicarlo: 
e noi potendo apertamente, usò d’inganni Con- 
ciossiachè fingendosi Borboniano, allegro della 
morte del vescovo, chiamò a convito gli uccisori, 
e, dopo lauta mensa e bevere trasmodato, tutti 
gli spensej nè già di veleno ma di ferro, e più 
col braccio proprio che de’ suoi fedeli, che pure 
a mensa o nascosti nella casa attendevano il co- 
mando della strage. Orrida scena, che spiacque 
a’ partigiani medesimi di repubblica; e l’ Addone, 
ciò visto, fuggì di Potenza, e tenutosi lungo tem- 
po ne^oschi, si riparò in Francia. Anni appres- 
so, perdonato di que’ misfatti per decreti del 
nuovo re Giuseppe Buonaparte, tornò in regno; 
e 1 età nostra lo vidde accusatore calunnioso di 
delitti di maestà, a prò de’ Borboni, e a daimo di 
onesti cittadini Kè fu punito; e vive ancora tra 
ricchezze avite, o mal tolte. 


• “t 



LIBRO QUARTO — 1799 85 

XIII. Sommovevano le Puglie contro la repub* 
bllca rpialtro Còrsi, de Cesare, BocCheclampe, Cor- 
bara c Colonna^ de’ quali de Cesare era in patria 
servitor di livrea, Boccbeclampe antico soldato 
di artiglieria e disertore. Colonna e Corbara va- 
gabondi e viventi di male arti: tutti e (luattro 
fuggitivi di Corsica per delitti; e da Rapoll, per 
timor de’ Francesi, cercevano imbarco nei porti 
della Puglia per Sicilia o Corfù. E giunti a Mon- 
teiasi, alloggiando per ventura nella casa del mas- 
saro Girunda, ingegnoso fabbro di briglie, con- 
certarono sollevare i popoli a prò de’ Borboni, 
figurando Corbara il principe Francesco erede al 
trono; Colonna, il contestabile suo cavaliero ; 
Boccheciampe il fratello del re di Spagna; e de 
Cesare, il duca di Sassonia. Girunda, in quelle 
trame, sarebbe precursore, testimonio e tromba 
delle fallacie, 11 vero principe Francesco era stato 
in Puglia, come dicemmo nel terzo libro, poco 
tempo innanzi; ma Girunda confidò nella credu- 
lità degli stolti, e ne guadagni che gli astuti trar- 
rebbero da quelle scene. Concertate nella notte 
le parti, va Girunda, prima che il giorno spun- 
tasse, a palesare per la città misteriosamente l’ar- 
rivo de' principi e la fortuna di essere primi a 
seguirli. E creduto; e numeroso stuolo di plebe 
accorrendo alla piccola casa dove quei grandi 
alloggiavano, si olirono per grida guerrieri e ser- . 
. vL Esce il Colonna su la strada; rende grazie in 
nome del principe allo zelo de’ presenti, ma li 
accommiata. Il Girunda in quel tempo avea provve- 
duto una carrozza, e nell’entrare in essa i quattro 
Còrsi simularono riverenza al prindq)e F rancesco; 


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«6 LlifRo QUARTO — 1799 

il quxde dicendo agli astanti: « io mi abbandono 

in braccio de’- miei popoli^ » e salutandoli beni* 

g namente j si chiuse in legno e partirono verso 
rindisi. ' ^ 

]\e’ Còrsi abbonda U talento di ventura •, cosicché 
adoperavano, secondo i casi, alterigia, magnani* 
mità, grandezza di princìpi: si partivano da luo* 

S bi abitati prima del giorno, ^iugnevano all’ entrar 
ella notte, andava innanzi di molte miglia il 
Girunda a preparare alloggiamenti e credenze. E 
perciò mille bocche accertavano la presenza dei 
principi, ognun dicendo: « io gli ho veduti; n ed 
aggiungendo, come suole nel racconto delle ma* 
ravigUe, latti non veri ma creduti. 1 successi avan* 
2arono le speranze: popoli armati seguivano la 


carrozza, circondavano fa casa degl’impostori, ed 
abbattendo i segni di repubblica rist^ilivano il 
regno. 11 finto [H'ineipe Francesco rivocava ma* 


gistrati, ne creava novelli, vuotava le casse dell’e- 
rario, imponeva taglie grayissime alle case dei 
ribelli : obbedito più di vero principe perchè più 
ardito, e secondato da popolo pronto alle esecu* 
zionL L’Arcivescovo d’ Otranto' che da lungo tem- 


cerìmonie della chiesa e della reggia, oggi parte* 
(àpe agl’ inganni, ed egli medesimo ingannatore, 
accertò dal pergamo essere il presenjte quel desso, 
nome che dopo un anno, per i travagli di guerra 
e di rerao, a{q>aris8e mutato nell’aspetto, -i. . 


e fpi rerao, a{q>ans8e mutato nell aspetto, -i. . 

lUvolsero ^egl’ impostori cammino verso Tà- 
i ranto, dove giunti viddero approdare il vascello 
^che portava in Sicilia le veccme principesse di 


Digilizir.; 1;. Cciiole 


LIBRO QUARTO — I?99 t7 

Francia, fuggitive da Napoli. Non ismarrirono gli 
audaci, ed il Corbara preceduto da Imbasciate, 
rivelanti alle principesse i fatti mara^^glIosi di 
rpiella popolare credulità, andò con pompa regale 
e fidanza di parente a quelle donne; le quali, 
benché superbe come di stirpe regia Borbonica, 
per giovare alla causa del i*e, accolsero da nipote 
queir uomo abbietto; gli diedero titolo di altezza 
e gli prodigarono i segni di riverenza e di affetto. 
Così confermate le credenze de’ popoli, armi nu- 
merose adunaronsi-per le parti regie, e gli stessi 
incredidi, o i certi della impostura unendosi alla 
fortuna, tre provincle di Puglia ribellarono. Cor- 
bara, dopo ciò, desideroso di porre in salvo le 
male acquistate ricchezze, bandi eh’ egli, portando 
seco il contestabile Colonna, andava in Corfu per 
tornare con poderose schiere di Bussi; e che la- 
sciava luogotenenti e generali nel regno il fratello 
del re di Spagna e’I duca di Sassonia. Si parti. 
Uscito appena- dal golfo, preso da pirati, perde 
ricchezza e vùta; il Colonna non morì, ma il suo 
nome scomparve. Boccheciampe, difendendo il 
castello di Brindisi- da vascello h ancese, fu morto; 
e de Cesare condottiero fortunato di numerose 
-torme, occupò senza guerra Trani, Andria, Mar- 
tina, città grandi e forti, mentre le minori e le più 
parte delle terre Pugliesi, debellate- dal grido, 
ubbidivano al re. 

XIV. Rimane a dire delle Calabrie. Benché lo 
stato di repubblica trovasse maggior numero di 
seguaci ne Calabresi, avidi forse di vendicare le 
patite ingiurie da feudalità più tiranna, o perchè 
nella ruvidezza de’ costumi e del vivere serbassero 


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88 LIBRO QUARTO — 1799 

le virtù primitive di libertà, pure tenevano dal- 
la parte del re Innumerevoli cittadini; potendo 
affermare che i repubblicani dello stato intero 
stavano a’ contrarii come il dieci al mille. 1 Bor- 
boniani calabresi spedirono al re nella vicina Si- 
cilia fogli e legati per avvisarlo delle condizioni 
di quelle province, e pregarlo mandasse milizie, 
come che poche, ed armi assai, e personaggi di 
autorità, e leggi, e bandi per ajutare lo zelo delle 
genti già mosse; soccorresse il suo regno; impie- 
tosisse de’ suoi fedeli esposti alle vendette de ne- 
mici esteriori e<l interni. Altri messi da INapoli c 
dalle Puglie accertavano i popolari tumulti, e la 
facilità tli scacciare i Francesi, di opprimere i ri- 
belli. Ma il re, fenno nella idea di tradimenti, 
non prestando fede a que’ fogli, ma credendoli 
nuovo inganno, confidava solamente nell’ armi dei 
suoi alleati; egli nascondeva a sè medesimo i pro- 
pri torti; la regina ed Acton onestavano per il 
tradimento i falli di governo; Mack in un lungo 
.scritto copriva i suoi mancamenti con quelli del- 
l’esercito; i fuggitivi dal campo scusavano per lo 
stesso trovato le loro colpe; il capitan generale 
Pignatelli accusava traditori gli Eletti della città, 
i Sedili, la più parte de’ nobili. Cosicché non al- 
tro udivasi nella reggia che tradimenti, traditori, 
pene future e vendette. 

Ma le vecchie principesse di Francia giunte in 
Palermo narrando le scene di Tàranto dicevano 
vere e grandi le mosse popolari nella Puglia; 
mentre gli uffizlall inglesi, mandati sopra navi, 
esploratori delle nostre marine riferivano le cose 
istcsse. Tenuto consiglio, fu deciso secondare quei 


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LIBRO QUARTO — 1799 ♦ 89 

moti; e poiché tra’ consiglieri mostravasi ardente 

S er la guerra il cardinale Fabrizio RufFo, il re gli 
iede carico di andare in Calabria ne’ feudi della 
casa; vedere, sentire lo stato della provincia, e 
secondo i casi avanzarsi nel regno o tornare in 
Sicilia; il grado, il nome, la dignità gli sarebbero 
ajuto all’impresa, e scudo contro la malvagità 
de’ nemici. Andò voglioso con pochi seguaci, meno 
danaro, autorità senza limiti, larghe promesse. 
Fabrizio Ruflb, nato di nobile ma tristo seme, 
scaltro per natura, ignorante di scienze o lettere, 
scostumato in gioventù, lascivo in vecchiezza, po- 
vero di casa, dissipatore, prese ne’suoi verdi anni il 
ricco e facile cammino delle prelature. Piacque al 
pontefice Pio VI, dal quale ebbe impiego supremo 
nella camera pontificia; ma per troppi e subiti 
guadagni, perduto uffizio e favore, tornò dovi- 
zioso in patria, lasciando in Roma potenti amici 
acquistati, come in città corrotta , co’ doni e i blan- 
dimenti della fortuna. Dimandò al re di Napoli 
ed ottenne la intendenza della casa regale di Ca- 
serta; indi tornalo nelle grazie di Pio, fueardina- 
le, andò a Roma, e là restò sino al 179B, quando 
per le rivoluzioni di Roma' prese in Napoli rico- 
vero, e poco appresso in Palermo seguendo il re. 

XV. Giunto nel febbraio di quell’anno 1799 
al lido di Calabria, essendosi prima inteso coi 
servi e gli armigeri della sua casa, decorato della 
croce e de’ segni delle sue dignità, sbarcò in Ba- 
gnara dove fu accolto riverentemente dal elero 
e da’ notabili, e con pazza gioia dalla plebe. Di- 
volgato l’arrivo e’I disegno, accorsero da’ vicini 
•paesi torme numerose di popolani guidate da 


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90 • LIBRO QUARTO — 1799 

gentiluomini e da preti o frati, che quando vid- 
dero andar capo un porporato non isdemarono 
quella guerra disordinata e tumultuosa. Il colon- 
nello \Vinspeare già prèside in Catanzaro,,!’ au- 
ditore Angelo Fiore, il canonico Spasiani, il prete 
Rinaldi, e insieme a costoro numero grande di 
soldati fuggitivi o congedati, e di malfattori che 
poco innanzi correvano da ladri le campagne, e 
di malvagi usciti ne’ tumulti delle carceri, si of- 
frirono guerrieri per U’re} ed il cardinale, viste 
le prime fortune, pubblicato il decreto che lo 
nominava luogotenente o vicario dei-regno, usci 
di Bagnara circondato da stuolo numeroso e di- 
sonesto, col quale, senza guerra, soggettò per 
grido le città o terre "sino a Mileto. Dicevasi che 
fa forte città di Monteleone tenesse le parti di re- 
pubblica^ ma intimata di cedere e minacciata di 
esterminio, riscattò la fama per denaro, cavalli, 
viveri ed armi. Stando il cardinale a Mdeto con- 
vocò quanti poteva vescovi, curati, altri cberici 
di grado, e antichi magistrati del re, e militari, 
e impiegati, e cittadini potenti per nome o ric- 
chezza^ ed esponendo i riceventi carichi , la causa 
musta del trono, santa della religione , bandì che 
I cittadini fedeli al re, devoti a Dio dovessero 
unirsi a lui, portando al cappello per insegna e 
riconoscimento la croce bianca e la coccarda rossa 
de’ Borboni; avrebbero oltre i premii celesti, la 
esenzione delle taglie fiscali per sei anni, e i gua- 
dagni della guerra sopra i beni de’ ribelli da quel 
giorno medesimo incamerati alla finanza regia, e 
su le taglie che sarebbero poste alle città o terre 
contrarie; abbattuti gli alberi infami della liber- 


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LIBRO QUARTO ^ 1799 91 

tà, alzerebbero in que’ luoghi le croci;> l’esercito 
si cbiamerebbe della Santa Fede^ per dir col.no> 
me Tobbletto sacro di quella guerra. E poscia 
processionando nella chiesa^ e benedicendo ad 
alta voce le armi, progredì, non mai combatten* 
do, sempre trionfatore, per Monteleone e Cntro, 
sopra' Cotrone. ' ‘,- 

Cottone, città debolmente chiusa, con piccola 
cittadella sul mare Ionio, eija difesa da’ cittadini 
c da soli trentadue Francesi, che venendo d’Egitto 
si erano là riparati dalla tempesta; ma comunque 
animoso il presidio, scarso a armi, di munizioni 
e di vettovaglie, assalito da molte miglia ja di Bor> 
boniani, dopo le prime resistenze dimandò patti 
di resa; rifiutati dal cardinale, che non avendo 
danari per saziare le ingorde torme, nè bastando 
i guadagni poco grandi che facevano sul canuni* 
no, aveva promesso il sacco di quella città. Cosic- 
ché dopo alcune óre di combattimento ineguale, 
^r<diè da una parte piccolo stuolo e sconfortato, 
dall’altra numero immenso e preda ricca e. certa, 
Cotrone fu debellata con strage de’ cittadini ar- 
mati- o inermi,, e tra spogli, libidini e crudeltà 
cieche, infinite. Durò lo scompiglio due giorni; 
e nella mattina che seguì, alzato nel campo altare 
magnifico e croce ornata, dopo la messa che un 
prete guerriero della Santa Fede celebrò, il cardi- 
nale, vestito riccamente di porpora, lodò le geste 
de’ due scorsi giorni, assolvè le colpe nel cuore 
della pugna commesse, e col braccio ùa alto di- 
segnando la croce benedisse le schiere. Dipoi, 
«lasciato ; pr^idio nella cittadella, ed a’ dispersi 
abitanti ( avanù mberi della strage ) nessun go- 



92 LIBRO QUARTO — 1799 

verno e non altre repfole che la memoria e lo spa- 
vento de’ patiti disastri, si partì per Catanzaro, 
altra città di parte francese. 

Giunto a vista, inondando delle sue truppe le 
terre vicine, mandò ambasciata di resa. Ma Ca- 
tauzaro, sopra poggio eminente, cinta di buone 
mura, popolosa di sedicimila abitatori, provve- 
duta d’armi e preparata (per le udite sorti di Co- 
irono ) a’ casi estremi, rispose: ch’ella non mai 
ribelle, obbediente alle forze della conquista fran- 
cese come oggi alle più potenti della Santa Fede, 
tornerebbe volontaria sotto 1’ impero del re, a 
patto che i cittadini non fowero puniti nè ricer- 
cati delle opinioni e delle opere a prò della re- 
pubblica, e che le truppe della Santa Fede non 
entrassero in città, ma solamente i magistrati regii, 
guar«lati ed obbediti dalle milizie urbane. Così 
per pace. Sapesse il eardinale che per guerra sei- 
mila uomini armati morirebbero alle mura com- 
battendo, prima di tollerare i danni e le ingiu?ie 
che aveva ])atite Cott one. Per i quali detti Ruffo 
vidde che la vittoria non sarebbe certa nè alle- 
gra; e simulando modestia, dicendo che i disor- 
dini di Cotrone derivarono dall’ ardore delle sue 
schiere concitate da ostinata resistenza, concordò: 
che la città innalzerebbe la insegna de’ Borboni; 
e tornata sotto l’impero del re, obl)edlrebbe .alle 
sue leggi e magistrati; che milizia urbana, com- 
posta da ministri regii, sarebbe la sola forza del- 
l’autorità regale; che resterebbero occulte le opi- 
nioni de’ cittadini, e rimesse le opere a prò della 
repubblica; non entrerebbero in città le truppe 
Borboniche; Catanzaro pagherebbe per le spese 


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LIBRO QUARTO — 1799 9i 

di ^erra dodici miglia ja di ducati.' La. pace così 
stabilita fu mantenuta^ e poiché tutta quell’ ulti- 
ma Calabria tornò al re, procedè il cardinale ver- 
so Cosenza. r - . . . ~ 

XVI. Tal era nel finire del febbraio lo stato in- 
terno della repubblica, mentre correvano lungo 
le marine legni siciliani ed inglesi, animando alle 
ribellioni, combattendo le città marittime fedeli 
al nuovo reggimento, e lasciando a terra uomini- 
armati, armi, editti del re Ferdinando, e gazzet- 
te narratrici di fatti contrarii alla Francia. Per- 
ciocché in quel medesimo tempo i Russi e Tur- 
chi, sopra potenti navigli, prese alcune delle isole 
Ionie, assediavano Corfù; e dicevano volgereb- 
bero, compiuta quella impresa, in Italia. INelson 
lasciata la Sicilia , navigava nel Mediterraneo : 
molte città romane più vicine alla nostra frontiera 
combattevano per gli ordini antichi; comincia- 
vano i tumulti di Arezzo nella Toscana; e pode- 
roso esercito austriaco aspettava su l’Adige il 
cenno a prorompere. Sapevasi della Sicilia che 
diciottomila nuovi soldati accrescevano l’ esercito 
del re; che il generale Stewart con tremila In- 
glesi presidiava la città di Messina che si forma- 
vano a truppe i partigiani più caldi della naonar- 
chia per venir.éhegli stati di ?tapoli ad accrescere 
là' forza 'é T ardiménto dell’ esercito della Santa 
Fede; e che sovrano e popolo erano accesi di bar- 
baro sdegno contro i Francesi, come attestavano 
due fattL 

Kave con bandiera neutrale in qpiella guerra 
trasportava da Egitto in Francia xinquentasette 
infermi^ tra’ quali U generale Dumas e Maasco^tr, 


» 


M LIBRO QUARTO — 1799 

il naturalista Cordier, altri personaggi di bel no- 
me, e sopratutto il geologo Dolomieu, dotto, chia- 
rissiino. Xa nave, battuta da tempesta, si riparò 
in Taranto, conGdando nella bandiera e nella pa- 
ce che in Egitto non sapevàsl rotta. Ma caddero 
(Quelle fedi, perciocché dominando in Taranto il 
Còrso Boccbeciampe fu trattenuta la nave, ed i 
Francesi e il Dolomieu, chiusi barbaramente in 
orrido carcere, ne uscirono per andare prigio- 
nieri a Messina; dove prevalendo l’ira di parte al 
rispetto della umanità e della fama, furono get- 
tati in carcere più doloroso. Dolomieu, venuto per 
nuova infermità quasi a morte, richiesto al re di 
Sicilia dal governo di Francia, dalla Società Reale 
di Londra, dal re di Danimarca, dal re di Sj)a- 
gna due volte, e dal grido inorridito di tutti i sa- 
pienti di -Europa, rimase in ergastolo; nè fu li- 
bero che per novelle vittorie dei Francesi, tra’ 
■patti di pace con INapoli, nel ventesimo mese di 
prigionia; j>ortando malattia sì grave che poco ap- 
presso lo spense, in eLì non piena di 5i anni. 

Altra nave, pure salpata da Egitto, compagna 
di «juella che jwrtava Dolomieu, colta dalla me- 
desuna tempera si ricoverò nel porto di Agosla, 
per poi menare in Francia quarantotto tra solda- 
ti, ufliziali e amministratori militari, ciechi da 
malattia presa nel barbaro clima dell’Africa. JNè 
però quello sfato miserevole, nè la riverenza che 
inspiravano le margini di onore su la fronte ai 
guerrieri, nè il pensiero eh’ erano arrivati a quel 
porto travagliati dal mare, sopra nave sdrucita e 
riposando nella fedeltà dei trattati, bastarono a 
contenere la ferità degli Agostani che a torme 


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LIBRO QUARTO — 1799 95 

annate sopra piccole barche, assalendo la nave 
uccisero spietatamente <rae’ ciechi e inermi. I ma« 
gistrati reg^i non impedirono la strage; nè il re^ 
quando tornò in pace con la Francia, punì gli 
uccisori, dicendo a pretesto, che ne’ tumulti di 
popolo i rei confusi agl’innocenti sfuggono le 
pruove e le pene. 

Xyil. Tali e tante cose tristissime sapute da’go* 
vernanti della repubblica destarono la tardità di 
quegli animi, che, amanti di quieto vivere, riiug« 
givano dalle necessità di guerra e di castighi. In* 
creduli alle prime nuove, poi confidenti negli in- 
cantesimi della libertà, dicevano che subito e senza 
r opera della forza cesserebbero i moti della plebe 
inquieta perchè ignorante, ma certo pentita e pa- 
cifica sol che sentisse i benefizi del nuovo stato; 
cosicché più potenti dei soldati e delle artiglierie 
sarebbero i discorsi, i catechismi, la eloquenza 
de’conunissari. Ma finalmente, scossi da' pericoli; 
andarono al generale supremo di Francia pre- 
gandolo a soccorrere' la repubblica dagli storzi 
^1 re antico, secondati da gente, infima invero, 
ma spaventevole per numero e atrocità. Esauditi, 


della linea di operazione tra Romagna e Napoli^ 
e dalle fortezze di Civitella e Pescara, tumultua- 
vano in sè stessi con fortuna poca e varia. Le 
province di Avellino e di Salerno restavano sog- 
giogate nel passaggio delle colonné di Puglia e 
m Calabria: la Basilicata, serrata dalle coloùne 
istesse, quieterebbe. I nemici da sconfiggere era- 
no dunque Ruffo e de Cesare. 


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96 LIBRO QUARTO — 1799 

Delle due colonne fu maggiore per numero ed 
arte quella di Puglia, onde presto ricuperare le 
province granaje impedite a mandar vittovaglie, 
da’Borboniani per terra, dagl’inglesi per mare, 
aH’aflamata capitale. 11 generale Duhesme fu eletto 
capo di quella schiera che numerava seimila Fran- 
cesi, e mille o poco più Napoletani, rètti da Et- 
tore Carafl’a, conte di Ruvo. 11 quale, deUa nobile 
stirpe de’ duchi d’Andrla, primo nato ed erede 
della casa, libero per natura, chiuso l’anno 1796 
nelle prigioni di Sant’Elmo, fuggi con l’ulTìziale 
che lo custodiva, e tornò in patria nello esercito 
di Championnet; dedito alle armi ed alle imprese 
più audaci, spregiatore de’ pericoli e di ogni cosa 
(uomini, numi, vizi, virtù) che fosse intoppo ai 
suol dlsegnij strumento potentissimo di rivolu- 
zione. L’altra schiera, quella destinata per le Ca- 
labrie, forte di mlladuecento Napoletani, che sa- 
rebbe nel cammino afforzata òc palriolU fuggitivi 
dal Cardinal Ruffo, aveva per capo Giuseppe Sebi- 
pani, nato Calabrese, milita're dimesso dal grado 
di tenente, perspicace, ignorante, elevato all’al- 
tezza di generale della repubblica perchè settario 
caldissimo e valoroso. La prima schiera, soggio- 
gate le Puglie, volgerebbe alle Calabrie; bastava 
die la seconda contenesse l’esercito della Santa 
Fede; cosicché scopo dell’uria era il vincere, del- 
l’altra il resistere. Gli ordini scritti del governo 

S alesavano l’animo pietoso de’ governanti, confi- 
ando più che nella guerra nella mostra dell’ armi, 
nella modestia de’ capi, nella disciplina de’ soldati, 
nella magnanimità del perdono. Sensi sconvene- 
voli a repubblica nascente, che succede ad invec- 
chiate pratiche di schiavitù. 


LIBRO QUARTO — 1799 97 

Schipanij traversando Salerno ed Eboll, awK 
cinandosl a Campagna, Albanella, Controne, Po- 
stiglione, Capaccio, tutte città o terre amiche, 
vidde bandiera borbonica sul campanile di Ca- 
stelluccia, piccolo villaggio in cima di un monte 
al quale ascendcsi per sentieri alpestri^ e benché 
gli fossero scopo la Calabria e’I Cardinal Ruffo, 
egli, preso di sdegno, volse cammino al paese 
ribelle; scegliendo delle tre strade, a scherno 
d’impacci, la più difficile. 1 Borboniani dall’ alto, 
vedendosi assalili da milizie ordinate, con arti- 
' glierie trasportate sopra muli, trepidarono; e te- 
nuto consiglio tumultuariamente nella chiesa, sta- 
bilivano di arrendersi. Ma colà stando a ventura 
il capitano Sciarpa, biasimata la codardia, disse 
che se fosse nccessiLì cedere il luogo, si cedesse 
a patti di tornare volontari sotto 1 impero della 
repubblica; ma vietando alle ^enti armate di en- 
trare vincitriei nel villaggio. E poiché piacque il 
consiglio, e si diede a Sciarpa istesso il carico di 
eseguirlo, egli mandò a Schipani per pace; e a 
fin di vantare le foi’ze del luogo, e tentar nuova- 
mente le sue fortune, fece dire: «che i cittadini 
volevano guerra, ma che liavea persuasi alla soni- 
« missione il capitano Sciarpa, non avverso alla 
«repubblica, e pronto a darne pruova se lo im- 
«piegassero nelle milizie intei'ne dello stato». 
Quindi espose i patti. L’altro, ehe ad ascoltare 
impazientava, replicò essere venuto a Gastelluccia 
per guerra non per pace; e a dar pene non prcmli : 
si arrendessero i ribelli a discrezione, o fossero 
preparati a sorti estreme. Sensi atroci, ed in guerra 
civile atrocissimi e stolti. 

Colletta, T. IL 


7 


98 LIBRO QUARTO — 1799 

Riferiti quc' fatti al popolo adunalo ancora nella 
chiesa. Sciarpa disse: «Or vedete gli effetti della 
«codardia e del precipitato consiglio di arren- 
«dervi. Non vi ha per me che due parliti: se ri- 
«piglierete animo, io vi guiderò alla battaglia 
«e alla vittoria; se vorrete darvi a vincitore su- 
«perbo e spietato, e con' voi le vostro robe e 
«le vostre donne, io, per altra strada che tcn- 
«go sicura, andrò con i miei a eombattere in 
«miglior luogo, tra miglior popolo «. Risposero 
gridando guerra; e appena il parroco dall altare 
ebbe segnata la croce su le armi e benedetto il 
voto di combattere, tutti andarono contro al ne- 
mico, apprendendo da Sciarpa le parti e le re- 
gole della battaglia. Traltanto giungevano affati- 
cati alle prime ease del villaggio i repubblicani, e 
tolleravano grandine di archibusate da nemici 
non visti, nè però si arrestarono; ma dietro al 
generale (che lenendo in alto la spada gl’ inci- 
tava con l’esempio e la voce) stavano alla entrala 
della terra, dove infiniti colpi e molle morti, 
molte ferite, nessun nemico ih aperto, abbatte- 
rono lo sterile coraggio di queUa schiera; cosi che 
il capo, facendo sonare a raccolta, imprese a ri- 
tirarsi. Sbucaronb allora dalle mura i nascosti 
guerrieri, e seguitando per la china ì fuggitivi, 
altri ne uccisero, altri ne presero, e furono sopra 
i prigioni e i feriti crudeli eome barbari. Schi- 
pani trasse le sue schiere scemate in Salerno; a 
Sciarpa crebbe animo e nome. * 

XVIII. Assai differenti dalle descritte furono le 
sorti della schiera di Puglia; la quale sottoponendo 
col grido le città forti e nemiche di Troia, Lucerà 


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LIBRO quarto — 1799 99 

e Bovino , accolta festivamente in Foggia città 
amica, rianimate Barletta e Manfredonia che te- 
nevano per la repubblica, preparò gli assalti a 
Sansevero, popolosa, rinforzata da’ feroci abitanti 
del Gargano, con animi risoluti alla vittoria o 
alla morte. Quella città non ha mura, nè i difen- 
sori l’avevano munita di opere, cX)nfidando nel 
numero di dodicimila combattenti e nel valor di- 
sperato. Avean presso alle case,. a cavaliere, pic- 
colo poggio fitto di ulivi e di vigne; dove come 
ad Imboscata disegnavano di nascondere i più va- 
lorosi per menarli nella città quando il nemico, 
avaro e lascivo, andasse, come è costume, spiccio- 
latamente in cerca di ricchezze e di piaceri: Il ge- 
nerale Duhesme che in Bovino aveva fatto punir 
con la morte i colpevoli della ribellione, e tre sol- 
dati francesi reidi furto, notificò (pelle discipline 
in luogo di minacce o promesse agli abitanti di 
Sansevero. E costoro uccidendo alcuni partigiani 
di repubblica, o cittadini onesti, o sacerdoti, sol 
perchè pregavano la pace, avvisarono il generale 
di (quelle crudeltà, chiamandole (ad esempio e 
a dileggio del suo scritto) discipline loro. E (piindi, 
scoppiando lo sdegno in Duhesme, mosse il 25 
di febbraio contro Sansevéro; e saputo, per in- 
gegno di. guerra o dalle spie, il disegno (le’jBor- 
boniani, avviò forte scraadra per la sinistra del 
poggio, onde snidarli dagli uliveti; e nella vitto- 
toria che teneva certa, tagliar le strade alla fu«ra. 

1 Borboniani, per la opposta parte, divinando il 
pensiero del nemico, assai forti su la prima fronte 
per cannoni portati a braccia, e per numerosa 
cavalleria sciolta e scorritrice nel piano come Nu- 


100 LIBRO QUARTO — 1799 

inida, uscirono in forza dal bosco, ed animosa- ' 
mente guerreggiando forzavano quella squadra 
francese a retrocedere. 

Accorse In ajuto altra squadra, mentre Duliesme 
assaltò in gran giro la città con arti nuove a’ di- 
fensori ; cosiccJiè sbaragliata la cavalleria , più 
molesta die forte, vinte le batterle, superato e 
cinto il poggio degli ulivi, fece sonare a vittoria 
e ad esterminio. Ael quale scompiglio de’Borbo- 
nianl,. compito dalla prima squadra l’ ordinato nu> 
vimento, e cosi tolte le strade al fuggire, finì la 
guerra, cominciò la strage; spietata, impercioc- 
ché 1 Francesi vendicavano trecento commilitoni 
estinti; altretanti almeno feriti, e le morti civili 
e le audaci risposte alle offerte di pace. Tremila 
di 5ansevero giacevano sul campo, e non finiva 
Feccidio; quando le donne con capelli sparsi, e 
vesti lacere e sordidate, portando in braccio i 
bambini, si presentarono al vincitore pregando 
che soprastessero dall’ uccidere, a consumassero 
il castigo meritato da città ribelle sopra i figli e 
le mogli de’ pochissimi iiominl che restavano. 
Quello spettacolo di pietà e di miseria commo- 
vendo Fanlmo de’Franccsl, tornarono mansueti 
i vincitori, sicuri i vinti. i 

I fatti di Sansevero, come che bastassero a sco- 
raggiare molte piccole terre della Puglia, confer- 
marono alla guerra le città d'Andria e di Tranlj 
avvegnaché rinforzate pei molti fuggitivi dalla 
battaglia, e fermate nella credenza che Sansevero 
fosse perduta per forza di tradimento : menzogna 
sempre usata dai fuggiaschi, sempre creduta dai 
partigiani 11 generale Duliesme, accresciuto da 


UBRO QUARTO — 1799 101 

ollocento Francesi venuti dagli Abruzzi, dlspo- 
nevasi a procedere verso Andriaj ed in quel mez- 
xo giungevano al suo campo legati e sfatichi delle 
tre provincle di Puglia. Ma in Napoli mutato il 
ccnuando dell’ esercito da Championnet in Mac- 
donald, e ’l senno e la idea di quella guerra, fu- 
rono richiamate le schiere, fuorché piccola mano 
lasciata in Foggia, e un grosso battaglione ad 
Ariano, altro ad Avellino, un reggimento a Nola. 
Giunta in quel tempo stesso la nuova che i Tur- 
co-Russi str'mge\Ano da presso Corfìij e viste le 
navi di quelle due bandiere nell’Ionio e nell’A- 
driatico, rialzarono Trani ed Andria le speranze; 
le altre città o terre sottomesse dal grido della 
fortuna francese, oggi per grido di fortuna con- 
traria tornavano Borboniane; gli statichi, lasciati 
o fuggitivi, si facevano liberi. Solamente Sanse- 
vero benché in animo sentisse maggiori stimoli 
di vendetta, scemata de’ più giovani e più prodi, 
abbrunato il popolo intero per le morti della bat- 
taglia, ed ogni casa, ed ogni zolla serbando i 
segni della strage, si tenne obbediente alle sue 
male sorti e addolorata. 

XIX. A tale in breve si venne che bisognava 
lèneyr perdute le Puglie, o riconquistarle. Adu- 
nata in Gerignola nuova squadra repubblicana, 
forte quanto la prima, sotto l’impero del gene- 
rale Broussier con la medesima legione napole- 
tana di Ettore Caraffa, drizzò il cammino ad An- 
dria. Andria, città popolosa, circondata di mura 
con tre porte, dopo il tristo fato di Sansevero ac- 
crebbe le difese, ristaurando la muraglia in più 
parti rovinata dal tempo, alzando nuove fortiB- 


102 LIBRO QUARTO — 1799 

cazionl^ sLarrando le porle, fuorché una, e sfi- 
lando dietro ogni porla fosso largo ed alta trin- 
cierà. Diecimila Borhoniani la difendevano , soc- 
corsi dagli ahitatori eh’ erano diclasette miglia ja; 
i preti e i frali concitavano quelle genti con gli 
stimoli potenti della religione; e sopra vasto al- 
tare alzato nella piazza, avendo ^ggiato un cro- 
cifisso di grandezza più che umana , dicevano che 
al celebrare della messa ed alle sacre offerte udi- 
vano dalla santa immagine che nessuna forza pro- 
fana basterebbe ad espugnar 1\ città, difesa dai 
cherubini del paradiso; e che presto giungerebbe 
in ajulo degli Andriani stuolo numeroso di altri 
soldati e di altri popoli. Le quali promesse si leg- 
gevano scritte a caratteri grandi in un foglio spie- 
gato, messo in mano al crocifisso. E poiché il 
giorno innanzi della com^iarsa de’ F rancesi giunse 
in città sopra legni corridori un battaglione di 
Borboniani mossi da Bilonlo, e la nuova che In- 
glesi, Russi e Turchi, arriverebbero tra pochi dì, 
si confermarono le predizioni; ed il popolo, fatto 
certo della vittoria, slava lieto, non timido della 
battaglia. 

|1 nemico, intorno ad Andria, sparli le forze 
in tre colonne quante le porte; e con le migliori 
arti di guerra minacciò, assali, finse altri assalti 
alla città, la quale da’ ripari per colpi di cannoni 
e di archibugi teneva lontani gli assalitori. Ad un 
cenno del generale Broussier, tra suoni militari 
e romore di artiglierie avanzarono a corsa i re- 
pubblicani, e appoggiando alle mura le scale, im- 
presero a montarle; ma sotto spari infiniti, e sassi, 
c moli che i difensori precipitavano dall’ alto. 


LIBRO QUARTO — 1799 103 

tollerate molte morti e più ferite di guerrieri pro- 
di e chiari nell’esercito, fu sonato a raccolta, e 
gli assalitori scherniti da’ motteggi de’ contrarii 
tornarono al campo. Volle fortuna de’ Fi’ancesi 
che in quel tempo ^er lo scoppio di un obice si 
aprisse la porta di frani, contro la quale stando 
Broussier con la scelta de’ guerrieri, accorse ad 
essaj ma peneti'ando in città trovò guerra peg- 
giorej fatta ogni casa un castello} e benché in. 
ajuto della prima colonna venisse per la stessa 
porta la seconda, starasi incerto Broussier se pro- 
cedere o trarsi fuora. Quando si vidde incontro 
Ettore Caraffa con la sua schiera^ Napoletani e 
Francesi, i quali messi avanti la porla delta Barra, 
non riuscendo ad atterrarla, ed inteso il pericolo 
di Broussier, assalirono le mura con le scale, e 
trasandando lo scemar de’ compagnie le proprie 
ferite, entrarono nella città. Al quale assalto il 
colonnello Berger, gravemente trafitto su la sca- 
la, facevasi spingere a montare} e fu visto Ettore 
Caraffa con lunga scala su la spalla, e in pugno 
banderuola napoletana e spada nuda, esplorar 
l’altezza de’ muri, cercando il luogo dove la seala 
giungesse} e trovato, ascendere iì primo cd en- 
trar primo e solo nella città. E sebbene tutto l’e- 
sercito fusse già in Andria, non finiva la guerra, 
essendo mirabile il valore de’Borbonlani} tanto 
che dieci di loro, dentro debole casa, sostennero 
per molle ore gli assalti di forte battaglione fran- 
cese, e altre prove dettero di non facile virtù. 
Soggiacque alfine la città d’ Andria, feudo una 
volta, e allora pingue possesso di quel medesimo 
Ettore Caraffa che la espugnò, e diede avviso nel 


t 


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lO'i LIBRO QUARTO — 1799 

consiglio ( maravigliosa virtù o vendetta ) che si 
bruciasse. La quale sentenza seguita dagli altri, 
e comandata dal capo dell* esercito, tante morti, 
e danni e lacrime produsse che sarebbe a rac- 
contarle troppa mestizia. 

XX. IVè però sazie di sdegno le due parti, si 
accolse numero più grande di Borboniani nella 
città di Tranij e andò contr’essa lo stesso esercito 
di Broussier, scemato di cinquecento almeno pro- 
di guerrieri, morti o feriti nei fatti d’Andria. Più 
forte città era Tranl per muraglie massicce e ba- 
stionale, molti cannoni, barche armate, schiere 
meglio agguerrite, difese concertate e cittadella. 
Andò Broussier in tre ordini, e investita nella 
notte la città, innalzò parecchie batterie come a 
far breccia; con assalti, due finti, uno vero da lui 
medesimo diretto; ma i difensori, scoperto il d’ise- 
gno, mandarono vote le ofl'ese eie speranze. Com- 
battevano dunque le due parti, una da’ muri vi- 
gilantiss'una ed operosa; l’ altra di fuori aspettando 
^li accidenti della giornata, con divisamento gio» 
vevole a chi meglio conosce le arti della guerra^ 
perciocché spesso la propria virtù, ma più spesso 
i falli de’ contrarli ed il favore ben colto della for- 
tuna guidano alla vittoria. E difatti per accidente 
fu espugnata la città; imperciocché ad una punta 
di lei su la marina giace piccolo forte, quasi na- 
scosto da scogli e muri, e mal guardato in quel 
giorno da’ meno validi cittadini; U qual forte fti 
scoperto da un soldato francese, che sperò di giu- 
gnervi camminando nel mare o nuotando. Palesò 
u pensiero ad alcuni compagni, ed in piccola 
mano, speranti gloria, vanno all’assalto. L acqua 


LIBRO QUARTO — 1799 105 

giungeva il petto; ed eglino portando Tarme peg- 
no agli scogli, li varcano, e 
sdruciti dell’ antica muraglia 
del riparo senza esser visti 
dalle guardie, ebe però pagano con la morte la 
spiensieratezza. Di cpiel successo altro soldato, 
lasciato a vedetta nel campo, avvisa il capo, e ad 
un cenno buona schiera va ed entra nel forte; nè 
già per le vie difficili del mare e degli scogli, ma 
scalando senza contrasto le mura. Intesi del pe- 
ricolo corsero a folla i Borboniani per riconqui- 
stare il perduto castello; ed i Francesi per arti e 
valore tacevano vani gli assalti. 

Cosi fervendo la guerra nella marina, divertili 
i difensori e la vigilanza delle altre fronti, il ge- 
nerale Broussier comandò il secondo assalto alle 
mura; e felice (benché molte morti e chiare pa- 
tissero) entrò in città, dove il combattere fu san- 
guinoso e terribile^ awegnachè più nocevole a quei 
di Francia, percossi, senza quasi veder nemico, 
dalle case e di dietro le sbarre o le truiciere, avvi- 
sarono di montare su gli edifizi, coperti, come 
suole in Puglia, da terrazzi, e di varcare d’uno in 
altro rompendo i muri, o facendo di travi-e di 
altri legni ponte al passaggio. Le condizioni mu- 
tarono; i difensori già sicuri neBe case, vedevansi 
sorpresi dal nemico sceso da’ terrazzi; e perciò, 
invalidate le fortificazioni e le poderose artiglie- 
rie della cittadeUa, trucidate le ^ardie dietro ai 
ripari, cominciò nuova specie di guerra che sco- 
rava gli animi, confondeva gli ordini deUe dife* 
se; e annientando i preparati mezzi di resistenza, 
svaniva (nella impossiblTità di combattere) la stessa 


giata sul capo arrivai 
rampicandosi per gli 
toccano la sommità 


J06 LIBRO QUARTO — 1799 

intenzione di morir combattendo. Caddero l’armi 
di mano a’ cittadini : Trani fu presa, e ridotta per 
secondo esempio, non di castigo ma di furore, a 
cumuli di cadaveri e di rovine. tUore Caraffa, 
esimgnatore del fortino di mare, quindi della citta , 
prode in guerra, crudele nc’ consigli, sostenne il 

voto ch’ella bruciasse. • 

XXI. Lasciato l’infausto luogo, le schiere prò- 
cederono a Bari, Ceglie, Martina e ad altre citta 
o terre, animando le amiche, soggiogando le con- 
trarie, ed imponendo sopra tutte taglie gravissi- 
me; però che univasi alhavidità delle genti stra- 
niere il bisogno del Caraffa, cui non era dato 
altro mezzo di mantenere i suoi guerrieri che per 
la guerra. K quando a lui. Pugliese, ricorrevano i 
deputati di alciuia comunità per far torre o sce- 
mare i tributi iniquamente imposti a citU iedeli 
ed amiche, egli citava, in esempio di necessaria 
severità, Andria sua per suo voto bruciata; e sè 
medesimo che donava alla patria le ricchezze della 
casa, la grandezza del nome, il riposo, la vita. 
Quella colonna francese nelle Puglie avea piu volte 
battuto e disperso nell’aperto le truppe borho- 
niane; per dl/etto del de Cesare loro capo, timi- 
do, ignorantissimo, cresciuto in domestica servitù 
dove non sorge virtù guerriera, o, se natura ne 
concedè il germe, vi si spegne. Tante sventure e 
tante morti abbattendo V animo delle parti regie, 
l’impero e i segni della repubblica tornarono in 
Puglia temuti e venerati. Ma come Duliesme cosi 
Broussier fu richiamato, entr ambo implicati da 
Faypoult nello stesso giudizio di Championnet 
AncUirono capi di quelle schiere i generali Olivier 




DIgItIzM By GOOgtT' 


LIBRO QUARTO — 1799 J07 

e Sarrazln, con ordine di non avanzare nell’ulti- 
ma provincia e tener le s<juadre cosi disposte da 
ridurle in Napoli al primo avviso. 

Avvegnaché il generale Macdonald sospettava 
di non rimanere nella bassa Italia mentre nell’alta 
1 esercito francese precipitava di sinistro in sini- 
stro. Krano mossi gli Austriaci e indietro i Russi j 
la battaglia di Magnano combattuta lungamente’ 
sebbene grave a’ Tedeschi, avea forzato i Francesi, 
lasciato l’Adige, ad accampar dietro al Mincio, 
indi airOglio. Mantova investita, Milano minac- 
ciata; 1 esercito di Sclierer ridotto a trentamila 
combattenti, a petto di quarantacinque migliaja 
di Tedeschi e d altre quaranta migliaia di Russi 
che succedevano ; gli eserciti francesi del Pie- 
monte, di Toscana e di Napoli, lontani dalla Lom- 
bardia per guerre ingloriose contro de’popolL 
Cosi stavano le cose nella Italia, mentre i Turchi 
e i Russi, già espugnata Corfu e prese le isole 
Ionie e le già venete, volgevano alle marine ita- 
liane quaranta navi da guerra e trentadue mila 
soldati; e la plebe d Italia odiando i Francesi per- 
chè sh-anieri, portanti novità, e predatori, secon- 
dava i nemici loro, aspettando miglior libertà da 
genti del settentrione e da Turchi. 

Peggio nello interno andavano le cose, avve- 
gnaché nelle provincie, alTinfuori dellat Puglia, 
le parti Borboniane crescevano di forza e di ar- 
dire. Pronio e Rodio avevano restituite allo im- 
perio del re presso che tutte le città e terre degli 
Abruzzi; evitandogli scontri de’ Francesi, lascian- 
doli padroni e sicuri dove accampa'vano, ma tutto 
intorno rivolgendo ipopoli di affetto e di governo. 


108 LIBRO QUARTO — 1799 

Mammone occupava Sora, Sangcrmano, e tutto 
il paese che bagna il Liri. Sciarpa, tlomlnamlo 
nel Cilento, minacciava le porte di Salerno, h 
sopralutti il cardinale Ruffo procedendo dall’ul- 
tima Calabria contro le cittì di Corigliano e Ros- 
sano, distaccò i capo-banda, Llcastro sopra Co- 
senza, Mazza su l’aola; sole cittì di quella pro- 
vincia che tenessero ancora per la repubblica. 
Paola cadde, i partigiani di libertà si ripararono 
in Cosenza j a Cassano e Rossano furono dati per 
largo prezzo miseri accordi; sola Cosenza resiste- 
va. Dirigeva le milizie un de Chiaro, eletto capo 
perchè ardentissimo di Tibertì; tremila Calabresi 
gli obbedivano; e la cittì, benché aperta, era mu- 
nita là da trincere, qua da case o poggi fortifica- 
ti, e, nel più vasto giro, dal fiume Grati, il quale 
con due rami quasi i abbraccia e circonda : le ar- 
mi, le vettovaglie, i proponimenti abbondavano. 
Ma quando più salde stavano le speranze, i Borbo- 
niani entrarono senza guerra dov era il de Chiaro 
con la maggior guardia; e de Chiaro dopo di aver 
sedotto con discorso e con l’esemplo quante potè 
delle sue genti, guidando traditore i nemici con- 
tro gli altri posti, sottomise in poco d’ora la cittì. 
Fuggirono oltre il fiume alcupi de’ fedeli; ed aspet^ 
tata per virtù d’armi la notte, altri per inospiti 
sentieri tra le montagne giunse alla marina e im- 
barcò, altri affidandosi a vecchi amici fu tradito, 
altri per favore del caso scampò. 

11 cardinale, accresciuto della numerosa torma 
del de Chiaro, volse aUa Puglia per buon ccmsiglio 
di rianimare col grido del suo arrivo le.parti regie, 
scorate da’ fatti che ho discorso; ignorante di guer» 


LIBRO QUARTO — 1799 109 

ra, sagacissimo ne’ civili sconvolgimenti, guidava 
la dimcile impresa con fine ingegno} e percioc- 
ché di crudeli, rapinatori e malvagi componevasi 
la sua schiera, le crudeltà, le rapine, i delitti era- 
no mezzi al successo. Molti vescovi e cherlci di 
alto grado concertavano seco in segreto da lon- 
tani paesi le pratiche di rivoluzione} ed egli, se- 
condo i casi, spronava lo zelo} o, a vederlo prema- 
turo e pericoloso, il ratteneva, sempre scrivendo 
con lo stile ecclesiastico, pietoso e doppio. Cosi 
pervenne a far noto nelle Puglie il vicino arrivo 
delle sue truppe} e quindi, rincorate le parti del 
re, il finto duca di Sassonia nelle ultime terre di 
Taranto e Lecce tornò alle armi. 

XXll. 11 cardinale movendo dalle Calahric len- 
tamente per dar agio alle rovine della repubblica 
di crescere, ed alla fama di narrarle, riduceva 
sotto il regio impero quel largo paese di Basili- 
cata, bagnato dal mare Ionio, e che abbonda di 
biade e greggi , d’ uomini e città. Nel qual tempo 
il generale Macdonald ricbiamava dalla Puglia le 
schiere francesi, con tal arte nel cammino che 
apparisse scaltrimento di guerra non abbandono} 
ma U Córso de Cesare, come sentiva cpialche terra 
vuotata da’ nemici, andava timidamente ad occu- 
parla. Ed in quel tempo stesso tornando in Fran- 
cia i legati della nostra repubblica, mandati ad 
ottenere formale riconoscimento e stringer lega 
per qualunque ventura, riportarono che il Diret- 
torio aveva negato le inchieste, sotto Aarii colori 
che scopriv'ano il pensiero di abbandonare alle 
male sorti un paese travagliato per amor della 
Francia sin dell’ anno 1793, dalla Francia trasfor- 


LIBRO 

s:£Ì u".tk= 

■ n.eUonoanegenUsl.-.mere 

il commUsacio francese A.bnal per 

gllo la ivTfoVLa politica Salale 

& ,lel mretlono ^ ,„ol,o cUta- 

,la (lainpionnct Abnal t Jei 

?“;X7eSkprUn.e;waGdeBU 

che in Napoli accrebbe. forme di Fran- 

EglicoUoaeUgovec^^^ 

eia: potere legislalno --aue ministero a 

‘=^è'‘t^fmorrmSel«se Smembri cW.re 
prl 'aer^-lo moUl <>-?'•■ 

£,„ti 

con altri, tu ae nuuv „rinde il tìericolo, 

lo ebe, avvisato r.st«ae^ „V“'a>>''‘aa 

«è piu grande 1 onore, io fortuna, tutta 

ni miei scarsi talenti, a mi ^^^,110 in ufficio 
nla vita». 11 nuovo gover ^ p-ggempio di 

con le regole costituzionali traitó daUe^^ 

Francia e dal senno discussa, la 

ancora sancita, come che g „ - gj,'o data 

costituzione che propose Mari .^ . ^^ale, 

in esame al secondo congrego ^lo ,• si 

Gioito dalle sollecitudmi di ^“^^V/codici^ 
volse con grande studio alle •’ g^^o, 

amministrazioni , finanza , ^ ^gguze della 

pubblica instruzioneje poi 
Repubblica, invitando gir are^ 

gegno alla formazione di un 


LIBRO QUARTO — 1799 III 

leggessero primi con distinto carattere i nomi di 
de Deo, Vitaliani, Galiani; e decretando un mo- 
numento a Torquato Tasso nella sua patria di 
Sorrento; e disegnando, dove giaeoiono le ceneri 
di \irgilio, tomba più degna e marmorea. ^ 

XXI 11. Mentre a tali cose di futina grandezza 
intendevano i rappresentanti della repubblica, 
intendeva il Cardinal Ruffo alla espugnazione di 
Altamura, città grande della Puglia, forte per luo- 
go e munimenti, fortissima per valore degli abi- 
tanti. Ma il poi-porato unito al Córso, e fatto au- 
dace delle gustate fortune, pose il campo a vista 
delle mura, e cominciò la guerra. 1 Borboniani 
peggiorati in disciplina, meglioravano nell’arte, 
accresciuti di veterani e di uffiziali e soldati man- 
dati da Sicilia, o venuti volontari alle venture di 
quella parte; avevano cannoni, macchine di ^er- 
ra, ingegneri di campo ed artiglieri; superavano 
d’ogni cosa l’ opposta parte, fuorché d’ animo; cosi 
che gli assalti per molti di tornando vani e mesti, 
crebbe lo sdegno degli assalitori e l’ardimento 
de’ contrarii. Yedevansi dalle mura nel campo le 
religiose cerimonie del cardinale, che, avendo 
eretto altare dove non giugnesse offesa, faceva 
nel mattino celebrar messa; ed egli, decorato di 
porpora, lodava i trapassati del giorno innanzi, 
vi si raccomandava come ad anime beate, e be- 
nediceva con la croce le armi che in quel giorno 
si apparecchiavano contro alla città ribelle a Dio 
ed al re. 

Dentro la quale città si vedevano altri moti e 
religioni, adoravano pur essi la croce ma in chie- 
M, si concitavano al campo con le voci e i sini- 


II2 LIBRO QUARTO — 1799 

boli (li libertà. Erano scarse le provvisioni del vi> 
vere, scarsissime quelle di guerra j e se la liberalità 
de’ ricchi e la parsimonia de’ cittadini davano ri- 
medio all’ una penuria, la guerra viva e continua 
accresceva il peso dell* altra. Fusero a projetti 
tutti i metalli delle case, mancp l’arte a liquefar 
le campanej ne’ tiri a mitraglie, non andando a 
segno le pietre, usarono le monete di rame; nè 
cessò lo sparo delle artiglierie che al finire della 

{ lolvere; ed allora il nemico, avvicinate alle mura 
e batterie de’ cannoni ed aperte le brecce, intimò 
resa a discrezione. La quale andò negata, per- 
ciocché non altro valeva (se la natura del cardi- 
nale non fosse in quel giorno mutata) che serbar 
molte vite degli assalitori, nessuna de’ cittadini; e 
morir questi straziati senza pericolo degli ucci- 
sori; e, privati d’armi e di vendetta, sentir la 
morte più dura. Perciò gli Altamurani difendendo 
le brecee col ferro, e con travi, e sassi, uccisero 
molti nemici; e quando viddero presa la città, 
quand poterono uomini e donne, per la uscita 
meno guernita, fuggendo e combattendo scam- 
parono. Le sorti de’ rimasti furono tristissime; chè 
nessuna pietà sentirono i vincitori: donne, vec- 
chi, fanciulli, uccisi; un convento di vergini pro- 
fanato; tutte le malvagità, tutte le lascivie saziate; 
non ad Andria e non a Trani, forse ad Alessia ed 
a Sagunto (se lo antiche istorie son veritiere) pos- 
sono assomigliare le rovine e le stragi di Altamu- 
ra. Quello inferno durò tre giorni; e nel quarto il 
cardinale , assolvendo i peccati dell’ esercito , lo 
benedisse, e procedè a Gravina che pose a sacco. 
XXIY- Più lente, non meno felici erano le ban- 


LIBRO QUARTO — 1799 II3 

de di Pronìo, Sciarpa, Mammone e di altri guer- 
rieri di ventura, che tutto di giravano con la for- 
tuna; si che non mai tanto poterono le ambizioni, 
nè tanti mancamenti si viddero. 11 cardinale ac- 
coglieva lieto i traditori, lodava le tradigioni, pro- 
metteva a maggior opera che giovasse ( benché 
fusse delitto ) maggior premio; imperversarono 
allora i rei costumi del_ popolo. Le città repub- 
blicane della Basdicataj valorosamente combat- 
tendo, si arresero a Sciarpa con patto di serbar 
vita, libertà e propri beni sotto fantico impero 
de’ Borboni; le province di Abruzzo, fuorché Pe- 
scara e poche terre che i Francesi guardavano, e 
di Calabria e di Puglia erano tornate intere al 
dominio del re; nella sola Napoli, e in poca terra 
intorno stringevasi la repubblica. 11 generale Mac- 
donald, pregato a mandar soldati contro i ribelli, 
rispondeva che ragioni di guerra lo impedivano. 
Stavano ansiosi non sconfidati i repubblicani, al- 
lorché il generale, pigliando a pretesto la dechi- 
nante disciplina che in deliziosa città provano gli 
eserciti, annunziò che andrebbe a campo in Ca- 
serta; nascondendo le sventure d’Italia, e Scherer 
battuto pili volte dagli Austro-Russi, e la batta- 
glia di Cassano perduta da Moreau , e Milano 
presa da nemici, e il -Po valicato ed occupate 
Modena e Reggio, e ipopoli d’Italia, sconoscenti 
o adirati de’ patiti spogli, parteggiar co’ nemici 
della Francia. Ma la industria de’Borboniani, di- 
Tolgando quegl’ infortuni , palesava gl’ inganni 
del generale francese; che però, da.varii sdegni 
commosso, bandì legge così : 

Colletta,?'.//. v ’ 8 - 


114 


LIBRO QUARTO — 1799 
M terra o città ribelle alla repubblica sarà 
bruciata e atterrata j » _ ' 

<f I cardinali, gli arcivescovi, i vescovi, gli aba- 
ti, i curati, e in somma tutti i ministri del culto 
saranno tenuti colpevoli delle ribellioni de’luo- 
glii dove dimorano, e puniti con la morte; 

« Ogni ribelle sarà reo di morte, ogni complice 
secolare o cherico «arà come ribelle; » 

■« 11 suono a doppio delle campane è vietato; 
dove avvenisse, gli ecclesiastici del luogo ne sa- 
rebbero puniti con la morte; « 

u Lo spargitore di nuove contrarle a’ Francesi 
o alla repubblica l’artenopea, sarà, come ribelle, 
reo di morte; n 

u La perdita della vita per condanna porterà 
seco la perdita dei beni 

Stando a camjw) in Caserta l’esercito di Maedo- 
nald, sbarcavano da navi anglo-sicule alle ma- 
rine di Castellamare cinquecento soldati del re 
di Sicilia e buona mano d’inglesi; le quali genti, 
ajutate da’ Borbonlani e dalle batterle delle navi, 
presero la città ed il piccolo castello che sta in 
guardia del porto. Padroni del luogo, uccisero 
molti 'della parte contraria, e lo stesso presidio 
del forte benché di Francesi datisi per accordi. 
Corsero a quel romore i terrazzani dei paesi vi-^ 
clnl. Lettere, Gragnano e i rozzi abitatori de’ monti 
soprastanti; Castellamare, città bellissima, stava 
dunque a sacco e a scompiglio. E nel tempo stesso 
un reggimento Inglese e non piccola turba di Bor- 
boniani sbarcati presso a Salerno, presero quel- 
la eittà, rivoltarono a prò del re Vletri, Cava, Ci- 
làra. Pagani, Nocera, poco uccidendo, rapinando 


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LIBRO QUARTO — 1799 115 

molto, e formarnjo a truppe que’ tristi che accor- 
revano disordinatamente più al bottino che alla 
guerra. 1 citati avvenimenti presso al campo fran- 
che, comunque invalidi a turbarne la sicurezza, 
ne oltraggiavano il nome ed il valore. ^ . 

11 28 di aprile il generale Macdonald con buo- 
na schiera, ed il generale Vatrin con altra non 
meno forte, andarono agli scontri del nemico. Lo 
trovò Macdonald in riva al Sarno, fortificata con 
trincleramenti e artiglierie; ma, raggirato fuggì, 
lasciando i cannoni e pochi uomini meno v^idi 
alla fuga. 11 vincitore, procedendo, sottoposte le 
terre di Lettere e Gragnano, scese a Castellamare, 
dove Inglesi, Siciliani e molti di quelle parti fug- 
givano a folla su le navi. Flottiglia repubblicana 
uscita nella notte del porto di Napoli, valorosa- 
mente combattendo, benché sfavorita dal vento 
che la spingeva sotto le fregate nemiche, impedì 
la fuga di molti, che venuti alle mani del vinci- 
tore furono morti o prigioni. Tre bandiere del re, 
diciasette cannoni, cinquanta soldati di Sicilia, 
molti Borboniani , ira sfogata e bella fama di 
guerra furono il frutto della vittoria. Stavano i 
legni anglo-siculi lontani dal lido a vista della 
città, quando nella notte bruciavano la terra di 
Gragnano e parecchie case di Castellamare; in- 
cendi! infami a chi li causò, a chi li accese, per- 
chè non da mira di buona guerra ma da feroce 
insazietà di vendetta. 

11 generale Vatrin, più spietato, uccise tre mi- 
gliala di nemici; non perdonò a’ prigioni se non 
militari di ordinanza; e serbò alcuni Borboniani 
sol per farli punire * da’ tribunali con .^tremenda 


116 LIBRO QUARTO — 1799 

esemplarità. Mandò in Napoli trionfo quindici 
cannoni tolti in battaglia, tre bandiere, una del 
re Giorgio d’Inghilterra, due del re Ferdinando 
di Sicilia, e lun^a fila di prigionieri siciliani, jp- 

f lesi, napoletani. Le città rivoltate*, tornando al- 
im]>ero della' repubblica, pagarono grosse taglie 
al vincitore. 

XXV. Ma il giorno di abbandonare a sè stessa 
la repubblica l’artenopea essendo giunto, il ge- 
nerale Macdonald venne di Caserta in Napoli, ed 
a’ governanti adunati a riceverlo disse: non essere 
appieno libero uno stato se protetto dalle armi 
straniere, nè poter la finanza napoletana mante- 
ner l’esercito francese; nè di questo aver bisogno 
se la parte amante di libertà vorrà combattere le 
disgregate bande della Santa Fede. E perciò, ch’ei 
lasciando forti presidii a Santelmo, Capua e Gae- . 
ta, si partirebbe col resto dell’esercito a rompere 
(sperava) i nemici delle repubbliche, scesi in Italia 
confidando meno nelle armi che nelle discordie 
italiane o nelle sue lunghe pratiche di servitù; 
e che facendo voti di felicità per la repubblica 
Partenopea riferirebbe al suo governo quanto il 
popolo napoletano era degno di libertà; chè altro 
è popolo, altro è plebe; e questa sola non quello, 
sotto le bandiere del tiranno, combatteva per il 
servaggio, pronta ella stessa a mutar fede come 
gente ingorda di guadagni e di furto. E poi che i 
rappresentanti ebbero risposto sensi amichevoli ed 
auguranti, egli prese commiato e tornò al campo. 
Fu gioia (incredibile a dire) ne’ partigiani della 
repubblica, i quali, semplici e buoni, sembrando 
a loro impossibile che spiacesse ad uomini la li- 


LIBRO QUARTO — 1799 II7 

berta, credendo che le ribellioni e la guerra de- 
rivassero dalle soperchianze, le imposte, la 
perbia de’ conquistatori, andavano certi che al 
pubblicarne la partita si sciorrebbero le torme 
della Santa Fede, o pochi resti di quella parte fug- 
gii ebbero svergolati in Sicilia. Perciò dicevasi 
che il principe di Leporano, brigadiere negli eser- 
citi regll, militante sotto il cardinale, disertata 
quella insegna, era passato a’ repubblicani, ed 
aveva imprigionato il suo capoj ed erano rimasti 
soli o con pochi Sciarpa, Fra Diavolo, P ron io; ed 
altre simili a queste voci bugiarde. 

Frattanto a’ dì y di maggio, levato il campo di 
Caserta, mosse l’esercito francese diviso in due; 
1 uno guidato da Macdonald per la via di Fondi 
e Terracina col gran parco di artiglierie e con le 
bagaglio, l’altro sotto Vatrin per Sangermano e 
Ceperano. E nel tempo stesso il generale Coutard 
comandante negli Abruzzi, raccolte le squadre, 
andava per le vie ^iù brevi nella Toscana, con- 
fidando le fortezze di Civitella e Pescara ad Etto- 
re Caraffa; il quale, tornando i Francesi dalla 
Puglia, era passato con le sue genti negli Abruzzi 
Macdonald e Coutard procederono senza contra-' 
sto; Vatrin superò, combattendo, Sangermano; e 
giunto ad Isola, piccola terra presso a Sora, fu 
arrestato. Quella terra prende nome dal vero, im- 

f )ercIocchèdue fiumi (fonti copiose del Garigliano) 
a circondano, ed a lei si giunge per ponti che 
i Borboniani avevano rotti; cosicché dietro i fiu- 
mi ed il muro di antica cinta stavano sicuri ed 
audaci Vatrin mandò a parlamento per aver pas- 
sagglo, ch^egli prenderebbe, se negalo, con la 


118 LIBRO QUARTO — 1799 

forza dell’ armi j ma 1 difensori, spregiando o non 
conoscendo le regole sacre deirauil3asceria, per 
colpi di archibugi scacciarono il legato. Erano i 
due fiumi inguadabili, cadeva stemperata pioggia, 
mancavano le vlttovaglie a’ Francesi j divenne il 
vincere necessità. La legione Vatrin costeggiando 
la riva manca di un fiume, e la legione Olivier la 
diritta dell’altro, cercavano un guado; e non tro- 
vato, costrussero un ponte di fascine, di botti e 
di altri legni, debole, piccolo, non atto a’ carreggi 
di guerra ed all’ accelerato passaggio di molte 
genti; c perciò mezza legione andando per il ponte 
ajutava con mani e con funi l’altra metà che a 
nuoto valicava; e tutta intera, passate Tacque, 
giunse a’ muri. INè perciò paventarono i difensori. 

Per antichi sdruciti e per operate rovine alle 
pareti delle case, i Francesi penetrarono in quella 
parte della tecra che, traversata dallo stesso fiume 
e rotto il ponte, fu nuovo impedimento a’ vinci- 
tori. Ma la fortuna era con essi; i difensori non 
avevano demolite le pile, e stavano ancorale travi 
presso alle sponde. Ristabilito in poco d’ora il 
passaggio, cadute le difese e le speranze, fuggi- 
rono i Rorbonianl, di poco scemati, e superbi di 
quella guerra e delle morti arrecate al nemico. 11 
qùale sfogò lo sdegno su i miseri abitanti; e tro- 
vando nelle cave poderoso vino, ebbro d’esso e 
di furore, durò le stragi, gli spogli e le lascivie 
tutta la notte. Ingrossarono le piogge, e la terra 
bruciava; al nuovo sole, dov’ erano case e tempii, 
furono visti cumuli di cadaveri, di ceneri e d.i 
lordure. 


» * 


LIBRO QUARTO — 1799 


119 


*Apo terzo ' 

V. 

Dopo la ritirata dell’ esercito francese precipizi ' 

' della Repubblica. 

XXVI. Non appena uscito dalla frontiera T eser- 
cito francese. Il governo della repubblica bandì 
r acquistata Indipendenza, e rlvocando le taglie 
di guerra, scemando le antiche, numerando 1 be- 
nefìzi civili che aveva in prospettò, consigliava e 
pregava di non più straziaré la patria nostra, ma 
tornar tutti agli offìzii di pace e al godimento che 
i cieli preparavano. E non pertanto sospettoso di 
effetti contrarii alle speranze, -provvidde celere- 
mente ai bisogni di guerra; imperciocché raccolse 
in legioni le milizie che andavano sparse in più 
colonne, coscrisse milizie nuove, diede carico al 
generale Roccaromana di levare un reggimento 
di cavaUeria, ingrossò la schiera deUo Schipani, 
formò due legioni, e le diede al comando de’ ge- 
nerali Spanò e Wirtz; Spanò calabrese, militare 
in antico, ma nei' bassi gradi dell’ esercito; Wirtz 
svizzero, stato colònnello agli sti^ndii dèi re, e, 
lasciato dopo la sua partita sciolto^ d’impegni e 
di giuramenti per amore di libertà , arrolatosi 
aUé bandiere della repubblica. Poscia il Diretto- 
rio fece capo supremo dell’ esercito Gabriele Man- . 
tbonè; lo stesso rappresentante della repubblica 
nel primo statuto, ministro per la guerra nel 
secondo; del quale avendo detto altrove alcun 
fatto, ora ne prosieguo la vita. Buono in guerra j 
di Quor pietoso, eccellente per animo ed arte nei 



n» LIBRO QUARTO — 1799 

ducili, d’ingegno non basso i^* sublime, per na- 
tura eloquente. Quando ei pmposc al consiglio 
legislativo il decreto che alle madri orbate di fagli 
per la libertà si desse largo stipendio ed onori, 
conchiudeva 11 discorso w Cittadini legislatori, io 
spero che mia madre dimandi l’adempimento 
M del generoso decreto : » Morì per la libertà l’ in- 
felice, come dirò a suo luogo, ma senza i premi! 
della legge, e non altro ebbe la madre che pianto. 

Altra milizia si fomiò col nome di legione 
Càlabra, senza uniformità d’armi e di vesti, nè 
stanze comuni, nè ordini di reggimento; truppe 
volontarie che ad occasione si univano per com- 
battere sotto bandiera nera con lo scritto: « vin- 
cere, vendicarsi, morire Erano tre mlgliaja. 
Calabresi la maggior parte, avversi per genio al 
Cardinal Ruffo, da lui vinti e fuggitivi, memori 
di avuti danni e ferite; incitati per tanti stimoli 
alla vendetta. Dell’esercito repubblicano volendo 
far mostra, fu schieralo in più file nella magni- 
fica strada di Toledo e nella piazza nazionale in- 
torno all’Albero della libertà, dove si vedevano 
giungere tra immenso popolo i membri del go- 
verno, i generali, il generale supremo Manthonè, 
quindi le artiglierie e le bandiere del re tolte nei 
combattimenti di Castellamare e Salerno, ed un 
fascio d’immagini della famiglia regale che la 
intollerante polizia aveva prese in argomento di 
colpa da certe case della città e nelle provincie; 
cliludevano il convolo due file di prigionieri, sol- 
dati e partigiani, i quali credendo che per pena 
cd esemplo sarebbero stati in quel gporno e in 
quel luogo trucidati, andavano mestissimi e tre- 




LIBRO QUARTO — 1799 121 

manti. Ardeva a fianco dell’albero un rogo, dove 
si divisava di bruciar le bandiere e le immagini. 

11 generale supremo parlò all’ esercito, l’ora- 
tore del governo al popolo; e quando s’impone- 
vano alle fiamme le odiate materie, i repubbli- 
cani le strapparono a furia di mano agli esecutori , 
e trascinate per terra e lordate, le ridussero a 
brani e dispersero. Poscia il ministro delle finan- 
ze mostrò grosso fascio di fedi bancali ( un mi- 
lione e seicentomila ducati), che in tanta povertà 
dello stato, e in breve tempo, la parsimonia della 
repubblica avea raccolto per iscemarc di altre- 
tanto il debito nazionale; le quali carte, gettale 
in quel rogo preparato da brama di vendetta, 
bruciarono per miglior dlvisamento. E finalmen- 
te, chiamati i prigionieri avantf al l’albero, il mi- 
nistro per la giustizia lesse decreto del Direttorio , 
che dicendoli sedotti, non rei, offeriva a’ già sol- 
dati gli stipendi! della repubblica, e faceva salvi 
e liberi i Horboniani; cosicché sciolte le catene, 
succedendo alla profonda mestizia gioia improv- 
visa, correvano quasi folli tra ’l popolo grillando 
laudi e voti per la repubblica; e gli astanti, affin 
di accrescere quelle allegrezze, soccorrevano la 
loro povertà esortandoli a riferire agl’ ingannati 
concittadini la forza e la magnanimità del gover- 
no. Cosi ebbe fine la cerimonia; ma la festa durò 
lunga parte del giorno, danzando intorno all’al- 
bero, cantando inni di libertà, e stringendo, come 
in luogo sacro, parentadi ed accordi. 

Quelle mostre di felicità furono brevi e bu- 
giarde; però che al giorno seguente molte navi 
nemiche, bordeggiando nel golfo, davano sospet- 


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122 LIBRO QUARTO — 1799 

to che volessero assaltare la città per concitar tu- 
multi nella plebe; così il governo comandò fos- 
sero annate le poche navi della repubblica, ri- 
staurate le batterie del porto, ed altre sollecita- 
mente costrutte. Non appena divolgato il pericolo 
ed il comando, andarono i cittadini volontari al- 
l’opera; e furono viste donne insigni per nobiltà, 
egregie per costumi, aflàticare a quel duro lavoro 
le.inusitate braccia, trasportando per parecchi 
giorni e sassi e terre; fu quindi il porto ben mu- 
nito. Ed allora il nemico volse aProelda ed Ischia, 
isole del golfo, vi sbarcò soldati, uccise o impri- 
gionò i rappresentanti e 1 seguaci della repub- 
blica, ristabilì il governo regio, e creò magistrati 
a punire i ribelli. Si udirono le più fiere condan- 
ne, e il nome del giudice Speciale, nuovo, ma 
che subito venne a spaventevole celebrità. 

XXVII. Giungevano fuggitivi alla città gli abi- 
tatori di quelle isole a pregare ajutl; e 1 repub- 
blicani, più magnanimi che prudenti, stabilirono 
con pochi legni e poche milizie combattere il ne- 
mico assai più forte. Stava in Napoli, tornato con 
permissione del re da Sicilia, f ammiraglio Ca- 
ràcciolo, di chiaro nome per fatti di guerra ma- 
rittima e per virtù cittadine; ebbe egli il comando 
supremo delle forze navali, ed il carico di espu- 
gnare Precida ed Ischia. Sciolsero dal porto di 
Napoli i repubblicani lieti all’ impresa benché tre 
contro dieci; e valorosamente combattendo un 
giorno intero, arrecarono molte morti e molti 
danni, molti danni e morti patirono; e più face- 
vano, e stavano in punto di porre il piede nella 
terra di Precida, quando il vento ehe aveva soffiato 


LIBRO QUARTO — 1799 123 

contrarlo lutto il di, infuriò nella sera, e costrinse 
le piccole navi della repubblica a tornare in por- 
to; non vincitrici, non vinte, riportanti lode del- 
l’audacia e dell’ arte. 

XXVI li. In Napoli frattanto le parti del re si 
agitavano in secieto, e, poco discorate dalla gioia 
e dalle apparenze de’ contrarli, ordivano polenti 
macchinazioni. Un venditele di cristalli, detto 
TCrciò il Cr istallare, aveva arruolato grosso stuolo 
ai làzzari; che senz’amore di parte, ma per gua- 
dagni e rapine si giuravano sostenitori del trono. 
Altro capo, di nome Tanfano, dirigeva numerosa 
compagnia di congiurali, e concertava domesti- 
clie guerre co’ sovrani della Sicilia, col cardinale 
Ruffo, con gli altri capi delle bande regie; rice- 
veva danaro e lo spartiva co’ suoi; aveva armi e 
mezzi di Sconvolgimento; preparava le azioni e le 
mosse; lettere della regina lo chiamavano servo e 
suddito fedele, amico e caro al trono ed a lei. E qui 
rammento a quali uomini diffamati per delitti o per 
pene. Fra Diavolo, Mammone, Pronio, Sciarpa, 
Guarriglia, ultima plebe, immondizia di plebe., 
i sovrani della Sicilia dichiaravano sensi di ami- 
cizia e di affetto. Sopra tutte le congiurazioni era 
terribile quella di Baker, Svizzero, dimorante in 
Napoli da lungo tempo, imparentato con famiglie 
divote a’ Borboni; divolo a loro egli stesso ed am- 
bizioso. II quale conferendo per secreti messi con 
^li ufHziali delle navi contrarie, stabilirono che 
m giorno di festa, quando è il popolo più ozioso 
ed allegro, flottiglia sicula e inglese tirerebbe a 
bombe su Napoli; e perciò accorrendo le milizie 
a’ castelli ed alle batterie del porto, lasciata vola 


124 LIBRO QUARTO — H99 

di guardie la città, sarebbe facile lo scoppio e la 
fortuna de’ preparati tumulti; in mezzo a’ quali 
ucciderebbero i ribelli al re , incendierebbero le 
loro' case, si otterrebbe ad un punto vendetta e 
potere. • 

' Così fermate le cose, andarono segnando in 
Vario modo le porte e i muri delle case da ser-‘ 
bare o distruggere, secondo era prescritto in quei 
nefandi concilii. E poiché sovente sotto lo stesso 
tetto e nella stessa famiglia dimoravano genti delle 
due parti, distrUiUirono secretamente alcuni car- 
telli assicuranti dalle offese. Uno fu dato dal ca- 

E itane Baker; fratello del capo de’ congiurati, a 
uìgia Sanfelice della quale era preso di amore; 
e fidandole H foglio, con dirne fuso, accennò il 
perteoio; Ammirabile carità per donna amata e a 
niì^Crudele; la quale, rendendo grazie, prese il 
cartellò, ma non per sé, per darlo al giovine del 
suo cuore, che, uuiziale nelle milizie civili e caldo 
partigiano di repubblica, era certamente vittima 
disegnata della congiura. Fin qui amore guidò le 
azioni, ma indi appresso ira e ragion di stato; av- 
vegnaché il giovine, Ferri , svelò al governo quanto 
'et sapeva 'della trama, presentò il cartello, disse 
i homi, superbo per sé e per la sua donna di sal- 
vare la patria. La Sanfelice, chiamata in giudizio 
emterrogata di que’fatti, vergognosa de’ palesali 
amori, della denunzia, de" castighi che soprasta- 
vano, sperando alcuna scusa dalla pietà de’ giudici 

r r Ir ingenuità de’ racconti, rivelò quanto aveva 
cuore, àolo nascondendo il nome di lui che 
le diede il oRrletlo, e protestando con virile pro- 
{KMÌto mc^ prima che offendere ingratamente 


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LIBRO QUARTO — 1799 125 

r amico pietoso che v^ea salvarla. Ma bastarono 
le udite cose/ e sopratutto la scrittura e i segni 
del cartello, a scoprire i primi della congiura, 
chiuderli nel carcere, sorprender armi, altri fogli; 
conoscere le fila della trama o annientarla. Stava 
la Sanfelice timorosa di pubblico vituperio, quan- 
do si udì chiamata salvati'ice della repubblica, 
madre della patria. 

Al manifestare di irne’ pericoli fu grande il ter- 
rore, scuopr«ido nelle porte delle case e ne muri 
note o segni, che, veri o accidentali, erano cre- 
duti di esterminio; se ne vedevano negli edifizi 
pubblici, ne’ banchi dello stato, e nel pidazzo ve- 
scovile con abbondanza. L’ arcivescovo di^el tem- 
po, cardinale Zurlo, già contrario al Cardinal Ruf- 
ib, e divenuto dispettoso della fortuna, timoroso 
della jjotenza del nemico, indicandolo principal 
cagione delle sventure dello stato, e non colonna, 
come si vantava nelle pastorali, ma disfacitore e 
vergogna della religione e della Chiesa, lo aveva 
segnato di anatema. Ed il cardinale Ruffo, ciò 
visto, scomunicò il cardinale Zurlo, come con- 
trario a Dio, alla Chiesa, al pontefice, al re. Si 
divisero le opinioni e le coscienze de’cbericl; ma 
stavano i pietosi ed i buoni con Zurlo, i tristi e 
i ribaldi con Ruffo. 

Se non che, distrutta per lo abuso delle armi 
la potenza delle opinioni, niente altro valeva che 
la forza. Tutte le province obbedivano al re; la 
sola città e piccolo cerchio intorno a lei si reg- 
geva in repubblica. Ettore Caraffa con piccola 
mano di repubblicani, dopo aver combattuto al- 
Taperto, e provveduto largamente aUe provvi- 


126 LIBRO QUARTO — 1799 

gtonl di Pescara, stava ritirato nella fortezza; 1 
Francesi non movevano da Santelmo, Capna, Gae- 
ta; le scliiere della repubblica erano poche, le 
bande della Santa Fede innumerabili; avvegnaché 
all’ amore per il re si univano le ambizioni e i 
guadagni di causa vincente, la impunità di colpe 
antiche, il perdono a chi aveva seguita e poi de- 
sertata la parte di repubblica. Sbarcarono in Ta- 
ranto col maresciallo conte Micheroux intorno a 
mille fra Turchi e llus$i, che unitr e ubbidienti 
al cardinale presero e taglieggiarono la città di 
Foggia, quindi Ariano, Avellino; e si mostrarono 
alla piccola terra detta Cardinale, ed a INola. Men- 
tre Pronlo, che aveva arruolato sul conline di 
Abmzzo alcuni fuggitivi di Roma e di Arezzo, 
correva la campagna sino a vista di Capua; Sciar- 
pa richiamate alla potestà del re Salerno, Cava, 
e le altre città soggiogale poco innanzi da’ Fran- 
cesi, stava col nerbo delle sue bande a Nocera; 
Fra Diavolo e Mammone, uniti nelle terre di Sessa 
e Teano, aspettavano il comando a procedere. Le 
genti che assalivano la inferma repubblica erano 
dumjue ?iapoletani. Siculi, Inglesi, Romani, To- 
scani, Russi, Portoghesi, Dàlmati, Turchi; e nel 
tempo stesso correvano i mari del Mediterraneo 
flotte. Fune all’ altre nemiche, e potentissime. La 
francese di venticinque vascelli, la spagnuola di 
diciasette, la inglese di quarantasette, in tre divisio- 
ni; la russa di quattro, la portoghese di cinque, 
la turca di tre, la siciliana di due, e delle sette 
bandiere che ho indicate, le fregate, i cutter, i 
hrìck erano innumerabili. Stavano da una parte 
Fra^icesi e-Spagnuoli; settanta legni; stavano 



LIBRO QUARTO — 1799 127 

dalla opposta novanta p più. Si aspettava in Na- 

S oli per le promesse del Direttorio francese la 
otta gallo-ispana. 

XXIX. Acciò le amiche navi arrivassero in 
porto sicuro ed utilmente alla repubblica, biso- 
gnava respingere o trattenere le truppe borbo- 
niane,^ che grosse venivano a stringere la città. 
Tenuto consiglio per la guerra, il generale Ma- 
tera, napoletano, fuggitivo in Francia l’ anno *795, 
tornato in patria capo di battaglione, fatto gene- 
rale della repubblica, valoroso ne’ combattimen- 
ti, sciolto di morale e di coscienza, propose adu-' 
nare in un esercito le milizie sparse in più co- 
*lonne, accresciute di mille Francesi dei presidi! 
delle fortezze, promessi a lui dal capo Megèan a 
patto e prezzo di mezzo milione di ducatij forti 
perciò le squadre della repubblica per numero e 
per arte, andar con esse ad assalire la banda mag- 
giore del Cardinal Ruffo, distruggerla; imprigio- 
nare, se fortuna era propizia, u porporato; e 
quindi volgere alle bande di Pronio, Sciarpa, 
Mammone, che troverebbero debellate prima dal 
grido che dalle armi. Stessero chiusi a guardia 
dei castelli i partigiani di repubblica; la città 
corresse la fortuna delle fazioni, sino a che le 
medesime squadre repubblicane, vincitrici' nella 
campagna, tornassero a lei per il trionfo, ed a 
castigo dei ribelli. La povertà dell’erario non fa- 
ceva intoppo al disegno; chè se il governo ( il ge- 
nerale diceva) mi fa padrone della vita e de’beni 
di dodici ricche persone che a nome disegnerò, 
io prometto deporre in due giorni nelle cassa 
della finanza il mezzo milione per l’avido Megèan, 


128 LIBRO QUARTO — 1799 

ed altri trecento mila ducati per le spese di guer- 
ra. Cittadini direttori ( conchiudeva ), cittadini 
ministri e generalij alcune morti, molti danni, 
molte politiche necessità che gli animi deboli 
chiamano ingiustizie, andrebbero compagne o 
sarebbero efi'etti de’ miei disegni, e la repubblica 
reggerebbe; ma s’ella cadrà, tutte le ingiustizie, 
tutti i danni, morti innumerablli soprasteranno. 

Inorridivano a quel discorso i mansueti ascol- 
tatori: lasciar la città, le famiglie, i cittadini alla 
foga ed alle rapine de’Borbonlani; concitare a 
ddlttl per poi punire; trarre danaro senza legge 
o giustizia per forza di martoril da persone inno- 
centi; crear misfatti, crear supplizi, erano enor-* 
mità per gli onesti reggitori di quello stato di- 
sapprovate dal cuore, dalla mente, dalle pratiche 
lunghe del vivere e del ragionare. Cosicché tutti 
si unirono alla sentenza del ministro Mantbonè; 
il quale, inesperto delle rivoluzioni, misurando 
dal valor proprio il valore dei commilitoni, ma- 
gnanimo, giusto, diceva che dieci repubblicani 
vincerebbero mille contrarli; che non abbisogna- 
vano i Francesi, però che andrebbe Schipani con- 
tro Sciarpa, Bassetti contro Mammone e Frà Dia- 
volo, Spanò contro de Cesare, egli medesimo con- 
tro Ruffo; e resterebbe in città ed in riserva il 
generale Wirtz con parte di milizie assoldate, con 
tutte le civili, e la legione calabrese. Mossero al 
dì seguente Spanò e Schipani. 

XXX. Questi giunse alla Cava ed accampò : l’ al- 
tro battuto ne’ boschi e tra le strette di Monteforte 
o Cardinale, tornò in città scemo d’uomini, di- 
sordinato, con esempio e spettacolo funesto, Quin- 




LIBRO QUARTO — 1799 129 

rii Schipanlj assalito giorni appresso, nelle deboli 
ale della piccola schiera , senza retroguardo c senza 
speme di ajuto, pose il campo su le sponde del 
Sarno. II generale Bassetti, che usci fuori in quei 
giorni, teneva sgombera di nemici la strada in- 
sino a Capua. Restavano ancora in città con le 
milizie del generale Manthonè le altre tumiUtua- 
riamente coscritte j e si sperava nella legione di 
cavalleria che il generale Roccaromana levava, 
come ho rletto innanzi, a nome e spese della re- 
pubblica. Ma la speranza cadde e si volse in cor- 
doglio, a\'^egnachè il duca, visti i precipizi della 
repubblica, presentò con sè medesimo le formate 
scliiere.al Cardinal Ruflb, e militò sino al termine 
rii quella guerra per la parte borbonica. Dura ne- 
cessità di chi scrive istoria è il narrar tutti i fatti 
rle^i di ricordanza, o grati, o ingratissimi allo 
scrittore : ria che gli uomini apprendano non ischi- 
varsi il biasimo delle opere turpi che per sola 
oscurità di condizioni o per rara ventura; non 
bastando a nasconderle il mutar de’ tempi, o le 
generose ammende, o gli affetti amichevoli di chi 
narra, perciocché altri libri e memorie attestano 
La nascosta o trasfigurata verità; ed il benevolo 
silenzio non giovando all’amico, nuoce alla fede 
de’ racconti. 

XXXI. Vedovasi la città piena di lutto; scarso il 
vivere, vuoto r erario, e perfino mancanti di ajuto 
i feriti. Ma due donné, già duchesse di Cassano e di 
Popoli, e allora col titolo più bello di madri della 
pairia, andarono di casa in casa raccogliendo ve- 
sti, cibo, danaro per i soldati e i poveri che ne- 
gli spedali languivano. Potè l’opera e l’esempio: 
Colletta, T , U 9 


130 LIBRO QUARTO — 1799 

altre pietose donne si aggiunsero; e la povertà fa 
soccorsa. Ma dechinava lo stato : il Cardinal RulFo 
pose le stanze a Nola, e le sue torme campeggia- 
vano sino al Sebeto; le altre di Frà Diavolo e di 
Sciarpa si mostrarono a Capodlchina; non erano 
computate quelle genti, perciocché vaganti e vo- 
lontarie, passando d una in altra schiera, copri- 
vano la campagna disordinate e confuse; ma di- 
cevi a vederle che non meno di quaranta migliaja 
costringevano la città. Schipanl assalito e vinto sul 
Sarno, p^sò al Granatello, piccolo forte presso 
Portici; Bassetti tornò respinto e ferito in Napoli, 
Manthonè con tre mila soldati giunse appena alla 
Barra; e dopo breve guerra soperchiato da nu- 
mero Inflnito, percosso da tetti delle case, meno- 
mato d’uomini, tornò vinto. Tumidtuava la città; 
messi'dl Caslellainare annunziarono che per tra- 
dimento bruciava l’arsenale; ma poi seppesi che, 
sebben vera la Iniquità, fu l’incendio, per zelo 
delle guardie e per venti che spiravano propizi!, 
subito spento. Si udivano in città nella notte gridi 
sediziosi, e serpevano spaventevoli nuove di pr^ 
parate stragi e di rovine. 

Bando del governo prescrisse che al primo tiro 
del cannone dal Castelnuovo i soldati andassero 
alle loro stanze, le milizie civili agli assegnati po- 
sti, i patrlotti a’ castelli d^lla città, i cittadini alle 
proprie case; che al secondo tiro, numerose pat- 
tuglie corressero le strade per sollecitare la obbe- 
dienza a que’ comandi; e al terzo, fussero i con- 
tumaci dalle pattuglie medesime uccisi stando il 
delitto nella disobbedienza, la pruova nello incon- 
tro per le vie, la giustizia nella salute della re- 


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LIBRO QUARTO^— 1799 131 

pubblica. Poscia tre nuovi tiri del’ castello, noa 
come i primi a lungo inter^'allo ma seguiti, an- 
nunzierebbero la facoltà di tornare alle ordinarie 
faccende. Provato il bando nel seguente giorno, 
fu l’effetto come la speranza, grande il terrore, 
deserte le vie, mestissima la faccia della città: città 
vasta e vuota è come tomba. 

^^cbiere ordinate di Russi e Siciliani, sécondate 
da stormi borbonici, assalirono in quel giorno 
medesimo, ii di giugno, il forte del Granatello 
intorno al quale attendevano le milizie di Sebi- 
pani, miUe uomini o poco meno, soccorsi da navi 
cannoniere che l’ ammiraglio Càracclolo gi^Idava 
con animo ed arte ammirabile. Il campo non fu 
espugnato; il generale restò ferito, menomarono 
i soldati; accampò l’oste nemica incontro al forte. 
Cosicché nella notte, disposti d’ambe le parti gli 
assalti e le difese, il genérale Schipani avendo 
stabilito di ritirarsi nella città, inviò tacitamente ai 
•primi albóri numerosa compagnia di Dàlmati alle 
spaUe de’Borboniani, che, però sorpresi e scon- 
certati, diedero a Schipani opportunità di uscir 
dal campo, combattere, spingerli sino alla chiesa 
parrocchiale di Portici, e aver certa ritirata sopra 
Napoli. Ma in ina subito que’ Dàlmati spauriti o 
sedotti nella mischia, mutando fede e bandiera, 
si unirono a’ Russi; ed accerchiando la piccola 
tradita schiera de’ repubblicani, dopo molte morti 
e ferite, arrecate, sofferte, la presero prigione. 

XXXII. Ma il cardinale procedeva lentamente 
per meglio stimolare all’aspetto di ricca città le 
avide voglie deUe sue turbe alle quali avea pro- 
messo licenza e sacco, e per aspettare il di festivo 


132 LIBRO QUARTO — 1790 

già vicino (ir sant’ Antonio ; avvegnaché per i 
miracoli del sangue praticati in grazia di Cham- 
pionnnt, di Macdonald, del Direttorio napoleta- 
no, caduta la credenza della plebe da san Gen- 
naro, bisognavano al porporato altre religioni ed 
altro santo. E perciò al primo raggio del i J di 
giugno, alzato nel campo 1 altare, celebrato d s^ 
griUzio de’ cristiani , ed invocato sant Anton# 
patrono del giorno, fece muovere contro la città 
tutte le torme della Santa Fede; stando lui a ca- 
vallo col decoro della porpora e della spada, in 
mezzo ulla schiera maggiore, intesa a valicare U 
piccolo Sebeto sul ponte 'della Maddalena. Alle 
quali mosse, mossero incontro i repubblicani; 
prima sparando dal Castel nuovo i tre tiri del can- 
none per tener le vie della cittì sgoinbere di 
genti, e salve dalle insidie de nemici inteini. 

^ Il generale Bassetti con piccola mano correva il 
poggio di Capodichina, minacciando, per le viste 
più che per l’ armi, l’ ala diritta dc\U immensa tor- • 
ma che avanzava ne’ fertili giard'mi della Barra, li 
generale Wirlz con quanti potè raccogliere andò 
sul ponte, vi stabili poderosa batteria di cannoni, 
e munì di combattenti c di artiglierie la sponda 
diritta del fiume: i castelli della cittì restarono 
chiusi co’ ponti alzati. La legione Càlabra, divisa 
ih due, guernivail piccolo \igliena, forte o batte- 
rla di costa presso V edifizio de Granili; e pattu- 
gliava nella città per impedire le insidie interne, 
e per ultimo disperato ajuto alla cadente libertà. 

I partigiani di repubblica, vecchi o infermi, guar- 
davano i castelli; i giovani e 1 robusti andavano alla 
milizia, o formati a tumultuane compagnie, o vo- 


LIBRO QUARTO — J799 I3a 

loniari e soli a combattere dove li guidava sdegno 
maggiore o fortuna, l Russi assalirono Viglienti, ma 
per grandissima resistenza bisognò atterrare le mu- 
ra con batteria continua di cannoni; e quindi Rus- 
sij Turchi, Borboniani, entrali nel forte a combat- 
tere ad armi corte, pativano, impediti e slrelli dal 
troppo numero, le oIFese de’ nemici e de’ compa- 
gni. Molti de’legionari calabresi erano spenti; gli 
altri feriti, nè bramosi di vivere; cosiccbc il prete 
Toscani di Cosenza capo del presidio, reggen- 
dosi a fatica perchè in più parti trafitto, avvici- 
nasi alla polveriera, ed Invocando Dio e la libertà, 
getta il fuoco nella polvere, e ad uno istante con 
iscoppio e scroscio terribile muojono quanti erano 
tra quelle mura, oppressi dalle rovine, o lanciati 
in aria, o percossi da sassi: nemici, amici, orri- 
bilmente consorti? Alla qual pruova d’animo di- 
sperato trepidò il cardinale , imbaldanzirono i 
repubblicani, e giurarono d’imitare il grande 
esempio. > * 

Con tali augurii stava Wirtz sul ponte. Bassetti 
su la collina, e usci dal molo con lance armate 
T ammiraglio Caracciolo; il cardinale co’syoi avan- 
zava. Cominciata la zuflà, morivano d’ambe le par- 
ti; ed incerta pendeva la vittoria, stando sopra 
una sponda numero infinito, e su l’altra virtù 
estrema e maggior arte. Tra guerrieri sciolti u 
volontari andava Luigi Serio avvocato, dotto, fa- 
condo, guida un tempo ed amico all’ imper’atoi'e 
Giuseppe li, come ho rammentato nel precedente 
libro; ma contrario al re Borbone per sofferta ti- 
rannide, bramoso anzi di morte cbe paziente alla 
servitù. Egli avendo in casa tre nipoti^ per nome 


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134 LIBRO QUARTO — 1799 

de Turris, giovani timidi e molli, allo sparo della 
ritirata lor disse; «andiamo a combattere il nemi- 
coj» ed eglino, mostrando la età senile di lùi, la 
quasi cecità, la inespertezza comune alla guerra, 
la mancanza delle armi, lo pregavano di non 
esporre a certa ed inutile rovina sè e la famiglia. 
Al che lo zio: «Ho avuto dal ministro della guerra 
«quattro armi da soldati e duecento cariche. Sarà 
«facile cogliere alla folta mirandola da presso. 
ivVoi seguitemi; se non temeremo la morte, avre- 
«mo almeno innanzi di morire alcuna dolcezza 
?>di vendetta «. Tulli andarono. 11 vecchio per 
grande animo e nalural difelto agli occhi non ve- 
dendo il pericolo procedeva comhallendo con le 
armi e eon la voce. Mori su le sponde del Sebe- 
to; nome onoralo da lui quando visse con le muse 
genllli dell’ ingegno, ed in mwte col sangue. Il 
cadavere, non trovato nè cercato abbastanza, re- 
stò senza tomba; ma spero che su questa pagina 
le anime pietose manderanno per lui alcun sospiro 
di pietà e di maraviglia. 

' XXXIII. Al decbinare del giorno ancora incerta 
era la fortuna su le sponde del piccolo Cume, 

a liando il generale Wirlz, colpito e stramazzato 
a mitraglia, lasciò senza capo le schiere, senza 
animo i combattenti; ed al partir di lui, su la bara 
moribondo, vacillò il campo, tr^iidò, fuggi con- 
fusamente in città. Ed allora i Borbonianl ed i 
làzza'ri, dispregiando U divieto di autorità cadente, 
uscirono dalle case per andare armati contro la 
schiera del Bassetti; la quale, saputo la morte 
del Wirtz, la perdita del ponte ed. il campo fu- 
gato, si ritirò, aprendosi varco fra le torme ple- 


s 


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LIBRO QUARTO — 1799 135 

bee, nel Casteinuovo. Qui già stavano riparati 
e in atto di governo i cinque del Direttorio, i mi- 
nistri, e parecchi del senato legislativo; gli altri 
ufììziali o partigiani della repubblica si spartiro- 
no, secontlo variar di senno, tra i castelli, le case, 
i nascondigli, o a drappelli armati nell’ aperto. 
Molti che andarono al forte di Santelmo, rilmt- 
tati dallo spietato Megèan, accamparono sotto le 
mura e nel vasto convento di San Martino. Carac- 
ciolo combattè dal mare per molta notte; e poi 
che i nemici si allontanarono dalla marina, tornò 
al porto. E mentre tali cose di buona guerra si 
operavano, due fratelli Baker e tre altri prigioni 
già condannati dal tribunale rivoluzionario furo- 
no arcbibugiati, come in segreto, sotto un arco 
di scala del Castelnuovo; supplizio crudele per- 
chè nelle ultime ore del governo, senza utilità di 
sicurezza o di esempio. INon bastò il tempo, e fu 
ventura, a più estesi giudizi contro a’^congiurati 
col Baker. La città intanto priva di muri e di mu- 
nimenti, sgombera de’ repubblicani, e già piena 
de’ contrarii, alzò grida di evviva per il re; ma le 
milizie assoldate, e quanto si poteva di truppe della 
Santa Fede restarono fuori, tenute dal cardinale 
(non per carità della patria) per tema che le tene- 
bre ajutassero preparate insidie del nemico. Voci 
diuKjue di gioia e luminarie, adulatrici o pru- 
denti più che sincere, festeggiavano il ristabilito 
impero; e tiri di cannone da castelli, o disperate 
uscite de’ repubblicani turbavano le feste, ucci- 
devano i festeggianti. Tetra notte per le due parti 
fu quella del i 3 di giugno del 1799- 

XXXiy. AJ seguente malliuo assalito e preso dai 


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ne LIBRO QUARTO — 1799 

Russi il forte del Cannine, vi morirono uccisi 
repubblicani e soldati, ed all’ alzare della bandie- 
ra borbonica su la torre, furono vòlte, sparando 
a guerra cd a festa, le artiglierie al Castelnuovo 
ed alle triqclere del molo, l’oso le stanze il car- 
dinale a’ Granili, accamparono le mlllzlè ordinate 
della Santa Fede nelle colline «he so])rastanno 
alla città; le torme sciolte, vennero al promesso 
spoglio delle case, e quante commettessero pre- 
de, atrocità, uccisioni dirò in altro luogo. Dalla 
opposta parte i repubblicani si affaticarono in 
quel primo giortio a munire le fronti offese del 
Castelnuovo cd a sbarrare alcune strade della 
città', cosi che fossero ancora in repubblica i tre 
castelli jVuovo, dell’Uovo, Santelmo, il palazzo, 
la casa forte di Pizzofalcone, l’ullima punta del- 
l’abitato detta Ghiaia. Durarono le batterie nei 
‘ seguenti giorni: alcuni repubblicani disertando 
si girarono 'al re, il comandante del castello di 
Baia invitò i Siciliani ad impadronirsene, due 
ufllziali fuggiti dal Castelnuovo furono visti alzar 
trincicre contro quel forte che dovevano per sa- 
cramento difendere; ma di codesti colpevoli tac- 
cio i nomi, perchè pochi ed oscuri più nocquero 
alla propria fama die alla repubblica; e perchè 
in tanti mutamenti di stato le tradigioni grandi 
e felici hanno coperto le minori, sì che oggidì la 
fede, il giuramento, i debiti di cittadino, le re- 
ligioni di settario sono giuochi di astuzia, nutriti 
dal dispotismo, cui giovano tutte le bassezze della 
società più corrotta, di modo che il censo pro- 
gressivo de’Vlzl e delle virtù clvUl dal 1799 sin 
oggi mostrerebbe quell’ anno il tempo meno tri- 




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LIBRO QUARTO — 1799 137 

slo tlel popolo napoletano : tanto eli mese in mese 
i pubblici costumi degradarono.. 

Assalita la piccola ròcca di Castellamare da 
batterie di terra e di vascelli siciliani ed inglesi, 
non cede ebe a patti di andare il presidio libero 
in Francia, ciascuno portando i beni mobili che 
voleva, e lasciando sicuri nel regno possedimenti 
e famiglie. 11 sotto ammiraglio inglese Foote sot- 
toscrisse per le parti regie il trattato; e poscia il 
presidio, apprestate le navi, fu menato a Marsi- 
glia. ISella guerra della, cittì una stul tizia de’Bor- 
boniani , altra de’ contrarii generarono pericolo 
gravissimo. Dal castello del Carmine tiravano per 
ignoranza palle infocate contro i saldi muri del 
Castelnuovo; ed una, fermata in piccola stanza 
su la cortina, apprese il foco a certi legni che 
antichi ed oliati rapidamente bruciarono. Sorgeva 
quella casetta presso il bastione della marina, e sta- 
va in seno a questo la polveriera piena di polvere 
e di artifizi. INon potevano quelle fiamme fuggenti 
verso il cielo comunicar sotterra fuoco, scintilla, 
o calor grave; ma si eccitò tanta paura e tumulto 
che il presidio minacciava sforzar le porte del 
castello e fuggirne; o se alcuno calmar volevate 
agitate fiintasie lo credevano disperato di vivere, 
uccisore crudele delle sue genti; il Toscani di Vi- 
gliena, sino allora di eroica fama, era citato in 
esempio di ferità. Cosicché tutti, sapienti. Insi- 
pienti posero mano all’ opera, solleciti come so- 

{ >rastassc l’incendio della polveriera; e benché 
ontana la fonte, fatto perenne il getto d’acqua 
per catena d’uomini, fu spento il foco. Ma tra 
mezzo allo scompiglio, U nemico, visto fumo d’in- 


T38 LIUBO QUARTO — T799 

cendio nel castello e rallentato lo sparo de’ can- 
noni, si appressò alla via detta del Porto, e get- 
tando parecchie granate alla porta della dàrsena 
la incendiò; aprì un varco al castello, ed entrava 
se avesse avuto maggior animo e miglior arte. 
Corsero i repubblicani al rimedio, e tumultua- 
riamente sbarrarono quello ingresso. 

XXXV. Era concertata per la notte la uscita 
de’ repubblicani da San Martino e de’ castelli del- 
l’Uovo e INuovo per distruggere batteria di can- 
noni alzata nella marina di Ghiaia. JNon .erano i 
Francesi con loro perchè Megèan già negoziava 
col cardinale il prezzo del tradimento, e i repub- 
blicani, sospettandone, gli nascondevano le mosse 
e le speranze. Al battere della mezzanotte, ora 
fissata ad uscire, muovono le tre partite, e quanti 
incontrano soldati della Santa Fede spietatamente 
uccidono, perciocché il far prigioni era danno al 
segreto ed alle j[)iccole forze della impresa; vanno 
tanto sospettosi che due avanguarcU credendosi 
nemici si azzuffano; ma ratto scoprendosi, e com- 
miscrando insieme la morte di un compagno, giu- 
rano vendicarla su i nemici. Procedono, sorpren- 
dono ed uccidono le guardie della batteria, in- 
chiodano i cannoni, bruciano i carretti e tornano 
illesi a’ioro posti, disegnando altre sortite e giu- 
rando di morire nei campi. 11 romore della pesta, 
i lamenti e i gridi alla uccisione de’Borboniani, 
annunziando pericolo , ma incerto , nel campo 
russo, nei campi della Santa Fede e nelle stanze 
del cardinale, tutti batterono all’arme, tenendo 
schierate le truppe sino al giorno, mentre il co- 
dardo porporato divisava tUarsi addietro di molte 
miglia. 


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LIBRO QUARTO — 1799 I3G 

E pensieri più aspri lo agitavano. Nuli’ altro 
sapevasi della flotta gallo-ispana fuor che navi- 
gava nel Mediterraneo j e benché flotte maggiori 
e nemiche girassero nel mare istesso, era incerto 

10 scontro, e negli scontri la fortuna de’ combat- 
timenti. Molte città sospiravano ancora la repub- 
blica} e delle città regie parecchie si scontenta- 
vano per la crudeltà delle genti della Santa Fede. 
Le promesse del premli cadevano} menomavano 
le torme, però che i meno avari, saziata l’avidità, 
volean godere vita oziosa e sicura. E finalmente 
avendo a fronte gente animosa e disperata, il car- 
dinale temeva per sé e per gli statichi (tra quali 
un suo fratello) custoditi nel Castelnuovo. Nelle 
veglie angosciose di quella notte, decise mandar 
legati al ìDirettorlo della repubblica per trattar di 
pace} e a giorno pieno, meglio computate le morti 
e i danni della sortita, le fughe, lo sbalordimento 
ne’ suoi campi, uditi a consiglio i capi delle trup- 
pe e i magistrati del re, tutti proclivi agli ac- 
cordi, inviò messaggio a Megèan con le proposte 
di accomodamento convenevole a’ tempi, alla di- 
gnità regia ed a causa vinta. Gli ambasciatori di 
Ilufib ed un legato di Megèan riferirono quelle 
profferte al Direttorio della repubblica. 

XXXVl. Qui erano maggiori e più giuste le in- 
quietudini} ma r offerta di pace le consolò, altri 
credendo diserzioni o ribellioni nei campi della 
Santa Fede, altri vittorie francesi nella Italia, ed 

11 maggior numero vicina e vincitrice la Gallo- 
Ispana. Risposero che a governi liberi non era 
lecito concedere o rigettare senza consultazioni, 
che*il Direttorio consulterebbe. Frattanto a pre- 


f^o LIBRO QUARTO — 1799 

ghiere del legato di Megèan fu coneordalo armisti- 
zio di Ire giorni; ed il minisli-o Mantlionè, al par- 
tire degli ambasciatori, disse a’ Borboniani che se 
il cardinale nella tregua non sapesse frenare le 
sue genti} egli uscendo dal forte impedirebbe le 
crudeltà, le rapine, il sacco infame della città. 
Rimasti soli consultavano; e a poco a poco dubi- 
tando delle immaginate felicita inchinavano gli 
animi agli accordi. Manthonè, solo fra tutti, pro- 
poneva partiti estremi C' generosi , pari al suo 
cuore, non pari alle condizioni della repubblica. 
Oronzo Massa generale di artiglieria , chiamato 
a consiglio e dimandato dello stato del castello, 
rispose il vero così : « Slamo ancora padroni di 
queste mura' perchè abbiamo incontro soldati non 
esperti, torme awenticce, un cherico per capo. 
Il mare, il porto J la dài’sena son del nemico, l’ in- 
gresso perla porta bruciata è inevitabile, il pa- 
lazzo non ha difese dalle artiglierie, la cortina 
verso il nemico è rovinata, infine, se mutate le 
veci io fossi assalitore del castello saprei espu- 
gnarlo in due ore ». Replicò il presidente: « Ac- 
cettereste .voi dunque la pace ?» « A condizioni , 
rispose, onorate per il governo, sicure per lo 
stato, r accetterei ». 

Si consumava la tregua, la Gallo-Ispana non ap- 

S ariva, le forze repubblicane menomavano per 
iserzioni, dechinavano di proponimenti. Nella 
seconda notte fu rifatta la distrutta batteria di 
Ghiaia, ed altra nuova se ne formò nella via del 
Porto; ma per lamentanze'e minacele del Di- 
rettorio, sospese le opere, il cardinale accertò che 
se al dì vegnente non si fermava la sperata pace. 


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A 


LIBRO QUARTO — 1799 14! 

egli farebbe abbattere quelle trinciere alzate, non 

E er suo comando, per foga dei soldati I repub-' 
licani riconsultando, passate a rassegna e cadute 
le speranze maggióri, prolungar l’assedio sino 
air arrivo degli ajuti stranieri, o vincere all’aj^r- 
to, o farsi varco tra nemici per unirsi ai Francese 
di Capila; vedendo facile il morire, impossibile 
la vittoria, e volendo serbar sè stessi e mille e 
mille ad occasioni piu prospere per la repubbli- 
ca, distesero in un foglio le condizióni di pace, 
ed elessero negoziatore lO stesso generai Massa 
che aveva sostenuto nei congressi la opinione per 
gli accordi. Oronzo Massa, di nobile famiglia, uf- 
ficiale nei suoi verdi anni di artiglieria, volonta- 
riamente ritirato quando il governo, l’anno 1 7g5, 
volse a tirannide, si offrì soldato alla repubblica, 
e fu generale; facondo, intrepido e di sensi ma- 
gnanimi. A mal grado accettò il carico, ed uscen- 
do dalla casa del Direttorio, incontrando me, cjie 
scrivo, nella piazza del forte, mi disse a quale 
ufBzio egli andava, soggiugnendo : « 1 patti scritti 
dal Direttorio sono modesti, ma il nemico per 
‘felicità superbo non vorrà concèdère vita e l'daertó 
ai capi ddla repubblica; venti almeno cittadini 
dovranno, io credo, immolarsi alla salute di tutti, 
e sarà onorevole al Direttorio ed al negoziatore - 
segnare il foglio dove avremo pattovite per il .vi- 
vere di molti le nostre morti 

XXXVll. Convennero nella casa del cardinale 
i negoziatori. E poiché il Direttorio avea dichia- 
rato che non confiderebbe nel solo re Ferdinan- 
do e nel suo vicario, fu necessiUì unire al trattato 
i condottieri de’ Moscoviti e de’ Turchi, Fammi- 


142 LIBRO QUARTO — 1799 

raglio della flotta inglese, il comandante Megèan. 
Parvero al cardinale troppo ardite le dlmande dei 
repuLbllcanij ma per i discorsi del generai Massa, 
non audaci, sicuri, e per i proponimenti terribili 
ch’egli svelava, usar degli statlchi alle maniere 
antiche, abbattere, bruciare le case della città, 
ripetect l’eroismo di Vigliena in ogni castello, in 
ogni edlfizio, dechinò la superbia del porporato; 
il quale, mormorando co’ suoi ch’egli avrebbe 
rimproveri dal re se trovasse in rovina Napoli 
sua, chiese che tolti dal trattato i concetti e le 
parole oltraggiose alla dignità regale , scenderebbe 
a’ pretesi patti. E aderendo il generai Massa, fu 
scritta la pace in tjuesti termini; 

u I." I castelli Nuovo e dell’Uovo, con armi e 
munizioni, saranno consegnati à’ commissari di 
S. M. il re delle due Sicilie e de’ suoi alleati l’ In- 
ghilterra, la Prussia, la Porta Ottomana 

« 2 .“ I presidii repubblicani de’ due castelli usci-, 
ranno con gli onori di guerra, saranno rispettati 
e garentiti. nella persona e ne’ beni mobili ed im- 
mobili ». 

« 3.“ Potranno scegliere d’ imbarcarsi sopra navi 
parlamentarie per essere portati a Tolone, o re- 
stare nel regno, sicuri d’ogni inquietudine per 
sè e per le famiglie. Daranno le navi i ministri 
del re r. 

w Quelle condizioni e que’ patti saranno co- 
rnimi alle persone de’ due sessi rinchiuse ne forti, 
a’ prigionieri repubblicani fatti dalle truppe regie 
o alleate nel corso della guerra, al campo di San 
Martino ». 

« 5° I presidii repubblicani non usciranno dai 


LIBRO QUARTO — 1799 143 

castelli sino a che non saranno pronte a salpare 
le navi per coloro che avranno eletto il partire «. 

u G." L’arcivescovo di Salerno, il conte Miche- 
roux, il conte Dillon e’I vescovo di Avellino re- 
steranno ostaggi nel forte di Santelmo sino a che 
non giunga in Napoli nuova certa dell’arrivo a 
Tolone delle navi che avranno trasportato i pre- 
sidi! repubblicani. I prigionieri della parte del 
re, e gli ostaggi tenuti ne’ forti andranno liberi 
dopo iirmata la presente capitolazione ». 

Seguivano i nomi di Ruffo e Micheroux per il 
re di Napoli, di Foote per la Inghilterra, di Bail- 

lie per la Russia,' e di (I) per la Porta; e 

per la parte repubblicana, di Massa e Megèan. 

XXXVm. Ne dì seguenti furono apprestate le 
navi. Un foglio del cardinale invitò Ettore Caraffa 
conte di Ruvo a cedere le fortezze di Clvitella e 
Pescara alle condizioni de’ castelli di Napoli; ed 
un suo editto da vicario del re, bandiva esser fi- 
nita la guerra, non più avere il regno fazioni o 
parti, ma essere tutti i cittadini egualmente sog- 
getti al principe, amici tra loro e fratelli; vo- 
lere il re pertfonare i falli della ribellione, ac- 
cogliere per fino i nemici nella bontà paterna; e 
perciò finissero nel regno le persecuzioni, gli spo- 
gli, le pugne, le stragi, gli armamenti, ftia pure 
taluni, o veggenti o increscevoli del reggimento 
borbonico, vennero a dimandare imbarco; e su 
le navi eh’ erano preste, imbarcarono. Del campo, 
di San Martino pochi rimasero in città, molti an- 

(I» Manca nell’originale. Carlo Botta dice, Keràndy por la 
RuMÌa, Booieu per la Porta. {^Editore) 


m LIMO QUARTO -1- 1799 

davano in Francia; e uscendo da’ castelli coi 
pallovili onori, i due presidii si spartirono trai 
rimanere (ed erano pochi) e il partire. IVon man- 
cava dunque a salpare che il vento, sperato pro- 
pizio nella notte. 

Quando visto il mare biancheggiar di vele fu 
, creduto l’ arrivo della Gallo-Ispana; e |>crclò tfa i 
repubblicani imbarcati scoppiò cordoglio comu- 
ne, è rimproveri \'icendcvoli; andò più alto la 
fama di Manlhonè, il (juale aveva sempre biasi- 
mato la resa de’ castelli, e chiamato vill.à in qua- 
lunque infima sorte darsi schiavo al nemico, quasi 
m.incasse la llbertà'del ‘morire; nia erano quelle 
navi dell’ Olmata di INelson, che arrivò al golfo 
prima che il sole tramontasse. jXella notte levatosi 
favorevole vento a navigare* per Francia, i pre- 
parati legni non salparono, ed al vegnente giorno, 
mutando luogo nel porto, andarono sotto al can- 
none del caslel dell’Ovo, tolto i timoni e le vele, 
gettate le àncore, messe le guardie, trasformate 
le navi a prigioni; di che ^'imbarcati, maravi- 
gliandoTe temendo, chieste spiegazioni all’ ammira- 
glio Nelson, il vincitore di Aboukir non vergognò 
cassare le capitolazioni, pubblicando editto del 
re Ferdinando che dichiarava; m i re non patteg- 
giare co’ sudditi; essere abusivi e nulli gli atti del 
suo vicario; voler egli esercitare la piena regia 
autorità sopra i ribelli ». E dopo quel bando an- 
darono alle navi commissari regii per trarne i 
disegnati (ottanta qua Uro) che a coppie incatenati, 
e a giorno pieno per le vie popolose della città, 
furono menali con spettacolo misero e scandaloso 
alle prigioni di quei medesimi castelli eh’ essi po- 


DigiiiztxTiiy 


LIBRO QUARTO — 1799 H5 

CO innanzi, ora gl’inglesi guernivano. Altri degli 
imbarcati non eccitando, per la oscurità de’ nomi 
C de’ fatti, la vendetta di que’ superbi, o bastando 
a vendetta l’esilio, andarono su le navi medesime 
a Marsiglia. 11 conte di Ruvo, cedute le fortezze 
di Pescaia e Civitella, evenuto con altri parecchi 
del presidio ad imbarcarsi, com’era statuito nei 
patti della resa, furono menati spietatamente nelle 
carceri. Alle quali pruove di crudeltà e d’ingiu- 
stizia, i Borboniani, i làzzari, le torme della Santa 
Fede, già impazienti e sdegnosi de’ trattati e de- 
gl’ editti di pace del cardinale, ora scatenati tor- 
narono alle mal sospese ferità j ed il Ruftb, timo- 
roso di que’ tristi e della collera del re, taceva o 
secondava. 

XXXIX. Cederono, l’un dietro l’altro sotto finte 
di assedio, Santelmo, Capua, Gaeta. Comandava 
Santelmo, come innanzi ho detto, il capo di le- 
gione francese Megèan che da più giorni mer- 
canteggiava la resa del castello; ed è fama non 
contradetla che l’avidità di lui, scontentata dalle 
tenui offerte di Ruftb, si volgesse per patti mi- 
gliori agl’ Inglesi; ma, ributtato, fermò col primo; 
e stabilirono: 

Rendere il castello a S. M. Siciliana e suoi allea- 
ti; esser prigioniero il presidio, ma tornando in 
F rancia sotto legge di non combattere sino al cam- 
bio; uscir dal forte con gli oiiori di guerra; con- 
segnare i sudditi napoletani, non a’ ministri del 
re, ma degli alleati. 

Ed al seguente giorno, consegnato il castello, 
uscendone il presidio, furono visti i commissari 
della polizia borbonica correre le file francesi, 
CoiXBTTA, 7*. U. 10 


146 LIBRO QUARTO — 1799 

gccgUere e incatenare i soggetti napoletani; e dove 
alcuno sfuggiva la vigilanza di que’ tristi, andar 
àlegèan ad indicarlo. Erano ufBziali francesi, ben- 
ché nascessero nelle Sicilie, Matera e Belpulsi; e 

S or essi, vestiti' della divisa di Francia, furono * 
ati agli sbirri di ?iapoli. 1 ministri de’ potentati 
stranieri, come che presenti, tacevano; mancando 
a‘ patti della resa, i quali j)onevano que’ miseri' 
nella potestà degli alleati. Era tempo a infamie. 

Ceuè, ^oco appresso, come io diceva, la for- 
tezza di Capua, indi Gaeta. Le condizioni furono 
le medesime di Santelmo; lo scandalo minore; 
avvegnaché non erano tra le file francesi, o si na- 
scosero', i malaugurati soggetti del re delleDue Sici- 
lie. Imbarcarono i Francesi; e sopra tutte le ròcche 
sventolava la bandiera de’Borboni; comandava il 
regno, luogotenente del re, il Cardinal Buffo; le , 
città, le terre, i magistrati gli obbedivano. Tutto 
dunque cessò della repubblica, fuorché, a mag- 
gior supplicio degli animi liberi, la memoria di 
lei e lo spavento de’ presenti tiranni. 


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H7 

LIBRO QUINTO 

Regno di Ferdinando ly — Anno 1799 a 1806 
CAPO PRIMO 

Il re Ferdinanclo Borbone rifacendo il gorerno 
^ eccede in tirannide. 

I. Cjab'uta la repubblica j finita la guerra dei 
campi y cominciò altra ^erra più crudele ed 
oscena dentro la città. I vincitori correvano sopra 
i vinti^ chi non era guerriero della Santa Fede o 
^ pleh^^^incontratOj era ucciso; quindi le piazze 
"é le strade bruttate di cadaveri e di sangue^ gli 
onesti fuggitivi o nascosti, i ribaldi armati ed au- 
daci; risse tra questi per gara di vendette o di 
guadagni, grida, lamenti; chiuso il fòro, vote le 
chiese, le vie deserte o popolate a tumulto, aspetto 
di città mesta e confusa come allora espugnata. £ 
la fierezza, saziata di sangue, voltasi all’avarizia', 
fingendo che i giacobini stessero nascosti nelle 
case, non lasciò luogo chiuso; e, appena aperto, 
vi rubava a sacco: i làzzari, i servi, i nemici e i 
falsi amici denunziavano alla plebe le case che 
dicevano dei ribelli; ed ivi non altro che sforza- 
re, involare, uccidere; tutto a genio di fortuna^ 
Traendo i prigioni per le vie nudi e legati li tra- 
figgevano con le armi, gli avvilivano per colpi 
vulsuii e lordure su la faccia; genti di ogni età. 


148 LIBRO QUINTO — 1799 

di ogni sesso, antichi magistrali, egregie donne 
già madri della patria, erano strascinati a quel 
supplizi; cosi che i pericoli della passata guerra, 
la msolenza delle bande regie, le ultime dispera- 
zioni dei repubblicani, tutti i timori degli scorsi 
giorni al paragone delle presenti calamità pare- 
vano tollerabili. 11 cardinale Ruffo, gli altri capi 
della Santa Fede ed i potenti su la plebe, validi 
ad accendere gli sdegni, non bastavano a mode- 
rare la vittoria. 

Se descrivendo queste supreme sventure di 
Napoli io m’incontro nei sensi e nelle parole di 
Cornelio Tacito là dove rappresenta lo stalo e la 
faccia di Roma, dopo ucciso Vitellio, sappia il 
lettore che avvisatamente non ho voluto fuggire 
la siniigllanza o repelizione di quello autore gra- 
vissimo^ opportuna a dimostrare che, per variar 
di tempi o di luoghi o di civili costituzioni, n^ n _ 
varia la natura della plebe, ^ffiostco, se lo Scateni, 
orrendo, simile a sè, indomabile; e quanto al)o- 
minevol peccalo fecero i tristi che a lei tolsero i 
freni delle leggi e della paura. Quindi tristissimi 
il Cardinal Ruffo (per le cose narrate nel prece- 
dente libro), e l’ ammiraglio inglese lord Nelson 
per altri più vergognosi fatti che giustizia e ve- 
ritiì d’istoria vuol palesatL Veniva d Egitto l’eroe 
d’Aboulvir,e innamoravasi, come ho detto nel terzo 
libro, di lady Hamilton. Costei, nata Emma Lio- 
na, di madre povera, di padre incerto, in con- 
dizione tanto scaduta che se ne ignora la patria, 
se non fosse nel principato di GaUes in Inghil- 
terra; poi adulta e bellissima, sola, vagante, in 
povertà di stato, fra costumi corrotti, menò vita 


LIBRO QUINTO — 1799 149 

sciolta e abbietta sino all’etó di sedici anni, E al- 
lora, venuta In possesso di certo Graham, davasi 
a spettacolo nello inventato letto di Apollo, nuda 
o coperta di velo sottilissimo, con le sembianze 
della dea Igea. Cento artisti ritrassero, a scuola o 

{ >cr lascivia, le divine forme; ed il Romney, ce- 
ebre pittore, la riprodusse nelle figure di Vene- 
re, di Cleopatra, di Frine; come altri di Baccan- 
te, di Sibilla, di Leda, di Talìa e della pentita 
Maddalena. Sotto immagini celesti e favolose bel- 
lezza vera e presente innamorò Carlo Greville 
della nobile famiglia Warwick; e (piando egli 
scese da grande altezza di carica e di fortuna, 
Emma venne in INapoli oratrice allo zio di lui, 
sir William Hamilton, per ottenere ajuto di danari 
e permesso al nipote (li sposarla, negato innanzi. 
11 vecchio zio, maravigliato e poi preso di amore 
della non più vista bellezza, concedendo al gio- 
vine parte della dimanda per prezzo dell’altra, 
pagò i debiti suoi e ritenne la donna. Quindi l’an- 
no 1791 la fece sua' moglie col nome di miss 
Harte; e così Emma, divenuta milady e amba- 
sciatrice, scordando i principi! e ’l corso della 
vita, prese contegno nuovo, e ’l sosteneva come 
fosse antico e nativo. 

E quando lord Nelson si' mostrò di lei pazza- 
mente preso, la scòrta regina di Napoli (che sino 
a quel punto avea conversato con mllaJy da su- 
perba, come regina con donna di ventura) dechi- 
nata ralterigla, provvida del futuro, l’avvinse 
a lei coi nodi tenacissimi della vanità; nella reg- 
gia, nel teatri, al pubblico passeggio Emma se- 
deva al fianco della regina; e spesso, ne’ penetrali 


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T50 libro quinto — 1799 

della casa, la mensa, il bagno, il letto si godevan 

comuni: Kmma era bellezza per tutte le lascivie. 

^ fuggire (la Napoli de Borboni, ella imbarilata 
su lo stesso vascello prese cura sollecita (lell’in- 
fermo principe Alberto, e il tenne in braccio sino 
all* ultimo spiro, sicché la fuga, le sventure, il 
medesimo asUo in Sicilia doppiarono gli affetti 
delle due donne. 

Ed allorché la regina Carolina lesse in Palermo 
le capitolazioni de’ castelli, e vidde svanire le sue 
vendette, pregò Emma, non da regina, da amica, 
di raggiungere l’ ammiraglio che navigava inver- 
so Napoli, portargli lettere sue e del re, persua- 
derlo a rivocare l’ infa'me trattato che svergogna- 
va tutti i principi della terra , facendoli da meno 
de’ sudditi ribelli. E poi che l’ebbe infiammata 
de’ suoi desidera, le ilisse: « A \oi, milady, noi 
dovremo la dignità della corona; andate solleci- 
ta; vi secondino i venti e la fortuna ». Quindi con 
abbracciamenti l’accommiatò. Ella, partita sopra 
legno corridore, giunse a Nelson quando entrava 
nel golfo di Napoli. Erano le regie lettere pre- 
gbevoli e ragionatrici dell’offeso decoro de tioni, 
e della ventura che le sorti della sovranità stes- 
sero nelle mani dell’ ammiraglio; la regina sog- 
giungeva: « Manca il tempo a piu scrivere; mi- 
lady oratrice ed amica vi esporrà le preghiere; e 
le quante grazie vi rende la vostra Carolina ». In 
seno al foglio del re stava decreto che diceva: 
u Non essere sua intenzione capitolare co sml- 
diti ribelli; perciò le capitolazioni de’ castelli ri- 
.vocarsi. Esser rei di maestà tutti i seguaci della 
così detta repubblica, ma in vario grado; giudi- 


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LIBRO QUINTO 1799 151 

Carli lina Giunta di Stato, per punire i principali 
con la morte^ i minori con la prigionia o con T e* 
silio ^ tutti con la confisca. Riserbare ad altra legge 
la piena esposizione delle sue volontà^ e la ma*' 
niera di eseguirle ». k' 

• La fatai donna giunta sul vascello di Nelson, 

destata la gioia e avole le carezze del non atteso 
arrivo, presentò i fogli a lui, che per istinto di 
giustizia e di fede senti raccapriccio dell’ avuto 
carico, e rifiutava; ma vinto dalle moine dell’a- 
mata donna, l’ uomo sino allora onoratissimo, 
chiaro in guerra, non vergognò di farsi vile mi- 
nistro di voglie spergiure e tiranne. Tornò indie- 
tro il legno di milady, apportatore alla regina 
delle nuove felici; Emma, guiderdone della ver- 
gogna, restò con Nelson. E stavano assieme quan- 
do egli, arrivato in porto, pubblicando i decreti 
del re, consumò, come ho accennato nel IV li- 
bro, il tradimento. . ' - -j. 

• n. Duravano intanto nella città e crescevano le 
uccisioni e gli spoglL-Dicendo a pretesto che le 
parti repubblicane avevano preparato la morte di 
trentamila della plebe con lacciuoli da strozza, i 
tristi andavano per le case ricercand,o gl’istro- 
menti del non creduto eccidio, e dovunque per 
mala ventura trovassero canape o funi., vuotavano 
e bruciavano le case, uccidevano gli abitanti; e 

_ dicendo che i repubblicani portavano sul corpo 
indelebilmente disegnata la donna o l’ albero della 
libertà, facevano spogliar nudi i giovani militari 
o cittadini, ed era la bellezza e grandezza della 
persona stimolo maggiore alla crudeltà. Nè ca- 
pendo nelle carceri e, nelle cave delle fortezze i 


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ir>2 LreRO QUINTO — 1799 

prigionieri, U spartivano ne’ vasti ed insalubri ca- 
meroni de’ Granili, ed all’isola di Frocida, per 
essere condannati da tribunale di maesLì colà sta- 
bilito} dal quale, primi tra molti, perirono i gene- 
rali Schipani e Spanò rammentati nel precedente 
libro. Quindi Pasquale Battistessa, gentiluomo e 
padre di molti figli, onesto e non caldissimo se- 
guace di libertà, sospeso alla forca e creduto 
morto del capestro, si scoprì ancora vivente scen- 
dendo alla sepoltura; e fu dal boja, per comando 
deir empio Speciale, scannato in chiesa di colici- ^ 
lo, e gettato nella fossa. 

L’ammiraglio Caracciolo, preso per tradimento 
di .un servo da remoto asilo , fu cliieslo da Nel- 
son al Cardinal RulFo, e credevasi per salvare un 
prode tante volte compagno a’ pericoli della guer- 
ra e del mare; si che rammentando il rancore che 
le arti marinesche del Caracciolo avevano talvolta 
concitato nell’ altro, si laudavaia magnanimità del 
vincitore. Ma questi, che sua mala fortuna e cieco 
amore avevano destinato alle vergogne, volle in 
mano il rivale per saziarsene di vendetta, fc quindi 
al giorno stesso e sul proprio vascello aduno corte 
marziale di uffizlali napoletani, e ne fece capo il 
conte di Thurn, perchè primo in grado. La ipial 
corte, udite le accuse, quindi l’accusato (in di- 
scorso, però che il processo scritto mancava) crede 
giusta la inchiesta di esaminare i documenti e i 
testimonii della innocenza; di che avvisato lord. 
Nelson scrisse: «non essere necessarie altre di- 
more n. E allora quel senato di scliiavi condannò 
l’infelice Caracciolo a perpetua prigionia; ma Nel- 
son, saputa dal presidente Thurn la sentenza. 


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LIHRO QUINTO— 1799 ’ 153 

replicò «la morie». E morte fu scritto dove le^-* 
gevasi^prigionia. Si sciolse l’ infame concilio alle 
due ore dopo il mezzodì j e nel punto stesso 
Francesco Ldracciolo, principe napoletano, am- 
inirdglio di armata, dotto in arte, fmice in guerra, 
chiaro per acquistate glorie, meritevole per ser- 
vigi di sette lustri alla patria ed al re, cittadino 
egregio e modesto, tradito dal servo nelle dome- 
stiche pareti, tradito dal compagno d’armi lord 
Nelson, tradito dagli uffiziali, suoi giudici, che 
tante volle aveva in guerra onorati, cinto di ca- 
tene, menato su la fregata napoletana la Minerva 
(rinomata ancor essa tra i navili per le felici bat- 
taglie di lui), appiccato ad un’antenna come pub- 
blico malfattore, spirò la vita; e restò esposto, per 
chi a ludibrio, per chi a pietà, sino alla nottej 
quando, legando al cadavere un peso a’piedi, fu 
gettato nel mare. 

Per il quale esemplo di crudeltà Inflerendo i 
malvagi della plebe, apportarono altre morti e 
rovine: nulla restava di sicuro o di sacro; la vec- 
chiezza, la tenera età, il deboi sesso, i tempii, gli 
altari non riparavano dalla sete del sangue e delle 
prede. Sola speranza ponevasi nello arrivo del re, 
promesso da’ suoi ministri; e difatli nel gior- 
no 3o di giugno, al comparire delle attese vele, 
si spiegò allegrezza nella città. Il vascello regale, 
però che il re volle restar su Tacque, vedevasi 
accerchiato di barche portanti i ministri, gli am- 
biziosi, i solleciti di mercedi e di cariche; o pure, 
fra tanti felici ed allegri, qualche famiglia onesta 
ed abbrunata, supplichevole per alcun prigionie^ 
ro pericolante in causa di maestà. Ma tosto il re< 


■w 


154 LIBRO QUINTO — 1799 

InfastuVito, vietò l’ appressamento di alcun legno, 
e diessi a riordinare lo stato; avendo per consi- 
glieri il generale Acton condotto seco ua Sicilia, 
F ammiraglio Nelson, i suggerimenti della regina 
ed il proprio sdegno. 

Prima legge riguardò l’ annullamento delle capi- 
tolazioni. Seconda legge, la nomina di una Giunta 

f )unitrice de’ ribelli, serbando ad altre ordinanze 
a dichiarazione de delitti di maestà, le pene, il 

S rocedi mento. Una Giunta di Stato, sin dalla resa 
e’ castelli, era stata composta dal Cardinal Ruffo; 
e già in breve tempo aveva condannato parecchi 
repubblicani. Ma per l’accresciuta ferocia dopo 
la vittoria, il re, confermando giudici Antonio la 
Rossa di mala fama nelle pratiche di polizia, ed 
Angelo Fiore, notato nel precedente libro tra’ se- 
guaci del cardinale, surrogò a’ giudici antichi al- 
tri nuovi e più tristi, fra’ quali Giuseppe Guido- 
baldi, già noto nella Giunta del 1796, fuggitivo, 
e tornato in patria con stuoli di scrivani e di ^ie; 
e tre magistrati di Sicilia, Felice Damiani, Gae- 
tano Sambuti, Vincenzo Speciale , provetti nei 
giudizi diProclda. Terza legge rimetteva la colpa 
de! làzzari ®el sacco dato alla reggia, e soggiun- 
geva che* .vorrebbero i sudditi, a quello esempio, 
rimettere la colpa e la memoria de’ danni sofferti 
neUo spoglio della citta. Altra legge scioglieva sette 
conventi ricchissimi degli ordini di san Bene- 
detto e della Certosa, incamerando i beni a prò 
del fisco. Que’ frati, che non avevano colpa ne’ fatti 
della rivoluzione, caddero per troppa ricchezza, 
e per avidità regia smisurata ne’ desideri! e nelle 


azioni. 


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LIBRO QUINTO — 1799 155 

Quinta legge ed ultima di quel giorno prescris- 
se l’annullamento de’ Sedili e de’ loro -antichi di- 
ritti, o privilegi; per lo che, a far conoscere la 
gravità di quelle perdite, io rammenterò per cernii 
rapidissimi l’origine e l’ ingradimento di quelle 
congreghe. Napoli, quando città Greca, aveva i 
JJor^cLdove per allegro vivere si adunavano gli 
uòmini sciolti di cure, i ricchi, i nobili, gli ad- 
detti alla milizia: portici, che in appresso chia- 
mati anche seggi, sedili o piazze, erano luoghi 
aperti, e nessuna ordinanza impediva lo andarvi; 
ma i riservati costumi di quel tempo, diflFerenti 
dagli arditi di oggidì, e la mancanza del terzo 
stato, lasciando immenso spazio tra’l primo e l’in- 
fimo, nessim popolano aspirava al conversar di 
tpie’ seggi. Furono quattro, quanti erano r quar- 
tieri, e poscia sei; allargata la città, altri seggi 
minori dipendenti da’ primi sorgevano, vsi che 
giunsero a 29; ma quindi aggregati e stretti a cin- 

S ue, li chiamarono da’ nomi de’ luoghi. Capuano, 
[ontagna. Nido, Porto e Portanova. Le altre città 
del regno, già Greche, pure avevano portici o 
seggi, ma quando a’ soli di Napoli si diedero fa- 
coltà di stato e privilegi, quelli rimasero a docu- 
mento di nobiltà e di onore. Perciocché il prime 
Carlo di Angiò concesse a’ cinque seggi di rap- 

I iresentar la capitale ed il regno, scegliere tra 
oro i ministri del municipio napoletano^ ammi- 
nistrare le entrate della città, concedere cittadi- 
nanza agli stranieri che la meritassero, giudicare 
in alcune cause. In tal modo quelle brigate, pia- 
cevoli ed oziose, mutandosi in corpi dello stato,si 
congregavano in luoghi chiusi, e magnifici quanto 


^ # 


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156 T^IBRO QUINTO — 1799 

volevano rlccliezza e nobiltà <lellc famiglie. Le case 
di fresco nobili, o le altre di antica ma scordata 
grandezza dimandavano l’ammissione in qualcn- 
no de’cin([ue seggi, però die solo in essi stava il 
registro e’I documento della signoria. I popolani, 
sospettosi della soverchia potenza de’ nobili, chie- 
sero ed ottennero un seggio detto del Popolo, ugua- 
le ne’ju'ivilegi, fuorché di nobiltà, agli altri cin- 
que. Kd allora un sindaco e sei Eletti, uno per 
seggio, componevano la municipalità di Napoli; 
con un consiglio di ventinove, scelti nelle con- 
greghe medesime; rammentando col numero i 
primi ventinove seggi della città. 

Perciò Ferdinando IV, scordando i giuramenti 
de’ re che lo avevano preceduto al trono, e del 
padre, e suoi, a nnientò p erla citata legge del 1799 ' 

il corpó municipa)* (Iella città, la rappresentanza ( 

deFl^noJTa nobiltà e signoria delle famiglie; 
dovendo d’ allora innanzi essere una l’autorità 
nello stalo, quella che viene dal trono; una la 
condizione de’ soggetti, la servitù; semplici le re- 
gole di governo., la tirannide. Pretesto a quegli 
eccessi fu il diritto di conquista; il re dicendo il 
regnò riconquistato. Ma poiché da quel suo 
diritto discendeva la legittimità della conquista 
francese, ed uguale diritto nel conquistatore di 
ordinare a repubblica lo sfato, e’I debito e la 
innocenza de vinti all’obbedienza, e la ingiu- 
stizia e illegalità di castigare popolo innocente: 
ih re medesimo, nel preambolo della legge di 
maestà, dichiarava non aver mai perduto il suo 
-reame; essere stato, benché in Sicilia, come sul 
trono di Napoli; dover quindi riguardare ogni 


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X 


LIBRO QUINTO — 1799 157 

alto de’sudditij se contrarlo a’ doveri antichi^ tra- 
dimento, e .se offensivo della regale autorità, ri- 
bellione. Egli era nel giorno istesso (però'che le i;- 
due leggi avevano la stessa data) conquistatore ■é'C 
vinto, fuggitivo e presente, privato del regno e 
possessore. 

Da questi prinapii egli trasse le ordinanze per 
la Giunta di Stato, dichiarando rei di maestà, in 

S rlmo/grado, coloro che armati contro il popolo 
lederò ajuto a’ Francesi per entrare in città o 
nel regno ; coloro che tolsero di mano a’ làz- 
zari il castello Santelmo; coloro che ordirono 
col nemico secreto pratiche dopo F armistizio 
del vicario generale rignatelli. E rei di morte 
i magistrati primari della repubblica.; rappre- 
sentanti del governo, rapprèsentanti del popo- 
lo, ministri, generali, giudici deH’alta commis- 
sione militare giudici del tribunale rivoluziona- 
rio. £ rei di morte i combattenti contro le armi 
del re, guidate dal Cardinal Ruffo. E rep di morte 
cbi assistè all’innalzamento dell’albero della li- 
bertà nella piazza dello SpiritosantO' dove fu. at- 
terrata la statua di Carlo III; e chi nella piazza 
della reggia operò o.vide il distruggimento delle 
imagini regali o delle bandiere borhoniane éd 
inglesL E reo di morte que’ che scrisse o parlò ad 
OTOsa delle persone sacre del re,- della regina, 
della famiglia. E rei. di morte- coloro che avessero 
mostrata empietà in prò della repubblica, o a dai^ 
no della monarchia ' 

I Quarantamila cittadini, a dir poco, erano mi-, 
nacciati della pena suprema, e maggior numero 
dell’esìlio; col quale sì castigavano tutti gli ascritti 


158 


LIBRO QUINTO — 1799 


a club, i membri delle municipalità, gl’ impiegati 
nella milizia bcncbè non combattentL t infine, 
diiamando colpevoli anche le guardie urbane co- 
scritte, senza il concorso della volontà, per forza 
di magistrati e di legge, il re diceva giusto il loro 
imprigionamento, e necessario a liberarle il suo 
perdono. La Giunta di Stato nella città, i commis- 
sari regii col nome di visitatori nelle province, 
punirebbero i rei tenendo in mira di purgare il 
regno da nemici del trono e dell altare. F urono 
visitatori il cavaliere Ferrante, il marchese Valva, 
il vescovo Lodovici, i magistrati Crescenzo de 
Marco, Vincenzo Marrano, Vincenzo Jorio. Ad 
ogni visitatore fu dato un compagno ne giudizi; 
sì che tiibunale di due giudici pronunziava della 
vita, della libertà, de beni di numerosi popoli. 

’ III. Così prestabilite le scale dei delitti e delle 
pene, con legge detta in curia retroattiva, per- 
ciocché le azioni la precedettero; e scelti a grado 
i magistrati bisognavano le regole del procedi- 
mento. Quelle de’ nostri codici non bastando al 
segreto ed alla brevità, furono imitate le antiche 
dei baroni ribelli della Sicilia, ed erano: il prò» 
cesso intjuisitorio sopra le accuse o le denunzie; 
i denunzia tori e le spie validi come testimoni!; i 
testimonii ascoltati in privato, e sperimentati, a 
volontà dell’ inquisitore, co’martorii; l’accusato 
solamente udito su le dimande del giudice, in> 
peditegli le discolpe, soggettato a tortma. La di- 
fesa nulla; un magistrato scelto dal re farebbe le 
mostre più che le parti del difensore; il confronto 
tra l’accusato e i testimonii, la ripulsa delle pruo- 
ve, i documenti e i testimonii a discolpa, tutte le 



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LIBRO QUINTO — 1799 159 

guarentigie della innocenza, negate. Il giudizio 
nella coscienza dei giudici; la sentenza breve, 
nuda, sciolta dagl’ impacci del ragionamento, li- 
bera come la volontà; e quella sentenza inappel- 
labile, emanata, letta, eseguita nel giorno istesso. 
Ha per quanto le forme fossero -brevi, essendo 
assai maggiore la voluta celerità delle pene, il re 
nominò altra Giunta, detta dei generali; e ad oc- 
casione in città e nelle province tribunali tempo- 
ranei e eommissioni militari, le quali sul tambu- 
ro, horas et ad modum belli^ spedissero i pro- 
cessi e le condanne. -v 

Tali asprissime leggi dettava il re quando al 
terzo giorno dopo l’arrivo scopri da lunge un vi- 
luppo che le onde spingevano verso il vascello; 
e lissando in esso vide un cadavere, tutto il fiancò 
fuori dell’acqua, ed a viso alzato, con chiome 
•parse e stillanti, andare a lui quasi minaccioso 
e veloce; quindi,, tàeglio intendendo lo sguardo, 
conosciute le misere spoglie, il re disse, Càrao- 
dolo! £ volgendosi inorridito, chiese in confuso: 
« ma che vuole quel morto? n Al che nell’uni- 
versale sbalordimento e silenzio de’ circostanti il 
cappellano pietosamente replicò: « Direi che viene 
• dimandare cristiana sepoltura Sè l’ abbia, ri- 
spose il re, e andò solo e pensieroso alla sua 
stanza. 11 cadavere fu raccolto e sotterrato nella 

r lccola chiesa di Santa Maria la Catena in Sant^ 
ucia; e volendo spiegare il maraviglioso feno- 
meno, fu visto che il corpo, enfiato nell’acqxia, 
non più tenuto a fondo dal peso di cinquantadue 
Hhhre inglesi ( misurate dal capitano Tommaso 
Hard 7 comandante del vascello dove con Pielaoo 


I6Q LIBRO QUINTO — 1799 

stava il re Imbarcato , testimonio e narratore a 
me stesso di qiie’ fatti ), si alzò nell’ acqua, e per 
meccanico equilibrio ne usci dal fianco, mentre 
vento di terra lo sospingeva nel mare. Parve che 
la fortuna ordir volesse lo spavento e i rimorsi 
del re; ma quegli, benché credulo e supertizioso, 
non mutò costume. 

Tante leggi tiranniche e fatti atroci risusci- 
tando le furie della plebe, videsi a’ dì 8 di luglio 
nella piazza medesima della reggia ardere un 
ro^o, gettare in esso cincjue uomini viventi, e 
poi che abbrustoliti (precipito il racconto) gustar 
le carni. E stava il re nel porto, seco Acton e 
Pielson, due armate nel golfo, il cardinale in cit- 
tà, le milizie russe ai quartieri, i capi della Santa 
Fede per le strade, o per fino presenti al sacrifi- 
-zio. Quella enormità inorridì le genti, e fu T ul- 
tima della plebe; ma peggiori se ne preparavano 
sotto il nome di leggi. Avvegnaché, ricevute in 
quei giorni medesimi da Palermo le liste di pro- 
scrizione, colà compilate dalla regina, consul- 
tando i registri antichi, le delazioni delle spie 
nella repubblica, le successive, gli odii propri e 
del suo ministro principe di Castelcicafa, il re 
prescrisse che i ti ibunall di maestà cominciassero 
1 giudizi 

Penavano carcerati nella sola città trentamila 
cittadini, e poiché le antiche prigioni erano scar- 
se, come ho detto, a tante genti, servirono al cru- 
dele uffizio i sotterranei dei castelli ed altre cavi 
insalubri, alle quali per martirio maggiore s’in- 
terdissero le comodità più usate della vita. Ietto, 
seggia, lume, arnesi da bere o da nutrirsi; per- 


LIBRO <5UINTO — 1799 161 

ciocché supponendo nei prigionieri disperazione 
di vita, coraggio estremo, estremi partiti, vieta- 
vano i ferri, i vetri, i metalli, le funij visitavano 
i cibi, ricercavano le persone. Preposti alle car- 
ceri furono uomini spietati, dei quali fierissimo 
un certo Duecce, uffiziale maggiore nell’esercito, 
già pieno d’anni, padre di molti figli; per ven- 
tura d’Italia straniero perchè nato Svizzero. Egli 

S iù che gli altri inaspriva i martorii delle catene, 
el digiuno, della sete, delle battiture; tornando 
in uso e a merito le costumanze orribili de’ tempi 
baronali o monastici. Seguiva per ferocità al Duec- 
ce il colonnello de Gainbs preside alle prigioni 
di Capua, e pari ad esso Scipione Lamarra ge- 
nerale di esercito, non che altri parecchi, allora 
oscuri, e dei quali la istoria debbe scordare i nomi. 

IV. Ma pure a sollievo de’ prigionieri, come a 
spavento del re e de’ suoi ministri, stavano le in- 
certezze d’Italia; cioè squadre francesi ancora in 
Roma ed in Toscana; Genova guardata da presidio 
forte per numero di legioni, fortissimo del suo 
capo generai Massena; il Piemonte corso da Le- 
courbe; Macdonal con oste numerosa presso ad 
unirsi al generai Moreau; e in somma eserciti 
combattenti, e la fortuna, sebbene inchinasse ai 
troni, ancora sospesa, o, quanto ella suole, mu- 
tabile. Perciò a’ tribunali di stato furono date due 
liste di nomi: de’ condannabili a morte, e di 
quelli tra loro per i quali non sarebbe eseguita la 
sentenza prima del regio beneplacito; questi erano 
i capitolati. Ma per due soli, prevalendo l’odio- 
alle prudenze dell’avvenire, la eccezione fu traj 
p;^data, e si viddero pendere dalle forche il ge- 

CoLLBTTi, T. II II 


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162 LIBRO QUINTO — 1799 

nerale Massa autore delle capitolazioni, ed Eleo- 
nora Plmentel, donna egregia, poetessa tra 1 più 
belli ingegni d’Italia, libera di genio, autrice del 
Monitore Napoletano , ed oratrice facondissima 
nelle tribune de’ club e del popolo. 

Avvisate le Giunte de’ voleri della regina e del 
re, cominciarono l’iniquo ufllzlo; prima e solle- 
cita quella detta di Stato, la quale congregavasi 
nel monistero di Monte-olivetoj e, sia per mostra 
d’infaticabile zelo, sia per più grande orrore o 
spavento, l’infame concdlo giudicava nella notte. 
Stabilirono, per tener viva la tirannide, scrivere 
in ogni giovedì le sentenze, pubblicarle al dì ap- 
presso, eseguirle nel sabato^ a’ soli delle capitola- 
zioni condannati mutava il re la pena di morte in 
ergastolo perpetuo dentro la fossa di Santa Ca- 
terina, nell’isola della Favignana. Questa isola dei 
mari di Sicilia, Acgeusa de’ Latini, e fin di allora 
prigione infame per i decreti de’ tiranni di Roma, 
s’erge dal mare per grande altezza in forma di 
cono, del quale in cima sta fabbricato un castello. 
E dal castello per iscala tagliata nel sasso, lunga 
nello scendere quanto è alto il monte, si giunge 
ad una grotta da scarpeUo, incavata, che per giu- 
sto nome chiamano fossa. Ivi la luce è smorta, 
raggio di sole non vi arrivaj è grave il freddo, 
l’umidità densa; vi albergano animali nocevoli; 
r uomo, comuncjue sano e giovine, presto vi muo- 
re. Fu stanza di nove prigionieri, tra’ quali più 
noti il principe di Torcila grave d’anni ed infer- 
mo, il marchese Corleto della casa de’ Riari, l’av- 
vocato Poerio, il cavaliere AbbamontL 

\. Comincio racconto più doloroso: avvegna- 



LIBRO QUINTO — 1799 163 

chè dopo le battaglie della Trebbia e di Novi 
perdute da Francesi, vidde il governo" delle Si- 
cilie il pieno trionfo dell’ antico sul nuovo ; e 
rompendo gli estremi ritegni della politica (per- 
ciocché non ne aveva della coscienza ) stabili 
di non più attenuare alcuna penaj e da quel 
punto, confermando tutte le sentenze di morte, 
non altro resto a capitolati che allungar la vita 
di alcuni giorni come in agonia, nella spavente- 
■\ ole cappella de condannatL Erano morti Oronzo 
Massa ed Eleonora Pimentelj successe Gabriele 
Manthonè, che dimandato da Speciale quali cose 
avesse fatte per la repubblica: «grandi, risposej 
non bastevofi: ma finimmo capitolando» ... «Che 
adducete, replicò il giudice, in vostra discolpa?» 
« Che ho cajiitolato »... « Non basta ; « Ed io non 
ho ragioni per chi dispregia la fedeltà de’ tratta- 
ti». Andò sereno alla morte. 

Seguì a Manthonè Nicola Piano, che, fortunato 
nel processo, non era colpevole di morte; ed in 
quefle stesse barbare leggi mancava materia alla 
sentenza; ma per i comandi venuti di Sicilia do- 
vendo egli morire, caso e malvagità diedero ajuto 
alla Giunta. 11 giudice lo chiamò dal carcere; e 
apjjena visto disse: « Sei tu?» E prescrivendo che 
fosse sciolto delle catene; rimasti soli: «Ab, Fia- 
» no, soggiunse, in quale stato io ti rivedo! quan- 
» do insieme godevamo i diletti della gioventù 
»non era sospetto che venisse tempo che io fossi 
«giudice di te rea Ma vollero i destini per mia 
«ventura che stesse in mie mani la vita dell’a- 
»mico. Scordiamo in questo istante io il mio uf- 
r tìzio, tu la tua miseria; come amico ad amico 


? 


S; 


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164 LIBRO QUINTO — 1799 

«parlando, concertiamo i modi della tua salvez- 
«za. lo ti dirò che dovrai confermare e che tacere 
«per aver merito e fede di veritiero». Piano di 
maraviglia e di amicizia piangeva j Speciale (egli 
era il giudice) lo abbracciava. E così come quei 
volle, t’altro disse^ e lo scrivano, registrò le pa- 
role, ch’ebbero effetto contrario alle promesse; 
perciocché il traditore fece negare le cose certe 
nel processo, confessare le ignote; e l’ infelice an- 
dò a morte per i suoi detti. Egli era stato in gio- 
vinezza compagno a quel malvagio nelle lascivie 
della vita. 

Francesco Conforti, uomo dottissimo, scrittore 
ardito contro le pretensioni di Roma, legislatore 
nella repubblica, pericolava della vita. Gli scritti 
suoi eran perduti, ma pregato da Speciale a ri- 
comporli, gli fu detto che in gran conto si ter- 
rebbero i presenti ser^àgi ed i passati. Ebbe mi- 
glior carcere e solitario; si affaticò di e notte a 
vendicare dal sacerdozio le ragioni dell’ impero ; 
e compiuto lo scritto, lo diè al suo giudice. 11 
quale aprì allora il processo; e pochi giorni dopo 
il servigio gli diede in mercede la morte. 

Tali fatti e la disperazione del vivere spinsero 
i prigionieri a partiti estremi Un tal Velasco, di 
fòrza e di persona gigante, schermendosi nelle 
risposte al giudice Speciale, sentì da quel barbaro 
la minaccia che al dì seguente, in pena del men- 
tire, lo farebbe strozzare su le forche. E Yelasco : 
il Kol farai» replicò; nè compiuta la parola si av- 
ventò al nemico, e strascinandolo alla finestra 
sperava che abbracciati precipitassero insieme. Lo 
scrivano presente lo impedì; ed accorrendo alle 


X 


-0.gkià[li>y CjOOgl^ * 




LIBRO QUINTO — 1799 IG:. 

grida gli sgherri della Giuri ta, Velasco andò solo 
al precipizio. 

Il conte di Ruvo svillaneggiato dal giudice Sam- 
buti, ruppe le ingiurie, dicendogli: se fossimo 
entrambo liberi, parleresti più cauto j ti fanno au- 
dace queste catene, e gli scosse i polsi sul viso. 
Quel vile impallidito, comandò che il prigioniero 
partisse; e non appena uscito, scrisse la senten- 
za che al di vegnente mandò quel forte al sup- 
plizio. Egli, nobile, dovendo morir di mannaia, 
volle giacere supino per vedere a dispregio scen- 
der dall’alto la macchina che i vili temono. 

Altri prigionieri nella fossa profonda del Ca- 
stelnuovo tentarono il fuggire; ajutati da egregia 
donna, libera in città, perciocché nel tempo tri- 
stissimo che descrivo, impediti gli uomini dal pe- 
ricolo e dalla paura, le donne presero il carico 
di assistere gli afflitti. Elle, spregiate nelle sale 
de’ministri, scacciate dalle porte delle prigioni, 
oltraggiate neUa sventura dalle lascivie degli 
scrivani e de’ giudici, tolleravano pazientemente 
le offese; c senz’ardire o viltà, tornavano il dì se- 
guente alle medesime sale, alle medesime porte, 
a dissimulare le patite ingiurie con la modestia 
o col pianto. Se alcuno sfuggì dalla prefissa mor- 
te, o se di altri scemò la pena, fu in mercè delle 
cure e della pietà delle donne. Delle quali una, 

f ier fatica e per cimenti, fece penetrare nella fossa 
ime, ferri, funi, altri stnuuenti; architetto della 
impresa il matematico Annibale Giordano, ram- 
mentato nel III libro; gli altri, addetti a segare i 
cancelli ed a comporre eli ordegni per discen- 
,dere al sottoposto mare della Dàrsena > dove pic- 


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166 LIBRO QUINTO — 1799 

cola preparata nave li accoglieva. E pà stando 
sul termine il lavoro, si allegravano della speranza 
di liberti que’ prigionieri, dicianove di numero, 
ma di virtù smisurata; però che tra loro vedèvi 
Cirillo, Pagano, Albanese, Logoteta, Baffi, Ro- 
tondo; quando nel pieno della notte, schiuse le 
porte, viddero entrare nella fossa Duecce, un 
giudice di polizia, birri, sgherri, altre genti; e i 
due primi andar dirittamente dove stavano sot- 
terrati gl’istromcnti, e poi ad una cava ed a’ can- 
celli, cammino disposto al fuggire; non come 
uomini che van dubbiosi, ma spediti e certi. Av- 
vegnaché due de’ prigioni , lo stesso Annibaie Gior- 
dano, provetto ne’ tradimenti, e Francesco Bas- 
setti generale della repubblica , palesarono al 
comandante del forte le avanzate pratiche in pre- 
mio di salvezza. E difatti diciasette subirono in- 
fima sorte; i due vissero vita infame, corta il Bas- 
setti, lunga e non misera il Giordano. 

Continuavano i giudizi. 11 giudice Guidobaldi, 
tenendo ad esame d suo amico Niccolò Fiorenti- 
no, uomo dotto in matematiche, in giurispru- 
denza, in altre scienze, caldo ma cauto seguace 
di libertà, schivo di officii pubblici, e solamente 
inteso per discorsi e virtuosi esempi ad istruire il 
popolo, Guidobaldi gli disse: breve discorso tra 
noi; di’ che facesti nella repubblica. Nulla, ris[>o- 
se l’altro, mi governai con le leggi o con la ne- 
cessità, legge suprema. E poiché il primo replicava 
che i tribunali non gli accusati dovessero giudi- 
care della colpa o della innocenza delle azioni, e 
mescolava nel discorso alle mal concette teoriche 
legali, ora le ingiurie, ora le proteste di amicizia 


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LIBRO QUINTO — 1799 167 

antica, e sempre la giustizia, la fede, la bontà del 
monarca, il prigioniero, caldo di animo ed ora- 
tore spedito, perduta pazienza, gli disse: « 11 re, 
non già noi, mosse guerra ai Francesi; il re ed il 
suo Mack furono cagioni alle disfatte; il re fuggi 
lasciando il regno povero e scompigliato; lui 
venne conquistatore il nemico, e impose a popoli 
vinti le sue volontà. Noi le obbedimmo, come i 

E adri nostri obbedirono alle volontà del re Carlo 
orbone; ehè la obbedienza de’ vinti è legittima, 
perchè necessaria. Ed ora voi, ministro di quel 
re, parlate a noi di leggi, di giustizia, di fede? 
Quali leggi? quelle emanate dopo le azioni! Quale 
giustizia? il processo secreto, la nessuna difesa, 
le sentenze arbitrarie! E qual fede? la mancata 
nelle capitolazioni dei castelli ! Vergognate di pro- 
fanare 1 nomi sacri della civiltà al servizio più 
infame della tirannide. Dite che i principi voglio- 
no sangue, e che voi di sangue li saziate; non vi 
date il fastidio dei processi e delle condanne, ma 
leggete su le liste i nomi dei proscritti e uccide- 
teli; vendetta più celere e più conforme alla di- 
gnità della tirannide. E infine, poiché amicizia 
mi protestate, io vi esorto ad abbandonare il pre- 
sente uffizio di carnefice non di giudice, ed a ri- 
flettere che se giustizia universale, che pure cir- 
cola su la terra, non punirà in vita i delitti vostri, 
voi, nome abborrito, svergognerete i figli, e sarà 
per i secoli a venire la memoria vostra maledet- 
ta ». L’impeto del discorso consegui che finisse; 
e, finito, fu l’oratore dato ai birri, che stringendo 
spietatamente le funi e i ceppi tante piaghe la- 
sciarono sul corpo quanti erano i nodi; ed egli. 


ir, 8 LIBRO QUINTO — i:99 

tornalo in carcere, narrando a noi que’ fatti, sog- 
giunse (misero o veritiero indovino) che ripete- 
reljbe ti’a poco quei racconti a’comjiagni morti. 

Mario l’agano solamente disse eh egli credeva 
inutile ogni difesa j che per continua malvagità di 
uomini c tirannia di governo gli era odiosa la 
vita, che sperava pace dopo la morte. 

Domenico Cirillo, dimandato della età, rispose 
sessant’ annij della condizione, medico sotto il 
principato, rappresentante del popolo nella re- 
])ubblica. Del qual vanto sdegnato il giudice Spe- 
ziale, dileggiandolo disse: « E che sei in mia pre- 
senza?»... i( In tua presenza, codardo, sono un 
eroe! » Fu condannato a morire. La sua fama e 
l’aver tante volte medicato il re e i reali trattene- 
^ano r iniquo adempimento della sentenza; nel 
qual tempo Hamilton e Nelson facendoli dire 
nelle carceri che s’egli invocasse le grazie del re 
le otterrebbe, quel magnanimo rispose aver per- 
duto nello spoglio della casa tutti i lavori deli in- 
gegno, e nel ratto della sua nipote, donzella ca- 
stissima, le dolcezze della famiglia e la durata del 
nome; che nessun bene lo invitava alla vita, e 
che aspettando quiete dopo la morte, nulla fa- 
rebbe per fuggirla. E l’ebbe sulle forche insieme 
a Mario Pagano, Ignazio Ciaia e Vincenzo Russo: 
tanta sapienza, e tanti studii, e tanto onore d’I- 
talia distruggeva un giorno. La plebe spettatrice 
fu muta e rispettosa, poi dicevano che il re, se 
non fosse stato sollecito il morir di Cirillo, gli 
avrebbe fatta grazia; ma quella voee menzognera 
e servile non ebbe durata nè credito. 

VI. Sarebbe lungo e doloroso uffizio discorrere 


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LIBRO QUINTO — 1799 169 

a parie a parte le opere malvage dei liranni, le 
commiserevoli degli oppressi^ e però a gruppi 
narrerò molti casi spietati e ricordevoli. Morirono 
de’ più noti del regno intorno a trecento j senza 
contare le morti nei combattimenti o nei tumul- 
ti; e furono dell’ infelice numero Caraffa^ Riario, 
Colonna, Caracciolo, cinque Pignatelli (di Vaglio, 
di Stróngoli, di Màrsico), ed altri venti almeno di 
illustre casato; a fianco ai quali si vedevano uo- 
mini chiarissimi per lettere o scienze, Cirillo, Pa- 

f ano. Conforti, Russo, Ciaia, Fiorentino, Baffi, 
alconieri, Logoteta, de Filippis, Albanese, Ba- 
gni, Neri ed altri assai; poscia uomini notabili 
per sociali qualità, i generali Federici, Massa, 
ùlanthonè, il vescovo Sarno, il vescovo Natale, 
il prelato Troise; e donna rispettabile la Pimen- 
tcl, e donna misera la Sanfelice. Non vi ha città 
o regno tanto ricco d’ingegni che non avesse do- 
vuto impoverirne per morti tante e tali. Ed a 
maggior pietà degli animi gentili rammenterò che 
si vidde troncato il capo ai nobili giovanetti Serra 
e Riario che non compivano il quarto lustro, ed 
a Genzano che appena toccava il sedicesimo an- 
no; per il quale si avverò fatto incredibile. Solo, 
tli casa ricchissima e patrizia, bello di viso e di 
persona, speranza di posterità, morì dal carnefi- 
ce; ed il padre di lui, marchese Genzano, troppo 
misero, o schiavo, o ambizioso, o mostro, dopo 
alcune settimane della morte del figlio convitò 
a lauto pranzo i giudici della Giunta. 

Altro spettacolo miserabile era la povertà delle 
famiglie; i beni stavano incamerati o sequestrati 
• dal fìsco, le case vote perchè spogliale nel sacco. 


ITO LIBRO QUINTO — 1799 ' 

il credito spento nella nudità di ogni cosa, ed. i 
soccorsi dei parenti e degli amici consumati nella 
prigionia e nei maneggi del processo dall’ avidità 
degli scrivani e dei giudici. Era vietato per legge 
parlare ai prigionieri, o saper delle accuse, o ac- 
cedere ai magistrati; ma tutto diventò venale; la 
pietà, la giustizia stavano a prezzo. E però fami- 
glie agiate sino a quel giorno stentavano la vita, 
e spesso accattavano il nutrimento. All’ ammini- 
strazione dei beni de’ ribelli furono preposti uo- 
mini spietati, che in que’ bisogni dell’erario in- 
cassavano le entrate, vendevano i beni, trasanda- 
vano il sostenimento delle famiglie. La vecchia 

principessa della (mi sia concesso in questa 

età velarne il nome ) viveva poveramente per la 
carità di un servo. 

MI. Cominciò il processo della Sanfelice, di 

S nella donna che fu cagione dello scoprimento 
ella congiura di Baker, il giovine Ferriera morto 
in guerra, o fuggito in Francia, ed i congiunti 
degli uccisi Baker dimandavano vendetta a’ tri- 
bunali di stato e nella reggia; chè non bastando 
a consolarli tutto il sangue che si versava per 
la monarchia, ne chiedevano per la famiglia. La 
misera donna, vergognosa dell’offesa pudicizia 
(che pure il corrotto secolo perdona), fu menata 
in orrendo carcere, e per la legge che diceva reo 
di morte chi avesse mostrata empietà in prò della 
repubblica, fu ella condannata a morire; e subito 
moriva se non diceva di esser gravida. Osservata e 
creduta, fu sospeso il supplizio, e allora il re da 
Palermo ne rimprocciò per lettere la Giunta, di- 
cendo inventata la scusa e sedotti gli esperti; e 


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LIBRO QUINTO — 1799 17Ì 

fpiando per secondo esame si confermò il primo 
avviso, comandò che la donna fosse menata in 
Sicilia per essere osservata dai medici della casaj 
ma in Palermo, accertata la gravidanza, fu chiusa 
in carcere aspettando il primo giorno di vita per 
la prole, ultimo per la madre. 

Altro processo di grido riguardava gli ufHziali 
della marina: l’ammiraglio Caracciolo era spento; 
ma-una morte non consolando i molti sdegni pro- 
dotti dalle guerre di Precida, di Castellamare, 
del Ponte della Maddalena, la regina comandò da 
Palermo che la Giunta scegliesse quattro de’ più 
felloni per farli morire; mandasse gli altri a pene 
minori, compiesse ormai quel proecsso, troppo 
lungamente trattenuto, con grave danno dell e- 
sempio, e lamentanze de’ fedeli servi del re. L’in- 
fame congresso, consultando, disegnò le vittime,' 
tra le quali il capitano Sancaprè tenuto nelle pri- 
gioni di Santo Stefano, isola presso Gaeta. Pre- 
fisse il giorno per il giudizio, i venti tardavano 
l’arrivo all’isola della nave ed il ritorno col pri- 
gioniero; ma non però fu contradetta la volontà 
della regina o differita la sentenza, imperciocché 
gl’ iniqui giudici surrogarono al fortunato Sanca- 
prè il cajiitano Luigi Lagranalais che per le prime 
condanne andava in Landò. ISè fu quello il solo 
esempio di sei'vile ohhedienza. Flavio Pirelli egre- 
gio magistrato, imprigionato, e per dimostrata 
innocenza fatto libero dalla Giimta, andò per let- 
tere del re a perpetuo conGnoin Ariano; Michelan- 
gelo Novi condannato al bando dalla Giunta, 
fu chiuso, per comando venuto da Palermo, in 
ergastolo a vita; Gregorio Mancini sbandito per 


I 


i:2 LIBRO QUINTO — 1799 

<|uindici anni, già preso commiato dalla moglie 
e da’ figli, e In nave per partire, trattenuto per 
nuovi ordini del re, morì al seguente giorno su 
le forche. 


ÌNon appena finita la causa detta della marina, 
si apri quella della città. Carichi gravi si addossa* 
vano a que’ nobili: disobbedienza al vicario del 
rej usurpato Impero; nuovo governo sul decadi- 
mento della monarchia e della casa de’ Borboni; 
impedimenti al popolo nel difendere la città; ajuti 
alle armi nemiche; molte fellonie In un fatto. Era 
tribunale in quel giudizio la stessa Giunta di Sta- 
to, aggrandita di alcuni giudici straordinari, scelti 
dal re tra magistrati di aito grado e suol ministri; 
lo stesso il procedimento, nè variavano le pene. 
La intera noniltà tremava; che sebben fussero in- 


torno a venti gli accusati, erano timorosi per le- 
dami di sangue innumerevoli. Avevano In difesa 
1 privilegi antichi; gli assalivano l fatti presenti 
ed i tempi. In cinque giorni fu spedito il giudi- 


zio; dal quale pochi andarono liberi, molti pu- 
niti di prigionia o di confino su l’ isole della Sicilia, 
un solo condannato a morte, il duca di Monte- 


leone, personaggio illustre in Europa , in America , 
ricco <dtre i termini di. privata fortuna, marito, 

r dre, venerato per qualità di animo e di mente, 
tal uomo dal carnefice moriva se lettere del 


papa Pio VI, preghevoli al re, non avessero im- 
petrata grazia ed ottenuto che mutasse la morte 
■m prigionia perpetua nell’isola di Favignana. An- 
.darono alla pena i condannati, e tra loro il gio- 
vine principe di Canosa, dichiarato fellone perchè 
propose, come altrove ho riferito, il mutamento 


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LIBRO QUINTO — 1799 173 

del principato in aristocrazia j tre degli otto giu- 
dici, più severi lo punivano di morte; gli altri 
benigni, perdonando la inezia del voto, lo ca- 
stigarono di soli cinque anni di carcere. 

La Gixmta de’ generali preseduta dal luogote- 
nente generale de Gambs, e i consigli detti Subi- 
tanei, e i Visitatori nelle provinole, gareggiavano 
a rigor di condanne con la Giunta di Stato, e ne 
erano vinti; non che avessero sensi più miti di 
giustizia, ma perchè 1 principali tra colpevoli 
erano aflldati alla certa perfidia della prima Giun- 
ta. Coi processi di sangue processi minori si espe- 
divano, condannando alle prigioni, al confino, 
ed in grande numero all’ esilio; vedevi tra gli esi- 
liati vecchi infermi e cadenti, giovanetti o fan- 
ciulli che non passavano 1’ età di dodici anni, 
donne matrone e donzelle; e tutta questa inno- 
cenza castigata, chi per aver tagliata la coda dei 
capelli o cresciuti i peli del mento, chi per avere 
assistito a repubblicana cerimonia, le donne per 
avere accattato limosine ai feriti ed agli infermi. 
INè mancò in tanta licenza di pene la spinta degli 
edii o delle avarizie private, mandando in esilio, 
sotto pretesto di ragion di stato, il nemico, il 
creditore, l’ emulo, il rivale; per lo che si tolle- 
rarono traditori o spie i servi, le domestiche per- 
sone, gli amici, i congiunti, il fratèllo, la moglie. 
I costumi già fiaccati dalle condizioni antiche del 
regno e dalle più recenti narrate nei primi libri 
di queste istorie, caddero affatto in quell’ an- 
no 1799 sotto innumerabili esempi di virtù pu- 
nita e di perversità rimunerate. 

Vili. Imperciocché mentre la tirannide abbat- 


174 LIBRO QUINTO — 1799 

leva 1 migliori, innalzava gli empii e li arricclil- 
va eli (Ioni e di fregii chiamati onori, comuntjue 
a vergogna si volgessero. Al Cardinal Ruffo il re 
diede in benefizio la badia di Santa Sofia con 
l’entrata di nove mila ducati, perpetua nella fa- 
miglia, ed altre terre che fruttavano cjuindici mila 
ducati, a pieno e libero possesso, e 1 uffizio di 
luogotenente del regno con lo sti])cndio di ven- 
tiquattro mila ducati all’anno; largita nuove, so- 
lamente possibili dove gli affetti del re sono leggi 
allo stato. Lettere che accompagnavano i doni 
esprimevano la regia benevolenza e la gratitudi- 
ne per il ricuperalo regno. Altre lettere dell’ im- 
peratore delle Russie l’aolo I dicevano al cardi- 
nale che per la brillante impresa delle Calabrie 
egli nel mondo era segno di ammirazione ai vir- 
tuosi, e perciò lo nominava cavaliere degli ordini 
di Santo Andrea e Santo Alessandro; ad un fra- 
tello del cardinale, capitano in ritiro, fu dato 
grado di colonnello e pensione di tre mila ducali 
all’anno; i vescovi di Capaccio e di Pollcastro eb- 
bero benefizi ecclesiastici e doni, terre, pubblici 
offizil; il cavaliere Mlcberoux ottenne grado di 
maresciallo e splendido impiego in diplomazia, 
e ricchi slipenJii; il de Cesare, servitor di livrea 
in Corsica, falso duca di Sassonia in Puglia, fu 
generale; Pronio, Fra Diavolo, Mammone, Sciar- 

} )a e tutti i eapi delle bande regie, nominati (»- 
onnelll, baroni la più parte, e insigniti dell’or- 
dine Costantiniano, arricchirono di pensioni e di 
terre. 

Si diffuse la gratitudine ai primi delle m'dlzie 
turclie e russe per doppi! stipendi! e larghi dopi. 


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LIBRO QUINTO — 1799 175 

N’ebbe più grandi il cavaliere Hamilton ; e in 
quanto ad Emma prese la regina cura diligentis- 
sima di mostrare la riconoscenza del Borboni. Per 
onorare lord Nelson fu ordinata in Palermo festa 
magnidcain una sala della reggia, rappresentante 
il tempio della Gloria j dove entrando l’ ammira- 
glio, incontrato dal reali, era dalla mano del prin- 
cipe di Salerno coronato di alloro. E. al punto 
istesso gli dava il re spada ricchissima e foglio 
die lo nominava duca di Bronte, con la entrata 
annuale di sei mila once (lire francesi settanta- 
cinquemlla). Bronte è piccolo villaggio ai piedi 
deir Etna presso Catania, scelto per la favola del 
nome. In Roma gli artisti di scoltura volevano 
ergere a proprie spese una colonna rostrata per 
il duca di Bronte. 1 quali premii ed onori, debiti 
o forse pochi al vincitore di Aboukir, erano in- 
degni al Nelson di Napoli; e frattanto i regi ed i 
popoli che solamente di alcune lodi furono larghi 
all eroe di Egitto, ora dedicavano monumenti 
eterni all’ uccisore del Caracciolo , all’ invilito 
amante di un’adultera, al mancatore della pub- 
blica fede, al braccio potente della tirannide. Qui, 
cioè in queste vilezze della Italia, risiede la prin- 
cipal cagione delle sue miserie. 

IX. Ricompense maggiori furono date col for- 
mare del nuovo esercito : erano le milizie antiche 
disciolte, le repubblicane proscritte e abborrite, 
le bande regie disordinate da innumerevoli uffi- 
ziali, nessuni o pochi soldati. 11 cardinale, nel 
principio della guerra, per non iscon tentare i se- 
guaci suoi aveva tollerato che ciascuno ponesse 
u più gradito segno della m'dizia; e perciò i capi 


r 


Dh-^sd LiOO^ll: 


I7G LIBRO QUINTO — 1799 

presero il grado di colonnello, e non più alto per- 
chè mancava nelle province dove il tempo e dove 
l’arte a’ ricami di generale; ma parecchi tra loro, 
Fronio, Mammone, Rodio, se ne davano il nome. 
Un tal Carbone, solamente soldato nel vecchio 
esercito, ed un tal jNunziante foriero, carpirono 
il grado di colonnello; altro soldato, di nome 
Pastore, si disse, con più modestia. Maggiore; 
tutti i fratelli di Fra Diavolo, uomini di marra o 
di arti abbiette, comparvero capitani; ed oltre 
a’ su detti, altri colonnelli, maggiori ed uffiziali 
di tutte le armi, come volle vaghezza o caso, an- 
«lavano a folla. Poi succedendo agli abiti esterni 
le ambizioni, miegl’ idioti, per bassezza di natali 
e di costume disadatti al nobile mestiero delle 
armi, pretendevano serbare nel nuovo esercito 
gli assimti gradi. Tra le quali sregolatezze d’in- 
teressi e di voglie, bisognando arti sottili a ricom- 
porre l’esercito, tenuto consiglio dove il Cardi- 
nal Ruffo espose veracemente la mala indole dei 
predoni che lo avean seguito, il re dettò parec- 
chie ordinanze o dispacci, che in complesso di- 
cevano : 

«Poiebè la guerra del 1798 fu perduta per 
«tradimento dimoiti ufBziali dell’esercito, noi 
«vogliamo che que’ ribelli (sia che malamente 
«servissero, sia che pigliassero impiego militare 
j»o civile nella repubblica) restino esclusi dalla 
«milizia. 

«Sarà riputato reo di maestà chiunque servi 
«quello illegittimo reggimento; e più reo, se 
«nelle armi; e peggio, se guerreggiando contro 
«le nostre insegne; e reo di morte, se, spinto da 
«perfidia e ostinatezza, ne tornò ferito. 



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LIBRO QUINTO — 1799 177 

«Ma volendo dare alcuno sfogo alla nostra na- 
« turai clemenza^ e qualche perdono alle giovanili 
«sconsideratezze, ed alcuna mercede al ravvedi- 
« mento, vogliamo che sieno raccomandati alla 
«nostra grazia quegli ufBziali che, obbligati da 
«povertà, per bisogno di vita servirono i ribelli, 
«rifiutando bensì di combattere contro le nostre 
«insegnerò che all’aspetto di esse disertarono 
j»o che per maggior fede e ravvedimento, uniti 
«alle truppe regie, si volsero contro inostri ne* 
«mici. E vogliamo che sieno riamessi al regai 
«servizio quegli altri, che stando al comando di 
«alcun forte perla repubblica, lo deposero' in 
«mano delle milizie nostre o de’ nostri alleati. 

«E dopo di aver così provveduto agli uffiziali 
«del passato esercito, comandiamo che nel nuovo 
»> figurino da primi coloro tra nostri sudditi che 
« militarono per la causa' del trono; rimettendo 
«le colpe della lor vita precedente, o le azioni 
«forse biasimevoli nella riconquista del regno; 
« imperciocché solamente in essi risguardiamo e 
rimeritiamo i servigi resi alla nostra causa. Sa- 
»* ranno perciò colonnelli i capi delle bande re- 
«gie, e uffiziali (sino ad alfiere) coloro che in 
«quelle bande combatterono distintamente. E ac- 
«ciò sieno i premii quanto i meriti, dichiariamo 
«casi meritevoli, essere stato primo in un comune 
«a prender Tarmi, aver concitato alla guerra i 
«cittadini, aver guidalo numerosa banda o fatte 
«imprese notabili, e dichiariamo casi più merito* 
«voli Taver congiurato contro il nemico, ed ar- 
« recatogli maggior danno per mezzi manifesti o 
« secreti «. 

C 0 U.ETTÌ., T. IL 12 


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178 LIBRO QUINTO — 1799 

Alle quali ordinanze succedevano 1 prowetli- 
mcnti per ascriver soldati; e fu necessità com- 
|)Orre molti battaglioni sciolti o volontari, perchè 
1 guerrieri della Santa Fede negavano di tornare 
al faticoso esercizio della marra, o piegarsi alle 
discipline della milizia. 

X. A molte Giunte borbonlane, con le rappor- 
tate ordinanze del re, fu data incombenza di 
scrutare le opere degli uHiziali del vecchio escr- 
eato; e poiché a’ rigori de’ provvedimenti si univa 
r animo avverso di que’ giudici, ne derivò che a 
pochi fosse dato scampar la morte, o la prigio- 
nia, o l’esilio. Fj ([uando per un consiglio di guer- 
ra subitaneo mori il generai Federici che aveva 
combattuto per la repubblica, e da un altro con- 
siglio fu morto il maggiore Eleuterlo Ruggieri 
in pena di aver sul corpo due margini freschi e 
sanguigni, sorsero per salvezza di vita menzogne 
iniiuitc e vergognose. Altri diceva esser fuggitivo 
dalla battaglia, altri comprava da’ capi-banda della 
Santa F’ede falso accertamento di aver disertate le 
bandiere della repubblica, altri otteneva scrivere 
il nome ne’ registri di Baker, o di Tanfanl, o del 
Cristallaio, comprando a ricco prezzo la infamia 
del non vero tradimento; ed altri nascondeva i 
segni di onorate ferite, o le copriva ilei disonore, 
dicendole prodotte da sventurata lascivia. Lettere 
false, falsi documenti, testimonii bugiardi, sedu- 
zioni, pervertimenti, eran continui; tutte le idee 
dell’onore volsero indietro; il più saldo legame 
degli eserciti fu rotto. Non avevano le Giunte gui- 
da miglior a’gludlzii che i fatti della repubblica, 
supponendo traditori al re gl’ impiegati da lei, e 


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LIBRO QUINTO — 1799 179 

fedeli 1 negletti; e poiché <juel governo aveva 
impiegato i valorosi, trascurato icodardi/lè virtù 
militari ebbero castigo, la viltà ebbe premio. 

E poco appresso a questi fatti, messe ad esame 
le azioni de generali dello esercito di Mack, e dei 
comandanti delle rese fortezze di Gaeta, Pescara, 
e Civitella, il generale Micheroux, battuto a Fer- 
mo e tornato indietro lasciando vota la frontiera , 
fu assoluto e laudato; i generali Mecb e Sassonia 
partirono da Sicilia pieni di doni; Bourcard, de 
Gambs, Naselli, riassunsero i passati offìzii; il 
tenente-colonnello La Gombe, timido comandante 
di Civitella, fu libero di pena e poco appresso 
alzato a colonnello; il colonnello rricbard ebbe 
la sorte istessa, ed avanzò a brigadiere; il mare- 
sciallo Tschiudy godevasi nell’ ozio gli stipendi! e 
r autorità del grado. Eppure cotesti comandanti 
di fortezze, caglon prima e sola della invasione 
francese, avevano mancato, oltrachè all’ arti ed 
al valore di guerra, al giuramento di guardar 
quelle mura; e però la codardia come che vera 
non iscusava le colpe. Se fossero stati Napoletani 
prodi, nobili, pieni di merito e di servigi , sa- 
riano morti sul palco; ma stranieri, carichi d’anni 
di servitù, inviliti nella reggia, non davano so- 
spetto di tradimento; esizial nome, creduto o tro- 
vato per coprire tutti gli errori, tutte le sfrena- 
tezze della tirannide. 

' Si ricomponevano con l’esercito le altre parti 
dello stato, e tutte le opere di governo consigliava 
il ffenio maligno di vendetta. Erano gli antichi 
itniziali timorosi, gli aspiranti audaci, nè tutti i 
commiUtooi del cardinde volevano posto Jaejla 


180 LIBRO QUINTO — 1799 

mHIzIa; molti bramando cariche civili e riposate. 
Quel De Chiara, già capo dei repubblicani, che 
tiiessi, come ho riferito nel IV' libro, con la città 
di Cosenza e le sue schiere alle armi di Ruffo, andò 
preside della provincia nella stessa eittà spetta- 
trice del tradimento; i congiurati con Baker, con 
Tanfani, col Cristallaro scacciarono da ogni uf- 
fizio numero grande d’ impiegati antichi. Fu ri- 
fatto lo stato e benché sopra basi non giuste, me- 
glio addicendosi alla natura del popolo e dei 
reggitori, uscì più forte il governo dalle sue ro- 
vine; ma forte della sovversione degli statuti an- 
tichi, e deir innalzamento di uomini ed ordini 
^ moderni; da che derivava stato, come di conqui- 
sta, commosso ed incerto sino a quando quel 
nuovo non diventasse antico: successo possibile, 
ma che abbisogna o di gran tempo, o di gran 
senno e virtù di governo. 

CAPO SECONDO 

Imprese guerriere del goTeino di Napoli. 


XI. 11 re nel ristabilire il governo eccedè nella 
tirannide, parola che profferisco con fastidio, im- 
perciocché i leggitori (e più i posteri che i con- 
temporanei, testimonii ancora essi delle cose de- 
scritte) potrebbero sospettare che io scrivessi con 
odio; trovandone le ragioni nel mesto esilio dalla 
mia patria, e nelle presenti miserie della vita. Ma 
non potendo con altra voce rappresentare al giusto 
quelle leggi, quelle opere, que’ giudizi, quelle 
morti del 1799, aspetterò tempi più miti, e’I ri- 


LIBRO QUINTO — 1799 IBI 

torno a reggimento schivo, almeno, delle ultime 
acerbità del comando e della estrema pazienza 
nel soffrire, per dismettere gli odiosi nomi di ti- 
rannide, di tiranni, di schiavitù, di servi. Le cose 
riferite nel precedente capo avvennero in presenza 
del re, che stava sopra vascello inglese nel golfo 
di Napoli, donde sciolse il dì 4 di agosto per Pa- 
lermo, dicendo con editto: aver e^i vinto, per 
gli ajuti di Dio, de’ suoi alleati e de’ suoi popoli, 
nemico fortissimo di armi e di tradimenti; esser 
quindi venuto a premiare i meritevoli, a pimire 
i ribelli, non essendo mai stata sua intenzione 
capitolare con essi; ma la giustìzia non compor- 
tando la cessazione de’ castighi, nè il suo regai 
animo, delle ricompense, aver egli ordinato il 
proseguimento de’ giudizi di stato, e’I più ampio 
esame de’ servigi resi dalle comunità o dalle jier- 
sone. Quindi nel tenersi lontano poco 
fedelissima città di Napoli, confidare 
e la quiete del regno agli ordini ristabiliti, all’au- 
torità dei magistrati, alla forza delle milizie, ma 
sopra tutto alla fede sperimentata de’ soggetti. Sep« 
Lasserò dunque intatta o accrescessero l’acqui- 
stata gloria, come egli serberà costante il pensiero 
della loro prosperità, e come spanderà sopra i 
meritevoli generose mercedi e benefizi. 

Il vascello inglese, retto da Nelson, sciogliendo 
con prospero vento, ricondusse il re a Palermo 
dove fu accolto fra feste sino allora non viste, 
quasi re che scampato da pericoli ritorni da 
guerra fortunata e portando pace. Aspettava tem- 
po il destino di volgere in pianto vero le gioie 
adulatrici di quel popolo, e pianto prodottogli 


tempo dalia 
la sicurezza 


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182 LIBRO QUINTO — 1799 

dall’ uomo istesso e «lalle slesse ferità che pazza- 
mente festeggiavano. Se dove mancano le forze o 
sono sceme, la universale scontentezza si mani- 
festasse per mestizia e disertando i luoghi dove 
si aspetta Tuomo ahhorrllo, quella collera mula 
sarebbe sincera c convenevole a dignità di popolo; 
ma la virtù del silenzio, comunque facile e sicura, 
è tenuta insopportabile dagli uomini molli e cor- 
rotti della nostra età. Cosicché Ferdinando ap- 
plaudito in Sicilia l’anno 1799 della tirannide 
esercitala su i Napoletani, e poi da questi l’anno 
1816 della servitù ricondotta in Sicilia, viddc 
l’agevolezza di soggiogare i due popoli stoltL 
Ma non i premii o le promesse del re, nè la 
disciplina ormai tardiva del cardinale bastavano 
a moderare 1 Borboniani nella città: le sfrenatez- 
ze, a capriccio di plebe, crescevano o scemavano; 
cedevano talvolta da stanchezza, e risorgevano 
maggiori per lievi occasioni o mal talento. Biso- 
gno di guerra esteriore venne opportuno ad allon- 
tanare dal regno quelle torme per menarle a Ro- 
ma, con la speranza nel re di cacciarne i Francesi, 
e ne’ guerrieri cristiani di spogliare la città santa 
e tornar pieni di novello bottino. Mossero sotto 
l’Impero di Rodio che si chiamava negli editti 
generale dell’esercito della Santa Fede e dottore 
dell’ una e l’altra legge, accompagnati da poche 
milizie ordinate e da parecchi squadroni di cava- 
lieri cheli colonnello Roccaromana comandava: 
Sciaq>a, l’ronlo, Nunziante, Salomone, Frà Dia- 
volo, menavano senza gli ordini militari quelle .. 
genti, dodici mlgllaja; ma che variavano, quando 
per i Romani che ad esse imivansi, e quando per 




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LIBRO QUINTO — 1799 183 

diserzioni da’ campi. Presero stanze, dopo leggieri 
azzuffamenti, ad Albano e Frascati, correndo la 
sottoposta pianura verso Roma, dove il popolo 
tumultuava perchè pochi Francesi presidiavano 
la vasta città, e le insegne cristiane con la pompa 
della croce sventolavano a vista delle muraj ed il 
generale Rodio teneva pratiche interne per mezzo 
di un tal Giuseppe Clary, Romano, venuto parti- 
giano al suo campo. Crescendo d’ora in ora i pe- 
ricoli del presidio, esposto a doppia guerra, esterna 
e civile, il generale Garnier, ordinate nella notte 
del IO di agosto le squadre assalitrici del campo 
horhoniano e le guardie della città, uscì per due 

f iorte a’primi albóri; e con le arti di vecchia mi- 
izia e 1 ardor francese, raddoppiando alle viste 
ed alle opere il numero de’ con'hattenti, fugò i 
primi posti, fugò i secondi: accrebbero i fuggi- 
tivi lo spavento e’I disordine; tutta l’oste cristiana, 
inabile all’ imerto, confusamente si riparò nelle 
fiontiere di Napoli; e Garnier, poste alcune guar- 
die ad Albano e Frascati, tornò in Roma tra i 
plausi moribondi de’ repubblicani. 

Imperciocché le squadre alemanne che avevan 
preso per capitolazione la piccola rócca di Civita 
Castellana, e le squadre inglesi che stringevano 
di assedio Civita Vecchia, e milizie nuove ed or- 
dinate che sotto il generale Bourcard erano ve- 
nute da Napoli, strinsero la città di Roma ed ob- 
bligarono Garnier a trattare la cessione d’essa e 
dei castelli che nello stato romano i Francesi 
guardavano. Fu segnato l’accordo il 27 di set- 
tembre, con patti dei quali credo memorabili i 
seguenti: 



184 LIBRO QUINTO — 1799 

« Libero ai Francesi di tornare in patria, non 
prigioni di guerra; libero al partigiani loro di se- 
guirli, o restare in Roma sicuri delle persone e 
delle proprietà; i fatti di repubblica rimessi ed 
obliati; consegnata Roma alle schiere ordinate 
napoletane, Civita Vecchia alle inglesi; sgombero 
di Francesi le terre di Roma per il dì 4 di otto- 
bre, quelle milizie ritirandosi con gli onori di 


guerra ». 

Mantenuta d’ambe le parti la capitolazione, il 
generale Carnier con indirizzo ai Romani disse: 
« La non mai ferma fortuna della guerra mi ha 
forzato agli accordi col nemico; voi troverete nel 
trattato nuovi documenti della lealtà repubblica- 
na, e vedrete che ho avuto in cuore gf interessi 
di voi Romani quanto di noi Francesi; debita- 
mente, jierchè abbiamo causa comime alle ven- 
ture o alle disgrazie. 1 fatti della repubblica ro- 
mana sono rimessi e obliati, le persone sicure, i 
benefizi certi; qualunque di voi vorrà seguire le 
insegne francesi avrà ciò che è debito alla ospita- 
talità e all’Infortunio; chi resta su la fede de’ trat- 
ta ti, starà sicuro. Voi rassegnatevi aUe nuove sorti; 
obbedite alle autorità che imperano ». E Bourcard 
annunziava con editto che sarebbero mantenute 


le capitolazioni, obliati i fatti della repubblica; 
punite solamente le nuove colpe ma con asprez- 
za. Fossero le armi deposte e consegnate, sciolte 
le compagnie di guardia urbana, dissipati i segni 
della repubblica. 

XII. Ài 3o di settembre uscivano di Roma le 


milizie francesi, entravano le napoletane; dietro 
alle prime molti Romani fuggitivi, e alle seconde 


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LIBRO QUINTO — 1799 185 

StaoII della Santa Fede. Frattanto nella notte fu- 
rono abbattuti gli alberi della libertà, e sividde* 
ro nel giorno innumerevoli divise sacerdotali sino 
allora nascoste. Sopra il castello Saiitangelo e su 
le case pubbliche fìi innalzata la bandiera di Na- 
poli, ed alle porte chiuse del Vaticano e del Qui- 
rinale apposti i sigilli regii: l’impero pontificale 
non aveva segno. Un solo albero di libertà stan- 
do ancora elevato nella piazza del Vaticano, volle 
il generale Bourcard atterrarlo con pubblica ce- 
rimonia; e atterrato, bruciarlo, e bruciato," dis- 
siparne le ceneri. Ma la festa girò in tumulto, 
imperciocché a quegli atti di odio e di vendetta 
della suprema autorità, destati gli odii e le ven- 
dette dei popolani trascinarono per la città il bu- 
sto in marmo di Bruto, percossero molti partigiani 
di repubblica, spogliavano le case, rubavano per 
le strade; sino a che, sciogliendo la cerimonia 
dell’albero, le milizie schierate a mostra nel Va- 
ticano non corsero a pattuglie la città e vi torna- 
rono la quiete. 

L’impero di Bourcard presto cadde nel gene- 
rale Diego Naselli, 'principe di Aragona, venuto 
di Napoli nell’ ottobre col carico e il nome di co- 
mandante generale militare e politico negli stati 
di Roma, e udita in que’ medesimi giorni la morte 
di Pio VI, e perciò vacante la sedia pontificale, 
si aspettavano le prime voci dell’autorità dell’A- 
ragona rimasta sola e suprema. Udironsi, e terri- 
bili; avvegnaché per editto del g di quel mese, 
manifestato il potere comunicatogli dal re di Na- 
poli conquistatore di Roma, si diceva mandato 
ad ordinare lo stato ed a far disparire i segni e 


186 LIBRO QUINTO — 1799 

Je memorie della infame repubblica, e purgare 
quella piarle d’Italia della peste desolatrice di de- 
mocrazia. Tra.spariva fra le minacce il timore, 
amplificando le proprie forze, e le altre in cam- 
mino teilcscbe, russe, turche, inglesi, pronte ad 
ojiprimere i ribelli. Temeva perciò il reggitore; 
ma lui, timido e potente, più temevano i soggetti. 

E in fatti per novelli editti scacciò di noma 
precipitosamente i forestieri, minacciando di mor- 
te i contumaci o lenti, e quei Romani che li aju- 
tasscro alla disobbedienza; mandò in esilio senza 
esame o giudizio cinque notai che avevano rogato 
l’atto della dejiosizione di l’io VI dal trono tem- 
jHjrale; e dipoi altri parecchi, sol perchè impie- 
gati o partigiani della repubblica davano con la 
presenza scandalo e noia ai riguardanti; empiè le 
carceri di onesti cittadini, tra’ quali si citava per 
costumi purissimi ed alto merito il conte Torri- 
glioni di Fano. Fi imperversando, come avviene 
ai focosi, mandò per la città a dorso d’asino, ac- 
cerchiati di sgherri e plebe scostumatissima, i no- 
minati ZaccaTeoni e de Matteis, uomini virtuosi, 
ultimi consoli della romana repubblica, e dietro 
a<l essi altri trentacinque, noti per buone opere 
nello stato. Incamerò i beni de’ fuggitivi, de’ con- 
dannati, degli assenti,*dei puniti ad arbitrio; av- 
vegnaché negli editti suoi, trattando di castighi 
o di ammende, usava fissarne i limiti « nel nostro 
arbitrio e per eternare quei travagli compose la 
Polizia, moltiplicò i birri e le spie, creò Tribu- 
nale di Stato che giudicava con le regole della 
Giunta di Najioli. Allo spettacolo di tanta ingiur 
etizla nel supremi del governo, si rompevano i già 


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LIBRO QUINTO — 1799 187 

deboli freni della plebe e delle milizie; quindi i 
Romani tenuti partigiani della repubblica erano 
in molte guise travagliati dai pessimi del popolo*^ 
da parecchi della Santa Fede, e (rendasi alla ve- 
rità pieno trionfo e doloroso) da taluno dell’eser- 
cito napoletano, i quali tutti spogliavano le case 
e le botteghe, profanavano per lascivie la santità 
delle domestiche mura, ingiuriavano, percuote- 
vano, uccidevano per fino i resistenti alla loro 
malvagità. 

Mentre durava stato sì misero, come che TA- 
ragona lo chiamasse riordinamento, egli rifaceva 
le leggi per la giustizia ordinaria, per la finanza, 
per rammùiistrazione; sempre a nome del re di 
Napoli, scordando affatto il pontefice, e imitando 
gli statuti e le forme del governo del Regno, ed 
anzi prescrisse che a non altro impero dovessero 
i popoli obbedire se non a quello che emanava 
da o. M. siciliana. Creò tribunale col nome di Reg- 

g enza di Giustizia per le cause civili, ed altro di 
eggenza di Polizia per le criminali; le due reg- 
genze congregate in un sol magistrato, rappre- 
sentavamo, per imitazione, la gran corte della Vi- 
caria napoletana. Cosi, tribunale novello, il Ca- 
merale, giudicando le cause civili delle comunità 
e delle pubbliche amministrazioni, somigliava 
alla Camera Sommaria; ed un Consiglio Rotale, 
magistrato supremo di appello nelle sentenze cri- 
minali o civili della Reggenza, e consultore nel 
casi di grazia o nelle commessioni del governo, 
figurava la reai camera di Santa Chiara. Compo- 
se, come tra noi, magistrati speciali per il com- 
mercio, r agricoltura, le arti; ed a compiere la 


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IBS LIBRO QUINTO — 1799 

simiglianza, presedeva spaventevole eJ assoluta 
la Giunta di Stato. 1 codici, f;ià innanzi confusi 
e«l incerti, cresciuti nei politici sconvolgimenti 
di nuove leggi, nuove prammatiche, intoppi nuo- 
vi air intelletto ed alla coscienza dei giudici, fu- 
rono dall’ Aragona gravati di altre ordinanze j 
traendole dalla napoletana legislazione. 

Quindi providde alla finanza. La caduta del go- 
verno papale, il governo succedutogli di repub- 
blica, gli eserciti francesi per lungo tempo stan- 
ziati a Roma, gli eserciti contrarii alla Francia 
venuti a folla , guerra lunga esterna e civile , 
piccolo territorio e macro, scarsi ricolti per due 
anni, e, rpiel che è peggio, incertezza di sorti 
che inaridisce o stagna tutte le vene della ric- 
chezza, rendevano lo stato di Roma povero e tri- 
sto. Ma il generale Naselli Aragona empieva in 
varii modi le casse dell’erario; imperciocché per 
nuova legge rivocando le vendite, i censi, gli af- 
fìtti, tutte le alienazioni de’ beni dello stato du- 
rante la repubblica romana, incamerava cjuei 
beni, conGseava per nuove ordinanze i terreni 
de’ repubblicani, quando anche non condannati, 
tenuti in carcere; ravvivava le taglie antiche; al- 
tre ne imponeva e tra queste una su le terre; con 
mirabile novità faceva tributari anche i cherici, 
e annullava le immunità di questi, ancorché fos- 
sero «patrimoni sacri, ahhadie, monasteri, con- 
nventi, ospedali, qualunque luogo pio, qualun- 
>*que persona privilegiata, privilegiatissima, e 
«che avesse acquistato ì beni a titoli onerosi». 

I quali atti contrarii all’indole romana, e di 
dom’mio pieno e durevole nel re delle Sicilie 


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LIBRO QUINTO — 1799 189 

(mentre il generale tedesco Froellck imperava 
da signore nelle Marche), diedero sospetto che i 
potentati conquistatori volessero tenere in pos- 
sesso le regioni vinte, quali materie negoziabili 
nel mercato de’ popoli che speravano certo e vi- 
cino. Av\'egnachò crescevano, lutto l’anno 1799, 
le sventure degli eserciti francesi : Macvlonald 
debellato alla Trebbia, Joubert a Novi, Lecour- 
be nel Piemonte; le fortezze cadute, Genova ca- 
dente; la Italia riconquistata per gli antichi re, la 
Francia minacciala su le sponde del Varo e dai 
monti della Savoia, il Direttorio della grande re- 
pubblica impotente, la nazione scorata e debole 
pe’disordini; ed a quelle viste i re, non più te- 
mendo il ritorno delle fortune francesi, allarga- 
vano le ambizioni e le speranze. 

XIII. INon avvertivano quali destini seco por- 
tasse da oriente il generale Buonaparte; il quale, 
udite le estremità della Francia, vedendo ormai 
nell’Egitto lenta la guerra, incerta la vittoria, 
nullo il benefizio della repubblica, lasciò cajio 
dell’esercito il generale Kleber, e sopra fregata 
che i venti e la fortuna secondarono, traversando 
mari e pericoli, giunse a Frejus, e andò trionfa- 
tore a Parigi. Fu la comparsa come di meteora 
prodigiosa per la grandezza del caso, la incer- 
tezza del disegno, le speranze, i timori; tutte le 
parti si agitavano; ed egli solo bnniobile in tanto 
moto che gli facevano intorno, bilanciava gli 
eventi; e quando ebbe deciso in suo pensiero mu- 
tare in governo più fermo la disordinala repub- 
blica, egli, col nome che diessi di Consolo, fu dit- 
tatore. ]Non ù debito mio narrare le m.iravlglle di 


* 


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190 LIBRO QUINTO — 1799 

tjiicl fatto, assai conosciute per le istorie di Fran- 
cia; ma poiché gli ordini nuovi di (juello stato 
confusero le opinioni de’ governi e de’ popoli, non 
sarà senza frutto esaminare i politici effetti che 
tra noi produssero. 

Quel ritorno da Egitto spiac(jue a’principi per 
il chiaro nume del guerriero e 1 sospetto che si 
facesse sostegno al dechinare della Francia; seb- 
hene alcuno ancora non immaginasse di quanta 
mole fosse un sol uomo. Fiac([ue a loro, per la 
opposta parte, la caduta della repubblica, e la 
pruova che il governo convenevole alle presenti 
società stia nel senno di un capo; e non sospet- 
tando che potesse farsi re un guerriero di ven- 
tura, aspettavano che incatenate da lui le sfrena- 
tezze del popolo, e spente le ambizioni discordanti 
de.gli ottimati, ])otessero più agevolmente le parti 
regie nell’ interno, gli usciti al di fuon, e i re e I 

gli eserciti stranieri, condurre al trono di Fran- 
cia il XVIII Luigi ; a tanto innalzando le spe- 
ranze che credevano Huonaparte inchinato a spia- 
nare il cammino, contento delle ricompense che 
danno i re, gradi, titoli, ricchezza e servitù. Cosi 
i principi; ma gli uomini di libero ingegno, so- 
spirando la caduta repubblica, dicendo colui dit- 
tatore, Cesare usurpatore, aguzzavano i pugnali 
di Bruto, e speravano ad ogni foglio di Francia 
sentire atterrato il tiranno. 

Tra i primi e i secondi accesi di sdegni o spe- 
ranze varie, piccolo numero di pensanti vedeva 
nel consolo il salvatore della nuova civilLì; im- 
perecebè lo stato della Francia non essendo di 
repubblica, fuorché agli aspetti, ma di vera li- 


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LIBRO QUINTO — 1799 19 1 

rannide ne' capi, di servitù ne’ soggetti, gli uni 
comandavano da re, gli altri obbedivano da vas- 
salli o disubbidivano da contumaci} e passaggio 
immediato a liberissimo reggimento era impossi- 
bile, perchè nelle menti delle moltitudini non 
erano altre idee di governo e ne’ costumi altre 


S ratiche fuorché le assolute d’impero e di obbe- 
ienza. Viste le quali cose, l’uomo potentissimo 
si unì alle opinioni e a’ bisogni del popolo, si 


fece consolo; ed in quel giorno surse nel mondo 
ragionevole fidanza di mantenere le parti possi- 
bili della rivoluzione francese. La quale se avea 
jx)tuto resistere sino a quel tempo a guerre interne 
«l esteriori, ne aveva debito, più che alle forze 
del proprio reggimento, a certe funeste necessità 
di combattere, ed a pochi uomini egregi ed al 
primo ardore di liberta, già raffreddato dalle sven- 
ture e dal mal governo. 

?iel tempo che in Francia il console ordinava 
le parti dello stato, e proponeva paci non accétte 
a’ potentati stranieri, e levava eserciti ed anni 
nuove, duravano le sventure delle insegne fran- 
cesi nella Italia; ed il conclave in Venezia com* 
sultava la scelta del nuovo pontefice, che, qua- 
lunque egli fosse, usciva nemico della Francia. 
Per lo che il cardinale RulFo con istruzioni del xe 
delle Sicilie ed ambizioni proprie andò al con- 
gresso, deponendo i freni del governo di Napoli 
nelle mani del principe del Cassero, Siciliano, 
nominato dal re viceré del regno, uomo spletir 
(lido, saggio, e quanto i tempi comportavano pip* 
toso; e ben egli aveva occasione alla pietà, uxir- 
percioccliè non passava giorno ohe nella pia>p 


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192 LIBRO QUINTO — 1799 

infame elei mercato non si vedessero appesi alle 
forche o troncati del capo uomini sino allora ve> 
nerati per sapienza o virtù; a tal giugnendo la 
frequenza de supplizi che si trasandavano i segni 
di religione, solili nelle morti j>er condanna; ed 
il giudice Guidobaldi, onde sgrav;ire la finanza 
regia, fece novelli patti col carnefice, pagando il 
ci'udele olllzio di colui a stipendio mensuale, non 
più come innanzi a persone. 

XIV. Con tante morti per tutta Italia e nel mon- 
do finiva Tanno 1799, quando venne a ristorare 
rumanità, campando d’uomini numero infinito, 
l’innesto della marcia bovina a difesa dal vainolo. 
Era certo il rimedio perchè T usavano popoli del- 
Torienle, la Georgia, la Clrcassla, dove è fama 
che la estirpazione del vainolo naturale per in- 
nesto ab antico del vaccino sia stata cagione della 
bellezza delle donne Giorglane e Circasse. L’Eu- 
ropa, visti morire in ogni anno numero stermi- 
nalo di fanciulli, cercò riparo dall’ innesto natu- 
rale, cioè dall’ Inoculare m tempi e condizioni 
preparate il vainolo benigno ma umano; e avve- 
gnaché se ne traesse piccolo benefizio, il pensiero 
fu scala di maggior opera, ^’el l'j'jS un’adunanza 
medica di Parigi discorse del contagio vaccino, 
ma la idea nulla valse insino a tanto che nel ci- 
talo anno 1799 la riprodusse in Londra medico 
inglese, lenner, il quale, provvista da oriente la 
marcia e sperimentata sopra gran numero di fan- 
ciulli, pubblicalo Teffetto, tessuta la istoria delle 
prove antiche, disteso il processo delle presenti, 
mutò in dottrina ed in fatto la sterile conghiet- 
tura del rimedio. Al grido ed alla gloria cb’ei ne 


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LIBRO QUINTO — 1800 193 

ebbe si levò invidiosa la scuola medica di Fran- 
cia, vantando sè, per gli accademici discorsi che 
ho citali, precorritrice al lenner. Ma restò all’In- 
glese r onore j perciocché una scoperta in arti o 
scienze, essencfo il fatto certo tra molti falli vaghi 
ed oscuri che precederono, definisce lo stato della 
scienza o dell’arte già maturo a procedere, e 
quasi dii’ei necessaria la invenzione; ed il più sa- 
gace o fortunato che agli esperimenti dà eviden- 
za, è tenuto meritamente inventore, comunque 
sieno stati i dubbii e le infruttuose fatiche di co- 
loro che jirecedettero. 

La dottrina di lenner si sparse in Europa, co- 
me che impedita dalla guerra, dall’amore de’ ge- 
nitori che ammoniva di non essere primi all’ espe- 
rimento, e (incredibile a dire) da religione. Alcuni 
medici scrissero contro la vaccina; fu predicalo dai 
sacri pulpiti peccaminoso e bestiale il rimedio; e 
tutti dicevano mancanti le prove della sua dui’e- 
vole efficacia, e facile in età più matura e perico- 
losa il ritorno del vainolo, o altro morbo ingene- 
rato dalla natura compressa. Tra le quali d ubbiezze 
giunse in Napoli, l’anno 1800, il dottore Marshall, 
Inglese, prop-agalore del gran rimedio, e Napoli 
corrivo alle novità gli credè; il re F’erdinando 
stabilì offizli ed uffiziali di vaccinazione, la pre- 
scrisse agli cspcdali, alle case pubbliche di pietà, 
alla favorita colonia di Santo Leucio, e, da ma- 
gnanimo e re buono, alla sua famiglia; la propa- 
gò in Sicilia ed in Malta, e rendendo lodi e grazie 
al Marshall, lo accommiatò ricco di doni e di 
onori. Eppure verità, ragione, esperienza, co- 
mando e naturale amore della prole, non bastano 
Colletta, T. IL 13 


194 LIBRO QUINTO — 1800 

ancora (e sono corsi treni’ anni) a vincere l’er- 
rore (li molte madri e padri, schivi alla vaccina 
perchè falsa religione la susurra all’orecchio co- 
me peccato. 

a\". Nel cominciare dell’anno 1800 si anneb» 
Liarono le felicità dei re d’Italia c d’ Alemagna, 
però che la Francia, sentito l’impero di Buona- 
parle, confidando nel gran nome e nel grande 
ingegno, ripigliò animo e forza. Coscritto nuovo 
esercito in I)ljon, dove abbondavano uomini ed 
armi; le sponde del \aro tornale libere; le mili- 
zie piemontesi e russe fermate in Savoia; ricom- 

Ì iarsi nella Svizzera e lungo il Reno 1 vessilli della 
!lepul)hlica;rt!uropa ravvisò il braccio immenso, 
che sospeso in allo aspettava l’opportunità di per- 
cuotere. 11 governo di Napoli (juanto più spietato 
tanto più timido, non appieno satollo di vendet- 
te (come tra poco mostrerò) nascose lo sdegno, 
e per editto appellalo indulto, il giorno del nome 
del re, 3 o di maggio nel 1800, rimise le passate 
colpe di stalo, dicendo essere tempo di riposo; 
bramare che i soggetti fossero come figli suoi, tra 
loro fratelli; perciò sospendere e cancellare i giu- 
dizi di stalo, vietare le accuse, le denunzie, le in- 
(piisizioni per officio di magistrato, e insomma, 
perdonare, obliare, rimettere i delitti di maestà. 
Ma prudenza di regno volendo alla misericordia 
certi confini, escludere dal perdono i fuggitivi, i 
giudicali, molli tra i prigioni, e coloro che per 
alfa provvidenza e pubblico bene la Polizia trat- 
teneva nelle carceri. A nessuno per quelle grazie 
tornar diritto ai perduti officii, derivando la loro 
liberazione non da giustizia ma da clemenza del 
principe. 


j I . r’ 




LIBRO QUINTO — 1800 195 

Sembrando l’ editto il termine delle persecu» 
zioni, il pensiero vólto addietro misiiiò l’am- 
piezza delle patite sventure. Quanti ne morissero 
nelle guerre civili e nel tempo senza leggi che 
più o meno tollerò qualunque città o terra, non 
fu, per avvedutezza del governo, computato j i 
fuggiti montavano a tre migliaja, i cacciati in 
esilio a quattromila, i condannati a prigionia a 
parecchie centinaja, assai più alla morte, de’ quali 
centodieci nella sola città capo del regno. Rima- 
nevano dopo il perdono altri mille nel carcere e 
nel pericolo, ma pure settemila o più escirono 
liberi. Fu maggior benefizio scegliere capo della 
Polizia il duca d’ Ascoli, nuovo agli ofiìcii dello 
stato; ma poiché nobile d’animo come di lignag- 
gio il pubblico ne sperava, e ne ottenne giustizia 
verso i buoni, severità su la plebe tumultuante 
ancora e ricordevole dei guadagni del gg, già 
sperduti nei vizii e nella crapula. Quel reggente 
( così fu chiamato dal nome antico) puniva i soli 
làzzari con le battiture, pena infame, ebe sebbene 
a quella razza scostumata non accrescesse vergo- 
gna, era pericolosa perchè arbitraria, ed ingiusta 
da che poneva ineguaglianza fra cittadini. 

XVI. Poiché tornò, comunque in parte, la quie- 
te del regno, il re, sperando il giudizio dei po- 
steri da pietra muta pni che dalle sue leggi e dalle 
istorie, diede carico all’insigne scultore Antonio 
Canova di ritrattarlo in marmo, in forme colos- 
sali e in fogge di guerriero. Ed institul ordine 
cavalleresco, detto di San Ferdinando, dal suo 
nome, e del Merito perchè destinato ad insignire 
tra sudditi o stranieri i notati di fedeltà nelle 


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I9G LIBRO QUINTO — 1800 

guerre intestine dell’anno innanzi. La croce di 
argento e d’oro è terminata nelle quattro punte 
dal fior di giglio, sta nel mezzo effigiato il Santo 
in abito di re della Castigliaj il motto è Fidci et 
merito; il nastro, colore azzurro orlato di rosso. 11 
re Gran-maestro, quindi Gran-croci che non ec- 
cedono i ventiquattro, commendatori e cavalieri 
di piccola croce ad arbitrio del re. Gli statuti, 
quelli medesimi dell’ Ordine di San Gennaro, e 
jx>cbi altri diretti a rimeritare i servigi di guerra. 
Con altra legge di tre mesi appresso il re aggiunse 
al nuovo Online due medaglie in oro, in argen- 
to, per i gradi minori dell’esercito e dell’armata, 
concedendo con la medaglia pensione varia e non 
tenue. Furono cavalieri gran-croci tutti i reali 
della casa, i re più polenti di Europa, i perso- 
naggi più alti del regnoj ma nei minori gradi 
r ordine si macchiò, però che viddesi al petto 
d’uomini che nelle armi della Santa Fede non 
cancellarono le infamie della vita. 

Per le cose di Francia crescendo tuttodì la in- 
certezza e’I timore, fu stabilito nel consiglio del 
re coscrivere poderoso esercito, comunque fosse 
scarsa la finanza e non bastevole a’ bisogni pre- 
senti dello stato. Si alimentavano molte milizie 
napoletane, viveva del denaro di Napoli nella im- 
poverita Roma numeroso presidio, sostenevasi con 
gl’inglesi il blocco di Malta, si nutrivano le squa- 
dre russe venute in gran numero per aspettar la 
fine di quel blocco. E frattanto i consiglieri del re, 
nelle cose civili arrischiati, proposero che fusse 
levato novello esercito e soccorsa la finanza dai 
pòpoli, debitori al re (si diceva) d’innumerevoli 


LIBRO QUINTO — 1800 197 

benefizi j ed a sè stessi della comune difesa. Per 
ciò fu prescritto: comporre di nuova milizia ses« 
santa reggimenti, quarantaquattro di fanti, sedici 
di cavalieri; uomini in tutto sessantasettcmila e 
duecentoventoUo, e cavalli novemila settecentono- 
vantadue; cannoni di campo centosettantasei. Dai 
resti delle antiche leve e da leva nuova (dieci sol- 
dati per mila anime) aver gli nomini; scegliersi 
a sorte chi dasse i cavalli; ed i possidenti prov- 
vedergli di finimenti e di strami; le comunità for- 
nire gli attrezzi militari e le armi per i fanti, le 
tende, le macchine di campo, i cannoni, le mu- 
nizioni da guerra, e un mese di stipendio. 11 ser- 
vizio, se in pace, da guardie interne; e se in 
guerra, secondo i bisogni; la durata, cinque an- 
ni. Gli uffizlali, scelti fra’ più distinti nello esercito 
della Santa Fede. A* coscritti il fòro speciale in 
cause criminali o civili; gli onori, le preminenze, 
le* dignità usate nel regno; i premii secondo il 
inerito e i servigi. 

Era peso gravissimo a’ cittadini; e però il troppo 
di quella legge trattenendo il possibile, falli le spe- 
ranze, e fu cagione che ingiustizie e rapine si 
tollerassero nefie pfovincie e nella città; il solo 
beneficio che n’ehbe il governo fu il grido in Italia 
di nuovo e poderoso esercito, sotto di un re fra 
tutti nemicissimo della Francia. Ma non perciò si 
arrestarono le adunate schiere in Dijon, le quali 
anzi fecero cose mirabili, che io toccherò per 
sommi capi, inviando i bramosi di più Caperne 
a’ racconti de’ generali Dumas e lòmini, il primo 
de’ quali scrisse il vero in poetiche immagini,' ed 
il secondo per le teoriche della guerra. Piè sarebbe 


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198 LIBRO QUINTO — 1800 

ufllzlo nostro esjwrre a disteso que’ prodigi, se 
doppio desiderio non m’attraesse parlar, come 
isterico, di cose grandi; e come guerriero, di 
guerra, e sperando dire su la Idea di quella guer- 
l a cose non dette. Si vedrà che le maraviglie degli 
eserciti antichi sono state superate da’ presenti, e 
che agli avi nostri solo rimane maggior vanto di 
virtù civile; che pur essa, quando i cieli non sieno 
crudelissimi, sarà in poche età che a noi succe- 
dono uguagliata e vinta. 

Xyil. 11 primo consolo quando seppe come i 
Tedeschi guardavano la Italia, fatta esplorare da in- 
gegneri valenti la catena delle Alpi, fermò in mente 
di condurre l’esercito per le quattro valli, del San 
Gottardo, de’ due San Bernardo, e del Monte Ce- 
nlsio; avvegnaché giungeva improvviso e rompeva 
nel mezzo la linea del nemico, il quale stanzian- 
do con diversi corpi nella Loinhardla, e con altri 
sopra 1 monti di Genova e lungo 11 Varo, lasciava 
il mezzo della linea poco guardato. Bisognava il 
segreto; ed egli con tali arti simulò, tanto pochi 
e lenti giungevano 1 coscritti a Dljon, e tanto queta- 
lucnte in altre città della Francia le schiere dei 
veterani, che l’esercito di Dljon era tenuto a men- 
zogna ed a scherno dal generale Melas, supremo 
de Tedeschi m Italia, e dalle male scaltre corti 
di Europa. Ma il 17 del maggio dell’anno 1800 , 
mosso l’esercito maggiore, che Berthler guidava 
sotto Buonaparte, giunse in poco tempo dal piano 
del San Bernardo alla cima, dove solamente si 
vedevano gelo e cielo, e le nuvole addensarsi sotto 
i piedi de’ riguardantL Non racconterò come uo- 
mini, cavalli, carri e artiglierie tragittassero per 


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LIBRO QUINTO — 1800 199 

(juelle rupi, e quali travagli tollerassero j bastando 
dire che quanto il senno provvede, o il genio 
crea, e può la costanza, e vuole necessità, tutto 
fu operato da quello esercitojle macchine, scon- 
gegnate, portate a pezzi} i cannoni trascinati so- 
pra carretti di nuovo ingegno; il soldato carico 
di settanta libbre francesi in armi, viveri e mu- 
nizioni da guerra, camminare verso l’erta traspor- 
tando a catena di braccia smisurati pesi; ed al 
discendere (per condizioni peggiori del terreno) 
mandare a precipizio i cannoni commessi nel se- 
no di alberi cavati; regolar la caduta degli altri 
pesi; tenersi a fatica sopra que’ geli eterni; cosi 
che venne pensiero ad un soldato seder sul ghiac- 
cio e strisciarsi per la china; la qual cosa, veduta 
dal primo consolo ed imitata, fu seguita (quasi 
l’esempio fusse comando) dall’esercito intero; c 
però in due giorni furono quelle alte cime tra- 
gittate. 

Gli altri tre eserciti per altri monti e valli pro- 
cedevano con pari stento e felicità: il generale 
Moncey per il San Gottardo, Cbabran per il pic- 
colo San Bernardo, Thureau per il Monte Cenisio, 
sessantamila combattenti, e cavalli, ed armi, e 
macchine, venivano come torrenti per quattro 
precipizi nell’Italia. L’esercito maggiore, poi che 
ebbe scacciato dalla città di Aosta e da Chatillon 
i presidii tedeschi, si arrestò al forte Bard, fon- 
dato sopra grosso macigno nel più -stretto della 
valle, tra rupi deserte ed invalicabili che gli si 
alzano a’ fianchi: piccola città fortificata gli sta 
vicino, e scorre sotto in abisso precipitoso la 
Dora; la cinta, di figura ellittica, volge in giro 


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200 LIBRO QUINTO — 1800 

«luanto appena trecento metri j e qualche torre 
oislaccata dal forte accresceva le difese; muniva- 
no le mura ventidue cannoni; le guardavano tre- 
cento ottanta soldati sotto il comando del capi- 
tano tedesco Bernkopf; piccola strada per lo spalto 
traversa la citLì. Chiesto il passaggio al capo del 
forte, lo negò; minacciato, rispose da prode; 
formatea spavento le colonne di assalto, si guar- 
dò; e tentati gli assalti, li respinse. Al di vegnente 
iterando le inchieste, le minacce, la guerra, tor- 
narono gli efl’etti come innanzi; ed intanto man- 
cavano i viveri ed ogni mezzo di averne: la im- 
presa divolgavasi; perivano al piede di piccolo 
castello quelle genti, quel genio, que’ destini. 

INecessità fece aprire ])cr altra montagna (l’Al- 
heredo) un varco a scaglioni, disagevole a’ fanti, 
pericoloso a cavalli, impossibile alle artiglierie: 
1 Francesi presero, scalando i muri, la città, as- 
salirono nella foga il castello; rinnovarono nella 
notte gli assalti (non eontando per la salute del- 
l’esercito le ferite e le morti), ma furono con 
perdita maggiore discacciati. Disperazione in essi, 
onorevole al capitano Bernkopl, suggerì di tra- 
sportare i cannoni per le vie della città, sotto le 
offese aperte del castello. E cosi perduti uomini 
e giorni, lasciata buo^a schiera per lo assedio 
del forte, quello esercito e gli altri tre giunsero 
alle pianure d’Italia. Ma benché ponessero i cam- 
pi ne’ disegnati luoghi tra Susa e Bellinzona, non 
istavano in ordinanza di battaglia; però che le 
valli, com’è natura, sebbene partano vicino da 
gruppo comune di monti, scostandosi dalle ori- 
gini si dilargano; e perchè le formazioni delle 


LIBRO QUINTO -- 1800 20l 

quattro colonne, la rapidità, il cammino, lo sco- 
po, davano a quella guerra i caratteri della inva- 
sione, co’ vantaggi e i difetti che ne derivano; 
ossia, nessuna base di operazione, non essendo 
base la catena dell’ Alpi; linee di operazione di- 
vergenti, viveri alla ventura, ordini pochi, ritirata 
difficile; ma d’altra parte, celeri conquisti, ed 
apportando al nemico soi*presa e scompiglio. La 
specie di quella guerra sino alla battaglia di Ma- 
rengo palesale cagioni dell’andare incerto e az- 
zardoso di Melas e di Buonaparte; e scusa nei 
capitani degli opposti eserciti molte azioni, che 
si dissero falli, benché discendessero da invinci- 
l)ile natura delle cose. 

Fu dunque ventura de’ Francesi che il generale 
31elas nulla credendo dell’esercito di Dijon, si 
travagliasse intoi’no a Genova e su le sponde del 
\ aro : mentre magazzini pieni venivano in mano 
al nemico, e cadeva la fortezza di Pavia con 
grande numero d’armi, di viveri, di vesti, nes- 
sun presidio, e senza onore di combattimento. 
Ma, presa Milano, e per mille voci, per molti 
fatti avuta certezza che il primo console con eser- 
cito grande stésse in Italia, Melas abbandonò il 
Varo, chiamò da Genova il generale Ott e le sue 
schiere, uni quanti poteva uomini, cavalli e can- 
noni. La fortezza di Genova cedè in que’ giorni: 
il presidio francese unendosi alle legioni che nel 
Delfinato comandava il generale Suchet, formò 
buono esercito di ventimila soldati. Kel tempo 
stesso che dalla Italia superiore i Francesi prose- 
guendo le irruzioni valicarono il Po, il generale 
Murat prese Piacenza; le comunicazioni fra i Te- 


202 LIBRO QUINTO — IftOO 

clesclil dell’alta e bassa Italia s’interruppero, e 
l’oste intera si divise in due, sotto Alessandria e 
sotto Mantova. Bizzarre ordinanze di quattro eser- 
citi; stando i due magfifiori nel mezzo, ed a’ fianchi 
ed alle spalle eserciti minori ma considerevoli. 
Ottantamila soldati obbedivano a Buonaparte; 
cento c sei mila a Melas, non computando gli 
Alemanni di Ancona e di Toscana. Bisognavano 
giorni a Melas, battaglie a Buonaparte; ma que- 

F li, sentito il bisogno di aprirsi un cammino con 
esercito di Mantova, e confidando nella disper- 
sione de’ campi francesi, nel maggior numero 
dei combattenti, e nelle rimembranze delle fre- 
sche vittorie sopra gli eserciti della Repubblica, 
raccolse intorno ad Alessandria trentuno mila 
soldati, de’ quali ventitremila fanti, ottomila ca- 
valieri, cd artiglierie poderose: fece occupare 
innanzi alla Burmida e render forte il villaggio 
di Marengo, che dall’alto vede vasta pianura; 
solo terreno in quella parte d’Italia non segato 
da canali, dove la cavalleria, ne’ Tedeschi più 
forte, potesse volteggiare agevolmente. 

Così stavano le cose al la di giugno. Moti celeri 
ed universali d’ambe le parti confondendo le re- 
lazioni delle spie, de’ prigioni, de’ disertori, face- 
vano incerta la posizione degli eserciti. Buona- 
parte al dì seguente fece assalire Marengo; e poi 
che i Tedeschi, forse ad inganno, lo abbandona- 
rono, egli dubbioso de’ pensieri di Melas, tenute 
lontane aleune legioni, altre allontanate, accam- 
pava dietro a Marengo con quindicimila cinque- 
cento fanti, tremila settecento cavalieri. Fu perciò 
come sorpreso l’ abilissimo capitano quanao agli 




n 




LIBRO QUINTO — 1800 203 

albóri del di i4vidde sboccare dalla Bórmida sopra 
tre ponti colonne poderose di Tedeschi. Potea, 
volgendo cammino, schivar la battaglia^ ma con 
onta del nome, e concedendo al nemico ciò che 
più bramava, un varco per l’alta Italia: quindi 
accettarla, rivocare in fretta le distaccate legioni, 
confidare nel valore delle presenti, nelle arti prò* 

f rie, e nella fortuna, furono i suoi proponimenti. 

ormò in linea le poche genti, con ordini (che 
mai ne creda scrittore dottissimo di guerra) con- 
venevoli al suo maggior bisogno, le ore; e cor- 
rendo le file de’ soldati, accendendo il desiderio 
di gloria nuova col ricordo delle geste passate, 
concludeva : « E noi vinceremo se non mancherà 
tempo alla vittoria >\ 

Conobbe Melas per la opposta parte che stava 
nella rapidità la speranza del vincere; ma benché 
l’esercito per tre ponti valicasse il fiume, poiché 
tragittava per una sola porta del campo, ^ese 
tre ore all uscita. Assalirono Marengo con forze 
doppie de’Francesi, e l’espu^avano, quando no- 
■\ elle forze accorsero al pencolo, e poi novelle 
agli assalti; così che nel mezzo del giorno fu ne- 
cessità de’ Francesi lasciar Marengo, per rinnovare 
la guerra in altri luoghi della pianura. Non com- 
portando il preso stile delle presenti storie de- 
scrivere a parte a parte l’ andare, il ritorno, le 
venture, gu infortuni di ogni schiera di cavalieri 
o di fanti, solamente dirò che alla prim’ora dopo 
il mezzodì l’oste francese, abbandonando il cam- 
po, riducevasi alle colline; ed il nemico vicino e 
superbo gli faceva il ritorno sanguinoso e lento. 
Tutti i corpi francesi combattevano; le sole guar- 


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204 libro questo — 1800 

die consolari, ottocento fanti, trecentosessanta ca- 
valieri, stavano in riserva. Buonaparte spedi quei 
primi alla pianura; e là formati a quadrato, soste- 
nendo gH assalti de’ cavalli, le offese de fanti, gli 
esterminii delle artiglierie, davano tempo alle 
proprie genti di riordinarsi; e somigliando, per 
Ja immobilità, a quadrato meno d’uomini che di 
mura, ebbe onorevole nome di castello di groìiilo. 

1 oscia richiamati dal plano, scemati di numero 
animo, guerreggiavano in altro campo; 
ma già l’oste alemanna invadendo d’ogni parte 
i Francesi, confusero gli ordini, sparì la lattica, 
SI combatteva alla spicciolata, la battaglia era vinta 
da T(;deschi; non rimanendo che superare gli ul- 
timi sforzi di valor disperato. E però Melas, for- 
mando a colonne le sue genti, lasciati luogote- 
nenti Ott e Zach a raccòrrò i frutti della giornata, 
andò in Alessandria per far noto al mondo con 
bullcttlni la battaglia, e per ordinare le imprese 
e vegnente giorno. Si stava intorno alle tre ore 
e la sera, e durava il combattere; però che U 
primo console dal suo (juartiere di Sangiuliano, 
enchè vedesse le perdite, non raccoglieva i resti 
dell esercito, non disponeva le ritirate, bramoso 
che lo scompiglio durasse. E difatti, avvisato da 
precursori che il generale Desaix con novemila 
soldati or ora giungerebbe a soccorso, ne mandò 
annunzio alle sue genti, accertò la vittoria, co- 

campo resistesse al nemico; 
e le abbattute squadre resistettero. 

le quattro ore dopo il mezzogiorno giunto 
yesaix, il primo consolo, correndo quelle file, 
iceva : «abbiamo dato indietro assai passi; è tem- 


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LIBRO QUINTO — 1800 205 

«j->o di avanzare, per poi rl|)0sare nella notte, 
»»come è nostro costume, ne campi della vitto- 
>» ria j>. I resti più numerosi de’ F rancesi accampa- 
vano a Sangluliano dove Desalx venne, e dove 
il generale Zach andava, certo di vincere, con 
cinquemila soldati. Ma lo affrontò in ordinanza, 
quasi uscito di terra, esercito francese; ed es- 
sendo Impossibile al Tedesco evitar la zuffa o aver 
soccorso, però che già da due ore i volteggiamenti 
delle due parti andavano soli, senza ordini, senza 
nesso, senza capo supremo, a consiglio di moJti 
capi e della sorte, smarrisce, ma pur combatte 
con valore alemanno; muore Desalx; Kellermann 
generale di Francia corre con mille cavalli sopra 
Zach, e tre volle traversando la linea de’ soldati, 
uccide, abbatte ed Imprigiona i resti col suo capo. 
Procedono le stesso Kellermann, e Murai, e Bon- 
det, che teneva le veci di Desaix, contro gli altri 
corpi, i quali vedendo la meravigliosa schiera 
tornano fuggitivi verso Marengo; i Francesi, che 
poco innanzi difendevano a mala pena il piccolo 
terreno dove trista ventura gli avea ridotti, pro- 
rompono nel piano, e uccidono e fugano i trop- 
po assicurati vincitori. Così cambia della fortuna 
il favore e la faccia. 

Si riparano i fuggitivi a Marengo e a Pedra- 
bona, per dar tempo agli avanzi della disfatta di 
valicare la Bórmida; e però combattendo sino a 
notte piena, quanti poterono ripassare il fiume 
posero il campo sotto Alessandria. Furono morti 
e feriti nella battaglia settemila del Tedeschi, sette 
mila de’ Francesi; perdcrono inoltre i Tedeschi 
tremila prigionieri, venticinque cannoni, altre 


206 LIBRO QUINTO — 1800 

armi e bandiere; tra morti e feriti d’ambe le parti 
si coniavano parecchi generali e numero grande 
di ufllziali minori; ma più compianta dalle schiere 
e dalla Francia fu la morte tfi Desalx. 11 valore 
degli eserciti fu grande; il primo console non com- 
battè; lentezza ne’ Tedeschi al mattino^ ordinanze 
poco sapienti incontro alle ordinanze de’ Francesi, 
tutte le schiere tedesche impegnate, combattenti 
senza ultima riserva, nessuno assalto estremo, 
nessuna azione, facile nelle fortune, ardimentosa; 
e d’altra parte ostinato proponimento del primo 
console, arrivo al maggior uopo del generale De- 
saix, sorte, destini, furono le cagioni della vitto- 
ria de’ Francesi. 

La notte, dispensiera benigna di quiete, pas- 
sava dolente al campo alemanno e dolentissima 
al capitano; nè riposavano i Franchi perchè in- 
tenti a ricomporre le scemate schiere, e valicar 
nel mattino la Bórmida. Melas, veterano di guerra 
sventurato, incerto tra pensieri varii, avendo in- 
contro esercito forte e vincitore, alle spalle, in 
Acqui, l’esercito di Suchet, con sè poche squadre 
e sconfidate, i generali migliori o morti o feriti 
o prigioni; convocato consiglio ed avuto più rim- 
proveri che ristoro alla sfortunata vecchiezza, de- 
cise in animo di concordar col nemico il passag- 
gio dell’esercito nell’alta Italia, per così adunare 
sessantamila soldati su le sponde del Mincio, ap- 
poggiare il dosso agli stati dell’Impero, e comin- 
ciare con migliori auspicii nuova guerra. Diceva 
sovente nel suo dolore, nè saprei se a maraviglia 
o a conforto: «la battaglia era vinta per noi, ma 
quegli è r uomo del destino «. Gli lacerava il cuore 


LIBRO QUINTO — 1800 207 

l’avviso decantalo della vittoria, ed arrossiva della 
vergogna di mandare altri nunzi di dolenti ven- 
ture. Aveva scritto nel primo foglio : « Per lunga 
»e sanguinosa battaglia ne’ piani di Marengo, le 
jjarmi di S. M. l’Imperatore hanno battuto com- 
«piutamente l’esercito francese condotto in Ita- 
«lia, e comandalo nell’azione dal generale Buo- 
«naparte. Altro foglio dirà i particolari della 
«battaglia, cd i frutti della vittoria, che nel campo 
a stan raccogliendo i luogotenenti generali Ott e 
«Zacb. Di Alessandria il i 4 di giugno del 1800, 
«al cadere del giorno??. 

Poi scrisse: 

« Cadente il giorno, il nemico afforzato di eser- 
cito novello, combattendo negli stessi campi di 
Marengo per gran parte della notte, ha battuto il 
nostro esercito, vincitore nella giornata. Ora noi, 
accampati sotto le mura di questa fortezza, rac- 
cogliamo i miseri avanzi della battaglia perduta j 
e consultiamo de’ rimedii, per quanti ne concede 

10 stato delle cose, o la fortuna del vincitore. 
Di Alessandria, alla mezzanotte del i 4 al iS di 
giugno >?. 

Alla prima luce del giorno, le già formate co- 
lonne de’ Francesi assalirono il campo che guar- 
dava i tre ponti della Bórmidaj e lo espugnavano, 
se Melas non mandava oratore a Buonaparte per 
trattare accoi'di: e poiché l’esercito francese ab- 
bisognava di riposo e di migliori ordinamenti, 

11 pruno console mandò negoziatore in Alessan- 
dria il generale Berthier, che per non lungo di- 
scorso con Melas, stabilirono: 

Armistizio sino alle risposte da Vienna su le 



208 LIBRO QUINTO — 1800 

proposizioni di pace che farebbe il primo console 

all’ imperatore I rancesco ; 

Durante l’armistizio, gl’imperiali occuperanno 
i paesi tra’l Mincio, Fossa-maestia e Po j conser- 
veranno Ancona e la Toscana; 

I Francesi occuperanno quanto sta confinato 
tra la Chiesa, l’Opio ed il 1 o; 

II paese dalla Chiesa al Mincio non avrà soldati 
di nessuna parte; 

I castelli di Tortona, di Milano, di Turino, di 
Pizzi gheltone, di Arona, di Piacenza, di Ceva, 
di Savona, di Urbino; e le fortezze di Coni, di 
Alessandria e di Genova saranno date a F raucesi 
dal 1 6 al 24 di giugno. Delle artiglierie che mu- 
niscono i su detti forti, le sole Austriache saran- 
no rese agl’ imperiali; 

Le schiere tedesche andranno libere in tre co- 
lonne, dal 16 al 26 di giugno, per Piacenza e 
Mantova, dietro al Mincio; i presidii delle cedute 
fortezze, nel più breve tempo, per il piu breve 
cammino, le raggiungeranno; 

INessun cittadino sarà molestato per le sue po- 
litiche opinioni, sì da’ Francesi che da’ Tedeschi. 

II qual trattato fu eseguito. I presidii delle for- 
tezze partivano, mormorando de capi e vergognosi 
di aprir le porle senza guerra al nemico; i parti- 
giani dell’ Austria dioevansi traditi o miseri; nem- 
meno confortati dalla pietà o amm’uazione del 
mondo, perchè la loro causa era tenuta interes- 
sata e servile. Genova lasciata da Massena il di 5, 
rialzò le bandiere della repubblica il 24 dello - 
stesso giugno; e al dì seguente arrivava navilio 
inglese con ottomila soldati, desluiati a presidio 


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LIBRO QUINTO — 1800 209 

della fortezza: ma perchè troppo tardi di poche 
ore, mancò all’ Inghilterra balovardo fortissimo 
in Italia, ed il primo console accolse dalla mara- 
vigliosa battaglia di Marengo tutti i benefizi della 
vittoria, tutte le carezze della fortuna. Il castello 
Bard , sin dal i.° di giugno aveva capitolato col ge- 
nerale Chabran, e fatta libera la strada per la valle 
di Aosta, e libere le schiere assediatrici, che su- 
bito vennero ad accrescere l’esercito d’ Italia j sta- 
vano ancora nel castello armi, viveri, presidio 
intero, e mura intatte; si che il capitano Bernkopf, 
laudato ne’ primi giorni dell’assedio, mancò al 
finire. E così Buonaparte, stabilite le nuove linee 
dell’esercito, liberato d’ogni pericolo il territorio, 
eh’ ei chiamava sacro, della Francia, riconquistata 
in un giorno la maggior parte d’Italia, ritornate 
a vita le repubbliche ligure e cisalpina, felice, 
fatale, andò in Francia; e là fece altre cose mi- 
rabili che non spettando a noi di narrare, volgia- 
mo a’ fatti di Napoli. 

XYIll. La regina Carolina, sul finire del mag- 
gio, quando credè fissate le sorti d’Italia e vacil- 
lante l’odioso stato di Francia, andò a Livorno" 
per passare, dopo la resa di Genova, in Germa- 
nia, e patteggiare con l’imperatore nuovi domini! 
italiani, a ricompensa delle guerre sostenute e 
delle fatte conquiste negli stati di Roma. Intesa in 
Livorno e festeggiata con sacra cerimonia la ca- 
duta di Genova, si partiva; ma la inattesa guerra 
d Italia la ritenne. Indi a pochi giorni, alle cinque 
ore della sera del i6 di giugno, ricevè il primo 
foglio di Melas, nunzio della vittoria di Marengo; 
e fatto cantare in chiesa inni di grazie, aspett^- 
CoLLBTTA, T. Il 14 




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210 LIBRO QUINTO — 1800 

(lo il secondo avviso, comandò che a (jualuncjue 
ora della notte giungeva fiisse destata dal sonno. 
E difatti a notte piena del giorno medesimo ar- 
rivò il messo; fu desta, ed ella nell’ aprire il foglio, 
diceva: « leggiamo la fine del presuntuoso eser- 
cito di Buonaparte Ma quando lesse la disfatta 
di Melas instupidì, rilesse come incredula il foglio, 
e fatta certa della trista nuova, le mancò la luce 
e si appoggiò morente alla donna che l’aveva de- 
sta. Risensata, scorse di nuovo l’abborrita lettera 
e infermò; ]>oi seppe la convenzione di Alessan- 
■ dria , lo sgombero delle fortezze da’ T edeschi , tutte 
le felicità di Buonaparte; e appena sanata del male 
andò ad Ancona, quindi a Trieste ed a Vienna; 
già mutata in timore di perdere i propri regni 
r ambizione di maggior dominio. 

Nel conclave di \enczia, che durò tre mesi e 
mezzo, fu eletto pontelice il cardinale Chiaramon- 
li che prese nome di l’io VII. Invocato a tornare 
al Vaticano dai popoli di Roma, dichiarava che 
tornerebbe quando i Napoletani e i Tedeschi de- 
ponessero il governo de’ suoi stati al ministri pon- 
tifici!; ma que’due potentati nelle attuali confu- 
sioni d’Italia, bramando ritenere terre e dominli 
per patteggiarli nel congressi di pace, si oppone- 
vano; e lo stesso re delle Sicilie, devoto alla Chie- 
sa, difendeva le scandalose brighe dicendo con- 
quistate quelle provincie, non dal papa, sopra i 
Francesi. Ma infine, per coscienza o politica, egli 
primo cedè. Indi, ad esempio, l’imperator d’Au- 
stria; e concordando che gli stati sarebbero pre- 
sidiati dalle milizie delle due corone, ma resti- 
tuito libero il governo, il pontefice in luglio tornò 


m 


LIBRO QUINTO — 1800 211 

in Roma, dove rivocando le ordinanze e leggi di 
Bourcard e di Aragona, ristabilito l’antico reggi- 
mento, rimesse le colpe della rivoluzione, dis- 
serrate le carceri, cominciò regno, a modo pa- 
pale, modesto e cauto. 

XIX. in quel tempo medesimo, fra tante nuo\'e 
avverse, una giunse avventurosa, la cessione di 
Malta alle milizie inglesi e napoletane. Il re Fer- 
dinando, durevole nemico della Francia, mante- 
neva nello assedio duemila soldati, due vascelli 
ed altre navi da guerra e da trasporto^ e quelle 
milizie di terra e mare gareggiarono per valore o 
per arti con le inglesi. La fortezza, dopo assedio 
di due anni e sforzi portentosi del presidio, ai 5 
di settembre di quell'anno i8oo, per mancanza 
di vettovaglie, capitolò coi soli Inglesi, quantun- 
que i Napoletani fossero stati a parte della guer- 
ra, ed un trattato d’alleanza (fanno 1798) tra 
ringbilterra e la Russia stabilisse che l’isola, 
quando fosse rieonquistata soj)ra i Franeesi, an- 
drebbe all’ordine legittimo di Malta, del quale 
Paolo I di Russia erasi nominato Gran-maestro; 
ma le felieità dell’ Inghilterra coprivano i debiti 
di onore e di fede. 1 ra Je milizie napoletane si 
numeravano trecento soldati, già uftiziali, colà 
mandati a riscattare il fallo dell’ essersi arruolati 
alle bandiere della repubblica Partenopea; i quali 
sebbene combattessero animosamente e ne por- 
tassero i documenti nelle ferite o negli attestati 
del loro capi, non bastando al riscatto quel ser- 
vizio, rimasero al grado, per essi abbietto, di sol- 
dato. 

: E più, la reggia fu rallegrata perchè nacque da 


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212 LIBRO QUINTO — 1800 

Maria Clementina e da Francesco un principe 
erede al trono, cui si diede il nome dell’ avolo, 
Ferdinando. La principessa dopo il parto aspet- 
tando, come i costumi della regai casa, visita del 
re, preparò alto benigno che importa descrivere 
, a memoria e meraviglia dei se- 
])ietosa costumanza della famiglia 
dei re di IXapoli concedere per la ventura di quei 
natali, a dimanda della principessa, tre grazie 
splendide e grandij ma colei, per meglio accer- 
tare il successo e palesare l’ansietà del suo desi- 
»Ierio, strinse le tre grazie in una, per la misera 
Sanfelice, la quale giorni avanti sgravatasi di un 
bambino, stava tuttora in carcere aspettando che 
le tornassero le forze per tollerare il viaggio da 
Palermo a Napoli, dove la condanna di morte si 
eseguiva. Un foglio contenente la supplica di lei 
e le preghiere della principessa fu posto tra le 
fasce dell’infante, cosi che u re lo vedesse j e di- 
fatti quando egli andò a visitar la nuora, ed al- 
legro e ridente teneva su le braccia il bambino, 
lodandone la beltà e la robustezza, vidde il foglio 
e dimandò che fosse. « È grazia, disse la nuora, 
che io chiedoj ed una sola grazia, non tre, tanto 
desidero di ottenerla dal cuore benigno di Vostra 
Maestà. Ed egli sorridendo sempre, per chi pre- 
gate? Per la misera Sanfelice.... » e più diceva, ma 
la voce fu tronca dal piglio austero del re, che 
mirandola biecamente depose, o quasi per furia 
gettò l’infante su le coltri materne, e senza dir 
motto uscì dalla stanza, nè per molti giorni vi 
tornò. La severità di lui, la pietà disprezzata, il 
caso acerbo, trassero dagli occhi della principessa 


a parte a parte 
coli futuri. E i 


LIBRO QUINTO — 1800 213 

lacrime dolorose ed incaute. La preghiera fu ri- 
cordo al re, e la misera Sanfelice, mal sana, man- 
data in Napoli, ebbe il capo reciso dal carnefice 
nella piazza Infame del Mercato; quando già per 
il perdono del 3o di maggio erano quei supplizi 
disusati; e innanzi a popolo impietosito del tristo 
fato di bella e giovine donna, chiara di sangue e 
di sventure, solcata in viso dalla tristezza e dagli 
stenti, rea di amore o per amore, e solamente 
dell’a ver serbata la città dagl’Incendli edalle stragi. 

Ma i fatti interni, comunque lieti o aw’ersl, 
erano passeggieri per lo stato, e tutti gli sguardi 
si fissavano ai potentati del settentrione e dell’ oc- 
cidente. Buonaparte dal campo di Marengo, pieno 
e caldo della vittoria, conquistatore in un giorno 
di dodici ròcche e di mezza Italia, scrisse all’im- 
peratore d’Austria pregando pace durevole, ai 
patti, vantaggiosi per 1 Austria, del trattato di 
Campoformio; e però giunsero a Vienna, quasi 
al tempo medesimo, i due fogli di Melas, la con- 
venzione di Alessandria, e le offerte del primo 
consolo, producendo sbalordimento nella città, 
dubbiezze e consigli nella reggia. Piegava alla 
pace l’imperatore, ma si opponeva Tbugut suo 
ministro, nato plebeo, salilo per ingegno ed osti- 
nato volere ai primi olficll, nemico ai Francesi, 
odiato dai grandi dell’ aula e della città, ma po- 
tentissimo ed obbedito. Lo secondavano per la 
guerra il ministro inglese lord Minto, e la passio- 
nata regina di Napoli, giunta a Vienna in mal 
punto, perchè arrischiata consigliera nel più gra- 
ve negozio dello stalo; lord Minto assicurando gli 
ajuli promessi nel fresco trattato del t a di giu- 



21-1 LIBRO QUINTO — 1800 

gno, e la regina Carolina offerendo muovere un 
esercito dilNapolelani, che unito ai Tedeschi della 
Romagna e della Toscana assalirebbero a dosso 
l’oste francese; l’uno e l’altra rammentando che 
alla fin fine iMelas accampava su le sponde del 
Mincio scssantaniila soldati, ed aveva per sè le 
fortezze di Mantova e Peschiera. Lord Minto cosi 
consigliava per dar potenti alleati all’Inghilterra, 
e COSI la regina per antico sdegno implacabile 
nelle buone venture o nelle male. Potè quindi la 
sentenza di guerra. 

Ma l’imperatore austriaco scrisse lettere distia 
mano al primo console, non ben chiare per la 
guerra o per gli accordi; e soggiungendo: « Con- 
fidate in tutto ciò che dirà il conte di Sangiuliano 
mio ambasciatore, avvegnaché ratificherò quanto 
egli avrà fatto «. Il conte, giunto a Parigi, e sei 
giorni dopo l’arrivo entrando in negoziati col 
ministro francese Talleyrand, fermarono i preli- 
minari della pace sopra le basi di Campoformio. 
Se ne allegravano il primo consolo e la Francia, 
quando il generale Uuroc, spedito a Vienna in 
ambasciata, fu trattenuto a’ confini dell’impero; 
annullati i preliminari di pace dall’imperatore 
e rivocato il conte di Sangiuliano, confinandolo 
per pena in Transilvania, se mancasse agli avuti 
carichi l’ambasciatore, o alla promessa fede il 
mandante, va incerto ancora. Buonaparte disse 
ingannati sè, la Francia, la fede pubblica; e in- 
timando la guerra in Italia e in Aleniagna per il 
IO di settembre, movendo le schiere accampate, 
altre aggiungendone, mandato in Isvizzera no- 
-vello esercito, provvedendo armi e vitlovaglie. 


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LIBRO QUINTO — 1800 215 

concitò col braccio smisurato della sua possanza 
tutto il paese tra il Po e il Reno. La casa au- 
striaca ne intimorì, e dichiarando al primo con- 
sole che! suoi legami con l lnghilterra impediva- 
no ch’ella trattasse divisamente, propose novelle 
conferenze per conchiuder pace più larga fra i 
tre potentati. Buonaparte o che, dotto de’ casi di 
fortuna, fuggir volesse i cimenti, o che dopo 
lunga rivoluzione e sanguinose discordie dome- 
stiche ed esterne sentisse quanto la Francia biso- 
gnava di quiete, o che volesse apparire al mondo 
invincibile in guerra ma propenso alla pace , 
accettò le offerte, fermò nuovo armistizio ad 
Hohenlinden, e convennero gli ambasciatori au- 
striaci, inglesi e francesi nella città di Lunevillc. 
Giovavano all’Austria le indugle per adunare 
nuove milizie, e rassicurare gli animi delle re- 
centi sconfitte di Marengo; giovavano all’Inghil- 
terra per Impoverire l’esercito francese bloccato 
hi Egitto; di altretanto nuocevano alla Francia, 
che in quel tempo avendo vantaggio di numero 
e di fama, le conveniva pace o guerra, ma solle- 
cita. Erano però in Luneville differenti le guise, 
rapide ne’ Francesi, indugevoli ne’ contrarii: si 
arrestarono le conferenze e si scioglievano; ma 
l’Austria, per prolungarle, fece le finte che fosse 
cagione di lentezza 1 ostinato proponimento di 
Thugut, lo dimesse, ripetè, aspettando il verno, 
le proteste di pace. INon pertanto, Buonaparte 
intimò le ostilità per il giorno 8 di ottobre in 
Alemagna, e’I 5 di settembre in Italia; da die 
quella guerra prese nome di guerra d’inverno. 

Incredibili moti d’ambe le parti. 11 primo con- 


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■ 216 LIBRO QUINTO — 1800 

sole, fermate le idee, diede opportuni comandi 
al generale Moreau capo dell’esercito del Reno, 
al generale Brune capo in Italia, ed al generale 
Macdonald per lo passaggio delle Alpi nella valle 
diflicile dello Splugen. Dalla opposta parte!’ im- 
peratore austriaco, riordinati gli eserciti ed accre- 
sciuti, eletto capo in Italia il generale Bellegarde, 
corse i campi dell’lnn concitando i soldati e le 
corti di Alemagna per ajuti ed alleanze. Delle 
cose mirabili che seguirono toccherò quelle sole 
che importano alla storia di Napoli. 

XX. Denunziate le ostilità., cominciarono, come 
in guerra è costume, le occupazioni de’ paesi 
neutri; in Italia il generale tedesco Sommariva, 
governatore di Ancona, campeggiò le terre sino 
a Ferrara, e quasi alle porte di Bologna; e Buo- 
naparte comandò che fusse la Toscana occupata. 
E poiché d’essa il sovrano, Ferdinando HI, stan- 
do a Vienna, aveva confidato il carico delle cose 
militari allo stesso Sommariva, questi usando del 
nome del principe e dell’amore che gli serba- 
vano i soggetti, presto compose milizie ordinate 
sotto il generale toscano Spannocchi, e bande 
armate di cittadini, sotto varii capi, combattenti 
da popolo. Le quali bande, moleste al nemico, 
ma distruggitrici delle proprie terre e città, si 
fortificarono nel montuoso paese di Arezzo. Mon- 
tavano i Tedeschi, tra Ancona, Ferrara e Firenze, 
a più di quindicimila soldati; Spannocchi assol- 
dava dodici miglia ja di Toscani; una grossa le- 
gione napoletana stava su le mosse negli Abruzzi; 
il generale Damas con legione più forte accam- 
pava nella Romagna ; le bande sciolte apparivano 


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tlBRO QUINTO — 1800 217 

numerose : era duiupie facil opera e sollecita for- 
mare esercito di quarantamila combattenti su gli 
Apennini, al fianco ed alle spalle delle lineo 
fiancesij ma lentezza, o ignavia, o destino, rat- 
tenendo le mosse, diede opportunità al generale 
francese Dupont di avanzare con tre legioni nella 
Toscana. Dna, ch’egli medesimo guidava, dopo 
fugate le bande aretine e romagnole intorno a 
Lugo e Faenza, e respinto il generale Spannoc- 
chi presso Barberino, entrò il i5 di ottobre a 
Firenze; la seconda legione prese Livorno, ed 
arricchì di prede la Repubblica; la terza, sotto 
Mounier debellò gli Aretini, e con guerra fiera 
come civile prese di assalto la città di Arezzo 
e’I castello. I quali combattimenti cessarono dopo 
alcuni giorni per la piena sommissione della To- 
scana, mentre dall’alto e dal sicuro guardavano 

10 scompiglio del bel paese i concitatori inglesi, 
alemanni e napoletani. A Dupont succede MioUis; 

11 generale Sommariva raccolse intorno Ancona 
i suoi Tedeschi. 

Ordinamenti più vasti avevano gli eserciti nella 
Italia oltra Po. 11 generale Brune accampava in 
battaglia settantamlla soldati tra quel fiume c il 
lago d’Idro; altretanti Tedeschi o poco' meno 
accampavano tra lo stesso Po e il lago di Garda, 
in linee oltrachè forti per natura, munite ditrin- 
ciere c di ridotti, tra 1 balovardi di Mantova, Pe- 
schiera, Legnago, e con poderoso navilio nelle 
acque di Garda. Il generale Macdonald conduceva 
ottomila Francesi per i monti del Tirolo, tragitto 
non men difficile de’ portentosi che ho descritti 
alla discesa in Italia ai Buonaparte. Ognuno dei 


218 LIBRO QUINTO — 1800' 

due eserciti poteva muovere; ma Brune aspellava 
che Macdonald piuf^nesse al piano, e Bellegarde 
elle l’esercito napoletano si avanzasse verso Ro- 
magna e Toscana. 1 Francesi ruppero gl’ indugil, 
però che sapendo la vittoria dell’esercito compa- 
gno sul Reno tumultuavano del desiderio d’imi- 
tarlo per bella gara ed impazienza di gloria. 
Quindi Brune, al 26 del dicembre, fatto passare 
il Mincio a Molino, impegnò battaglia nel villag- 
gio detto l’ozzolo che durò sanguinosa dal primo 
mattino a notte piena: la vinsero i Francesi con 
rara feliciuì, però che stando lontano il generale 
supremo, i luogotenenti combattevano, diresti, 
meno per sè stessi che in ajuto al compagno, e 
ne usci gloria comune e grandissima. 

Kel dì vegnente in altro punto, in Monzanba- 
no. Brune egli stesso, ajutato da caligine densa 
che lo nascondeva, tragittò sopra due ponti eser- 
cito poderoso; ed in nuova balLiglia meno dub- 
bia della prima e meno Cera, fu vincitore; l’eser- 
cito tedesco mostrandosi verso l’Adige, lo passò. 
Intanto che Macdonald scalando i monti de’ Gri- 
gioni, traversando i Cumi nelle loro fonti, abbat- 
teva l’ala diritta degli Alemanni. Mantova e Pe- 
schiera, isolate, disperarono di ajuto; cominciò 
di Peschiera l’assedio, di Mantova il blocco. Cosi 
durando le fortune de’ Francesi non bastò l’Adige 
ad arrestarli; ed il generale tedesco Laudon schivò 
la prigionia, simulando al generale nemico un fer- 
mato armistizio, che due giorni appresso (quasi 
la fallacia presagisse il vero) fu conchiuso in 
Treviso. 

Per esso gl’imperiali cedevano della Italia tutto 


LIBRO QUINTO — T800 219 

fuorché Manlovaj ma scontento della esclusione 
il primo consolo, denunziate per il più vicino ter- 
mine le ostilità, fu dato a’ Francesi, per nuovo 
patto in Luneville, quell’ ultimo resto delle pas- 
sate vittorie alemanne. Le armi restarono sospese, 
aspettando di posarle per la pace che si maneg- 
giava nella stessa città di Luneville^ talché la guer- 
ra d’inverno durò in Italia venti giorni, nel qual 
tempo, a fronte di nemico potentissimo, furono 
valicati due grandi fiumi, percorsa con quattro 
legioni tra geli e precipizi tutta la pendice delle 
Alpi Retiche, combattute due battaglie c dodici 
almeno fatti d’armi, uccisi o feriti novemlla Te- 
deschi, imprigionati dodicimila, prese artiglierie 
e bandiere, espugnati molti forti, e a tali strette 
confinato l’esercito alemanno che il non perduto 
in guerra lo cedè per accordi. Tutti prodigi della 
strategìa e della sapienza de’ capi e del valore, 
delle squadre. N’ebbe il maggior nome il gene- 
rale Brune benché il meno facesse} e chi più me- 
ritava per travagli ed ingegno, Macdonald, meno 
accolse di fama, perchè vincitore di natura più 
che di eserciti. E se a debole voce fusse concesso 
tanto innalzar le interrogazioni, noi chiederem- 
mo a Buonaparte per qual pj’O arrestare nella 
miglior fortuna l’esercito del Reno, e non dare a 
questo il frutto felice della guerra, ed imporre il 
tragitto rovinoso dello Splugen. Anche agli uomini 
eccelsi sono i malnati afl’etti nebbia e falli della 
mente. 

Avvegnaché l’esercito che il generale Moreau 
in quella stessa guerra d’inverno conduceva nel- 
l’iVlemagna, dopo corse in quindici giorni novan- 


220 LIBRO QUINTO — 1800 

la leghe, valicali tre gran fiumi, imprigionati ven- 
timila soldati, sedicim ila uccisi o feriti, presi cento 
cinquanta cannoni, cniattrocento cassoni, seimila 
carretti, slava sopra di aperta strada venti leghe 
lontano da Vienna. Sì che proseguendo cammino 
stipulava sotto le mura della città capitale dell’ im- 
pero, senz’ altra guerra ed altre morti, i patti della 

5 ace; ma un armistizio fermato in Sleyer il a4 ‘1®1 
icemhre, sospese di Morcau il cammino e la 
gloria. 

XXI. E questo armistizio e l’altro di Treviso 
avevano quotate le discordie, allorché si udì che 
il re di INapoli mandava tre legioni contro pochi 
francesi stanziati nella Toscana. Da lungo tempo 
i reggitori dello sciagurato regno, da infelici de- 
stini o da mala coscienza dissennati, brandivano 
le armi quando ragion di stato consigliava a de- 
porle. Veramente mossero il i4 di gennaio, non 
ancora noto l’armistizio di Treviso; ma sapevano 
r altro di Steyer, e le disavventure in Italia di 
Bcllegarde. Che che fosse di quel consiglio, il 

g enerale Damas eon diecimila soldati uscito di 
orna si avanzava contro Siena, e lo secondavano 
le rinate torme di Arezzo. Miollis, ardito e celere, 
sguernì Livorno, abbandonò Firenze e andò in 
colonne contro Damas; il quale, dopo aver fugata 
da Siena piccola mano di Francesi, e posto il 
campo in Vlonte Reggioni, vi fu scontrato dal- 
l’avanguardo nemico, forano disuguali le schiere 
combattenti perchè i Francesi metà de’Napoleta- 
ni; ma (piesti, guerrieri la più parte della Santa 
Fede, guidati da uffiziali della stessa insegna, 
niente esperti alla guerra campale, c già scorati 


/ 


LIBRO QUINTO — 1800 221 

dal erldo delle vittorie francesi nella Germania 
e nella Italia. Fu quindi breve il conflitto; i Na- 
politani fuggendo traversarono Siena; il generale 
llamas con alcuni squadroni di cavalli e con bat- 
terie di cannoni acconciamente postate^ tratte- 
nendo i Francesi, raunò i fuggitivi e li trasse nel 
territorio romano. 11 generale toscano Spannoc- 
chi, che sosteneva con pochi battaglioni le bande 
di Arezzo, si ritirò; quelle bande si sciolsero. 11 
generale Sommariva, comparso sopra i monti, 
tornò ad Ancona. E Miollis, lasciato in Siena 
grosso presidio, ripigliò i quartieri di Firenze e 
Livorno. 

Quegl’impeti tardivi di Napoli, sconsiderati, 
come innanzi ho mostro, inutili all’Austria e al- 
l’Inghilterra, incitarono l’ira del primo console, 
che mandò su i contini degli stati di Roma il ge- 
nerale Murat con le legioni tenute in riserva in 
Milano mentre durava la guerra d’inverno, e con 
altre che dopo l’ armistizio di Luneville richiamò 
dall’esercito di Brune. Lettere di Murat, amiche- 
voli e riverenti al pontefice, assicuravano che quel- 
r esercito rispettoso a’ suoi stati, veniva per punire 
la pazza ed implacabile nemicizia del re di Na- 
polL Era mutato lo stile della Francia, repubblica 
in certe forme e in tutti i nomi, signoria nell’a- 
nimo e nelle opere del primo console e de’ suoi 
luogotenenti. Sì che il pontefice rispose benigna- 
mente al benevolo foglio; ma in Napoli paventa- 
vano i ministri del re, ed U re medesimo nella 
sua reggia di Palermo. Tanto più quando inta- 
serò fermata la pace in Luneville ed affatto scor- 
dato il sovrano delle Sicilie; dimenticanza 0 ab- 





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222 LIBRO QUINTO — 1800 

bandone meritalo da principe che non avendo 
«Iella guerra nè il senno, nè il valore, ma sola- 
mente lo sdegno, era stato di scandalo piu che di 
a juto a’ regni collegati. 

Quel che importi a noi «lei trattato di Lunevule 
è il sapere che le armi furono deposte in tutta 
Europa fuorché in Inghilterra j cne divennero 
confini della Francia le Alpi, i Pirenei, l’Oceano 
eil il Reno; e confine dell’ Austria in Italia, l’Adi- 
ge tenendo essa l’islria e la Dalmazia, sino alle 
Rocche di (lattaio. Che le repubbliche baiava, ci- 
salpina e ligure furono riconosciute dall’ iiiipc- 
lalore d’Austria; che il cran ducato di Toscana 
andò ceduto da Ferdinanuo HI al duca di Parma, 
spossessato de’ suoi stati per unirli alla Cisalpina; 
ciie le passate opinioni, opere o colpe di stalo 
furono rimesse, così clic i cittadini avessero certe 
le proprietà. Filiere le persone. 

Quella pace rallegrò il mondo; solamente pian- 
gevano di giusto tlolore i Toscani per la perdila 
del buon principe Ferdinando HI, e di lacrime 
amare ma debile la casa di Piapoli e i partigiani 
di lei. Pure la sorte ajulò «juesti, perche da \ len- 
na la regina Carolina per lettere e ambasciatori al 
sovrano di Russia Paolo 1 , mosli'ando i pericoli 
della casa, dimandò soccorsi non d armi ma di 
nome, dire al primo console (e la voce bastereb- 
be) che non atterrasse il trono di Napoli; e quello 
imperatore, vago della bella gloria di farsi scudo 
alla infelicità di un monarca, scrisse lettere com- 
mendatrici a Ruonaparte, e spedì oratore il conte 
LavvachelT. 11 quale, vista in Vienna la regina e 
preso di riverenza e di ammirazione per lei, doA* 


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« 


LIBRO QUINTO — 1«00 223 

na grande e rispettabile nei precipizi della for- 
tuna <^uanto volgare o peggio nelle felicità, andò 
caldo intercessore a Parigi, ed ottenne comando 
di Buonaparte a Murat per trattare accordi con 
Napoli. 

Stava sempre in Roma con le milizie napole- 
tane il generale Damas, e però da Foligno Murat 
a lui scrisse in ^esti sensi: 

« L’affetto dell’imperatore di Russia perii re di 
M Napoli ha fatto dimenticar al primo console tutte 
n le ingiurie di quel re al popolo francese. Ma 
M frattanto, quasi credendosi più forte degli altri 
»• principi che han cercato nella pace la salvezza dei 
>» loro troni, è rimasto in armi : si disinganni. E voi, 
M generale dell’esercito napoletano, sgomberate 
« subito gli stati del papa e ^1 castello Santangelo. 
3* 11 primo console mi vieta di negoziare prima 
j» che non siate tornati nei confini d.el regno. Non 
M le vostre armi, non il vostro contegno militare j 
M il solo imperatore delle Russie, perla onorevole 
estima che ih primo console a lui porta, può 


estima che ih primo console a lui porta, può 
M proteggere il vostro re, il quale per meritarsi 
M la continuazione delle grazie di quel monarca, 
» impedisca i porti delle l)ue Sicilie alle navi in- 


» glesi, e metta embargo (il sequestro) su le pre- 
M senti, a ricompensa di ciò che la Inghilterra fece 
>» ingiustamente sopra i Danesi, gli Svedesi ed i 
» Russi. Fatte che l’ ambasciatore delle Russie 
3» presso la vostra corte certifichi a me l’adempi- 
3* mento dei preliminari che qui ho fissi; e sola- 
3» mente allora, trattenendo il cammino dell’eser- 
» cito, fermerò con voi giusto armistizio, precur- 
» sore di pace uguale 33. 


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224 LIBRO QUINTO — 1800 

Damas, letto quel foglio e provveduto di nuove 
lettere dell’ ambasciatore russo Lawachef, mandò 
negoziatore a Foligno, meno invero per trattare 
che per obbedire, il colonnello Micberoux. Sta- 
bilirono : « che la sollecitudine dell’ imperatore di 
Russia per la casa di Kapoli, e la modestia e la 
generosità del governo di Francia avendo arre- 
stato il cammino delle schiere francesi, ed aperti 
gli accordi, ?iapoli e la Francia facevano armisti- 
zio per un mese, impegnandosi non muovere alle 
ostilità se non dieci giorni dopo intimate. E ciò 
a patti: che le milizie napoletane sgombrassero 
nel termine di sei giorni gli stati del papaj che i 
Francesi occupassero Terni ed il paese lungo la 
Kera sino allo sbocco in Tevere; che i porti delle 
Due Sicilie fossero chiusi agl’inglesi ed ai Tur- 
chi, eie navi di quelle due nazioni ne uscissero 
un giorno dopo la notificazione del presente ar- 
mistizio; che i vascelli francesi da guerra e di 
commercio godessero in que’ porti tutti i privilegi 
delle bandiere più favorite; clie subito i francesi 
imprigionati venendo dall’Egitto (Dolomieu so- 
pra tutti) tornassero liberi, e così gli altri prigio- 
nieri francesi; che o^ni tribunale di stato fosse 
abolito nelle Due Sicdie, ed il re promettesse di 
accogliere, intanto che la pace si conchiudesse, 
le raccomandazioni del governo francese a prò 
delle persone imprigionate o fuoruscite per causa 
di opinioni ». 

Sciolto il congresso per lo armistizio, altro per 
la pace convenne in Firenze, trattando per il re 
lo stesso colonnello Micheroux, e per la Repub- 
blica il cittadino .iVlquier. Fu sabilito: 


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225 


LIBRO QUINTO — 1801 
« Pace durevole « : 

« I porti delle due Sicilie chiusi agl’ Inglesi ed 
a’ Turchi sino alla pace di que’due potentati con 
la Francia, e sino £il termine delle quistioni ma- 
rittime fra r Inghilterra e i regni del Settentrione^ : 
« Que’ porti medesimi aperti a’ Russi, agli stati 
compresi nella neutralità marittima, ed alla re- 

S ubblica di Francia e suoi collegati. E se il re di 
apoli per questi patti temesse le offese de’navili 
discacciati da’porti, la repubblica francese da- 
rebbe, come f imperatore delle Russie, ajuti di 
armi capaci ad assicurare gli stati delle due Si- 
cilie >5 ; 

et Rinunzia del re aUa repubblica francese, di 
Porto Longone e di quanto altro egli possiede 
nell’isola d’Elba; non che degli stati detti Pre- 
sidii della Toscana, e del principato di Piom- 
bino ». 

« Oblio ne’ Francesi de’ sofferti danni, ma ob- 
bligo nel re di pagare in tre mesi cinquantamila 
franchi (centoventimila ducati napoletani), onde 
ristorare quegli agenti o cittadini francesi che 
più patirono per causa de’ Napoletani » : 

« I soggetti del re, banditi, costretti a fuggire, 
o chiusi nelle carceri, o nascosti per politiche 
opinioni, riamessi alla patria, alla libertà, ed al 
godimento de’ loro beni » : 

«Restituiti alla Repubblica i monumenti di belle 
arti presi a Roma da commissari napoletani » : 
«E infine comime quella pace con le repub- 
bliche bàtava , cisalpina e ligure ». 

E per patti segreti: 

« Stanziare, durante la guerra della Francia 
Colletta, T. IL 15 



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226 LIBRO QUINTO — 1801 

con la Porta e con la Gran Bretagna, quattromila 

Francesi negli Abruzzi dal Tronto al Sangro, 

e dodicimila nella provincia d’ Otranto sino al 

Bradano»; 

« Dare il re tutto il frumento necessario a quei 
presidii, e cinquantamila franchi U mese per gli 
stipendii w : 

XXII. Dura pace per Napoli, ma pace. 11 mar- 
chese del Gallo mandato supplichevole a Buona- 
parte, come che grato a lui fin da’ negoziati di 
Campoformio, nulla ottenne in disgravio, se non 
la promessa di restar fedele a’ trattati, ed impe- 
dire le ribellioni negli stati del re. Perciò al ge- 
nerale francese Soult, destinato ad occupare il 
paese dal Tronto al Bradano, fu prescritto dal 
primo console mantenere nell’ esercito severa di- 
sciplina, non incitar tumulti, contenere le fazioni, 
far conoscere a’ popoli che la Repubblica era 
amica sincera del re. È mia brama, soggiungeva 
Buonaparte, che il generale Soult con gli ajutanti 
di campo, gli uffiziali e le schiere della Repub- 
blica vadano i giorni festivi con suoni musicali 
alla messa, e conversino confidentemente co’ preti 
€ con gli uffiziali del re. Tanto era mutato lo stUn 
della prima repubblica, in peggio al dire degli 
impazienti, e in meglio al pensar degli altri, 
amatori di possibile civiltà. Per le quali narrate 
cose, disserrate nel Regno le prigioni, palesati i 
nascondigli, aperte agli esuli le frontiere, tutti i 
patti adempiuti, ricomparivano i segni beati della 
pace. 

Allora il generale Murai in Firenze per co- 
mando del primo console, che sospettava gli esuli 


LIBRO QUINTO — 1801 227 

italiani ( avendone trovati nelle congiure di Ce- 
racchi e della Macchina Infernale), o per senno 
proprio, consigliò a’ fuoruscili romani e napole- 
tani tornare in patria con queste parole che qui 
trascrivo. 

u Murat, generale supremo a’ rifuggiti napole- 
tani e romani m. 

u Voi che lontani dalla patria penaste lungo 
tempo, tornate ad essa. La Toscana generosa 
nelle vostre sventure può sostenere appena l’ eser- 
cito francese, sì che voi ormai liberi di rimpa- 
triarvi non potreste chiedere ad essa nuovi soc- 
corsi, io non potrei costringerla a fornirli ». 

u Ritornate al vostro paese che vi desidera; 
egli è pur dolce rivedere la terra nativa! Non 
temete ingiuste persecuzioni; la Francia, poi che 
in essa voi confidaste, ha stipulato, ne’ trattati coi 
vostri governi, la sicurezza delle vostre persone^ 
de’ vostri beni. Non è fallace la protezione del gran 
popolo, riposate all’ombra di lei ». 

*t Napoletani e Romani, scacciate dunque dal- 
l’animo i timori, e per carità di voi stessi e della 
patria, perdonate sale vendette, abbandonate i 
pericolosi disegni. Apprendete dal nostro esempio ^ 

quanto costino le rivoluzioni; credete eh’ è loro 
essenza produrre in ogni terra, in ogni tempo 
sventure uguali, nè sperate che il cielo mandi 
sempre opportuno un genio potente a trattener le 
rovine, ed a fissare la miglior sorte dello stato ». 

«La storia nostra insegni a’ depositari dell’au- 
torità governar con giustizia, onde scansare la 
collera tremenda de popoli; e insegni a’ popoli 
rispettare i depositari dell’autorità, per non pre- 


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228 LIBRO QUINTO — 1801 

cipilare ne’ disordini civili e nel terribile stato 

senza leggi. — Murai j>. 

Eppure, sensi come questi benevoli e sapienti 
hanno avuto acerbi detrattori; ma chi legge istorie 
contemporanee non iscorderà che maledire a chi 
cadde è viltà facile, antica, impunita, come bia- 
simare i polenti è prova ardimentosa di verluà. 

Quando al re di Napoli fu noto il trattato di 
Firenze, mutando in alti di governo i patti della 
pace, dispose le stanze per i Francesi ncfpi Abruzzi 
e nelle l’uglie, ordinò le amministrazioni per il 
mantenimento di quegl’ingrati presidii, chiamò 
nuovo perdono la liberazione de’ prigionieri e 
l’entrata degli esuli, rivocò i tribunali di maestà; 
con pompa ridevole di clemenza, perciocché i 

E atti dell armistizio e della pace andavano per le 
ocche del volgo, e non era creduto, abbenchè 
si dicesse occasione a quelle grazie l’arrivo in 
Napoli del principe Francesco e della principessa 
Clementina. Venivano intanto a folla i fuorusciti, 
e dimandavano la restituzione delle proprietà in- 
camerate alla finanza, vendute in parte, e in parte 
amministrale dal marchese Montagnano, uomo 
rigido e ingiusto, che per interminabili trovati 
ritardò di alcuni anni il pattuito rendimento, ed 
alfine rese i beni scemi e sfruttati. 

XXIII. Mentre in Italia succedevano le descritte 
cose mori strangolato nella sua reggia l’ imperatore 
delle Russie Paolo I, e si sciolse per quella morte 
l’alleanza marittima del Settentrione, fermata po- 
co innanzi e delta quadruplice, perchè a danno 
della Inghilterra la componevano la Russia, la 
Prussia, la Svezia, la Danimaica; il successore a 


LIBRO QUINTO — 1801 229 

Paolo, Alessandro I, non volle guerra ne’principii 
del regno, e mostravasi avverso a Buonaparte 
quanto il padre gli fu proclive; serbò intere le 
amicizie con la casa di Napoli, e le accertò per 
lettere ed ambascerìe. 

Cosi, finita la guerra marittima del Settentrione, 
altre paci si strinsero tra la Francia e la Spagna 
e la Russia e il Portogallo. L’esercito francese 
nell’Egitto, dopo nuove battaglie, e la spietata 
morte del generale Rlèber, e l’ imperio debole del 
successore generale Menou, stretto dalle armi 
inglesi e turche, impoverito di vittovaglie, dispe- 
rato di soccorsi, capitolò; e tornando in Europa 
lasciò in pace quella parte del mondo. 11 primo 
console propose al papa un concordato, e fu gra- 
dita r offerta. Buon aparte con quell’ alto pacificava 
le coscienze, e ( ciò che più gli premeva ) le ne- 
micizie di vasto numero di Francesi; e’I papa 
rialzava gli altari e il nóme e l’ autorità pontificia 
ne’ credenti e superstiziosi. Furono quindi piane 
le conferenze, nelle quali comparve Roma umile 
e concedente, la Francia quasiché imperante^ 
Buonaparte dotto di politica, il papa scaltro. 

La Toscana, ceduta per la pace di Luneville, 
fu data al duca di Parma, che, preso nome di Lo- 
dovico I re di Etruria, venne a Firenze. L’isola 
d’Elba, i Presidi! di Toscana e il principato di 
Piombino, ceduti per i trattati di Luneville e di 
Firenze, andarono alla Francia; mane impediva 
il possesso la Inghilterra, la quale, alimentando la 
scontentezza degli Elbani, rinforzava le difese 
Porto Ferraio per incitamenti, danaro ed armL 
Gli abitatori ddl’ isola inchinevoli alla quiete, ma 


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230 LIBRO QUIXTO — 1801 

fedeli e divoti al buon principe Ferdinando III, 
tumultuavano contro i nuovi dominatori, e cin- 
<piccento soldati di Toscana guardavano la for- 
tezza di Porto Ferraio sotto il colonnello Fisson, 
tV origine lorenese, di vecchia età oltre i settanta 
anni, bravo per naturale vigore ed onorate abi- 
tudini di guerra. Queste genti, ajulati da mano 
ingl ese di (piattroccnto soldati sotto il colonnello 
Auey, e da tumulti nell’isola, e dalle bande dei 
cittadini, sostennero assedio maraviglioso per com- 
battimenti di terra e mare, lungo di tredici mesi 
contro schiere le più agguerrite e fortunate del ' 
tempo. INè cederono che per comando di quello 
istesso Ferdinando IH, la cui bandiera difende- 
vano; e il Fisson per iscblvare, la vergogna non 
già, ma il dolore di cedere la fortezza, ne lascib 
il carico ai cittadini, ed egli con le genti assol- 
date navigò per Toscana. Le guardie municipali 
aprirono le porte ai Francesi, ed il già presidio 
scemato di (juei soli che morirono combattendo, 
tornò libero ed onorato alla patria, dove il Fis- 
son serbò, ed oggi morto ancor serba bella fa- 
ma. INon era guerra in Europa che per la Inghil- 
terra, ma venne a rallegrare le speranze il con- 
gresso in Amiens di ar^asciatori francesi e in- 
glesi per trattar pace. 

Cosi lieto finiva l’anno 1801 quando in jN’apoli 
morì l’infante Ferdinando nipote al re, e poco 
appresso la infelice madre di lui Clementina, gio- 
vine che di poco superava i vent’anni, sposa e 
moglie sempre misera, perchè prima, come ho 
detto, ti'attenuta in Austria da impedimenti di 
guerra, poi venula nell’armistizio tra schiere ne- 


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LIBRO QUINTO — I80I-2 231 

miche e fortunate, mesta nelle nózze, fuggitiva 
con la famiglia dal regno, scontenta della casa, 
orbata del figlio, lungo tempo moribonda per 
malattia lenta e struggitrice, serbando interi i 
sensi e la ragione. Morta, arrecò lutto al popolo, 
bruno alla reggia. 

]\on ancora finito quell’ anno, l’astronomo Giu- 
seppe Piazzi dall’osservatorio di Palermo scopri 
e aggiunse al sistema solare nuova stella, che no- 
minò Cerere Ferdinandea, per alludere alle ric- 
che messi della Sicilia ed al re di quel regno. 

XXIV. Continuando in Amiens le conferenze 
di pace, se ne stabilirono i preliminari che toc- 
cavano alle quattro parti del mondo; ma io ne 
dirò quanto solo importi alla nostra istoria. Lo 
sgombero dei Francesi dallo stato di Napoli e di 
Roma, e degl’inglesi da qualunque posto che oc- 
cupassero nel Mediterraneo; la ricognizione della 
repubblica delle Sette Isole; la restituzi^e al- 
r Ordine Gerosolimitano dell’isola di Malut>>^e 
dovea restare indipendente, neutrale nelle futuNk 
guerre, presidiata, finché l’ordine mancasse di 
milizie proprie, da duemila soldati del re di Na- 
poli. Gli sgomberi avvenissero, secondo le distan- 
ze, in tempi prefissi. Il trattato era comune con 
la Porta Ottomana; le ratificazioni così delle due 
parti, come dei potentati che avevano interesse 
nella pace di Amiens presto seguirono ; parve nel 
mondo finita la guerra. 

Ruonaparte inteso a raffermare gli ordini inte- 
riori della Francia per imprendere voli più arditi 
di signoria, desideroso di quiete, sollecito perciò 
di eseguire i preliminari d’ Amiens^ vuotò ae’sol- 


232 LIBRO QUINTO — 1802 

ilatl francesi le terre di Roma e di ?iapoIi. E pol- 
cliè il restar liberi di peso e di soggezione piaceva 
ai popoli ed ai principi dei due stati, il generale 
Murat, per cogliere il merito di opera gradita, 
venne in Roma, rispettoso al papa e dal papa 
onorato; c poscia in Napoli dove le accoglienze 
e le feste furono maggiori, perchè più grande il 
benefizio, più splendida la corte, più vasto il re- 
gno. Lo ammirava il popolo per il bello aspetto, 
])cr le fogge d’abito straniero e vago, e per la 
gran fama di guerra; l’onoravano il principe 
Francesco reggente, i reali ed i ministri della 
casa per l’allegrezza della pace e per gli usi di 
corte; ed al suo partire, R reggente, a nome del 
re, gli fece presente di brando ricchissimo, non 
sajiendo in quel tempo la casa dei Borboni quali 
destini per lei stessero nascosti nella spada diMurat 
Uscirono al tempo stesso dal regno le milizie 
russe, che venute in poco numero nemiche della 
repubblica Partenopea, l’anno 1799, accresciute 
ijjfer i casi di guerra nelle isole Ionie, stanziate per 
pigliar consiglio e destro dagli avA’enimenli; ora, 
l’alta in Amiens la pace, tornavano richiamate in 
Russia. Cosicché, pacificato il mondo, e libero il 
regno di genti straniere, venne in Napoli da Si- 
cilia il re Ferdinando, tra feste piuttosto vere che 

J ircscrllte, perchè ammirato dopo tanti casi di 
’ortuna, e come portando seco destino indoma- 
bile di grandezza. Indi a due mesi giunse da 
Vienna la regina, che sebben fosse cagione più 
vera della salvezza della corona, fu, per la sua 
mala fama e le passate memorie, meno gradita. 
Riunita la regai famiglia e felice, strinse doppie 


LIBRO QUINTO — 1802 2J3 

cozze con la casa spagnuola, maritantlosi al prin- 
cipe Francesco di Napoli j rimasto vedovo, la in- 
fanta di Spagna Isabella, ed a Ferdinando prin- 
cipe di Asluries Maria Antonietta principessa di 
IN’apoli. Navilio spagnuolo venne a servizio di que- 
sta principessa; e quindi unito a navilio napole- 
tano, che andava col principe Francesco a Barcel- 
lona per accogliere la principessa Isabella, navi- 
garono insieme, e quello di Napoli tornò con gli 
sposi il 19 di ottobre del 1802. Per la gioia della 
pace, del ritorno dei principi e delle nozze, fu- 
rono continue le feste nella reggia e nella città. 

Frattanto il primo console ordinava tutte le 
parti dello stata Egli nominato in Francia con- 
sole a vita con la facoltà di scegliere il succes- 
sore, ed in Italia presidente della Cisalpina, aveva 
già strette in signoria quelle repubbliche, e poi 
man mano sostituendo alle pratiche della libertà 
le opposte della obbedienza, riduceva il popolo 
alle forme nuove, ma con giustizia ed utilità pub- 
blica. Rialzò gli altari, mantenne i sacerdoti, or- 
dinò le scuole, providde alle finanze, alle am- 
ministrazioni, al commercio, apri nuove strade, 
scavò canali, cominciò, poi fini cosa immortale, 
il nuovo codice, e però imprese o compiè tutte 
le opere della civiltà. La Francia ne fu lieta, im- 
perciocché le nazioni godono dei materiali gio- 
vamenti, e non già delle immagini di felicità ideale 
non mai raggiunta. I settari di repubblica, pochi 
e impotenti, mormoravano; i settari dell’antico 
re, meno di numero e spregevoli, dicevano rapita 
la clàmide regale; il mondo vedeva in Buonaparte 
il capo e il termine della rivoluzione. Godevano 


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234 LIBRO QUINTO — 1803 

i re stranieri <lella svergognata repubblica, e, non 

Ì >rcvetlenclo l’avveiiirej dicevano in que’ fatti essere 
a prova che il reggimento di un solo fosse ne- 
cessaria condizione della umanità; ma nulla ri- 
mettendo della antica superbia, volsero a sdegno 
per Buonaparte gli odii che portavano alla repub- 
blica, odli funesti alla pace del mondo. 

L’isola di Malta non era restituita dagl’inglesi; 
e i rifiuti, sprovvisti di ragione, palesavano il pen- 
siero di nuova guerra. Ma pure in Kapoli si go- 
devano i benefizi della pace, e si sperava dagli 
ammonimenti delle sventure alcun senno a’ po- 
poli od a’ principi. Allorché, l ’ 1 1 di gennaro del 
i8o3, per cagioni a me ignote, benché cercate 
ne’ registri e nella memoria de’ contemporanei, 
comparve rogai dispaccio in questi sensi: « ]\on 
essere bastato al ravvedimento de’ malvagi le sof- 
ferte calamità, vedersi rianimate le speranze di 
sconvolgimento, e tessuto novelle macchinazioni 
e congiure, così all’ interno come nell’estero, da 
que’ iSapoletani che sono rimasti fuori, dispre- 
giando il grazioso invito del re, la tenera voce 
del perdono e gli allettamenti della patria; esser 
quindi necessità e giustizia contenere la sovrana 
clemenza, e, castigando i colpevoli, rendere ai 
pacifici soggetti la desiderata sicurezza. Perciò 
comandava il re die la Giunta di Stato (la mede- 
sima che pur si diceva sciolta dopo la pace di Fi- 
renze) spedisse i processi e i giudizi; e, ciò fatto, 
e poi bruciate per segno di oblio le carte de’ suoi 
archivi, cessasse da quell’uffizio, e si componesse 
altro magistrato a giudicare co’ modi appellati di 
guerra i misfatti di maestà Proseguirono senza 


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LIBRO QUINTO — 1803 235 

grido i giudizi, non fu sciolta la Giunta, conge- 
rie grandissima di processi fu bruciata. Kè vera- 
mente per r oblio de’ fatti e dello sdegno, ma per 
distruggere i documenti della malvagità de’ giu- 
dizi. I posteri avrieno letto cose crudelissime : gio- 
vani imberbi giustiziati o espulsi, castigato il re- 
cidere de’ capelli o il crescer de’ peli sul mento. 


f )unita l’allegrezza o l’assistenza alle feste della 
Lbertà, prescritte le condanne o mutate a piaci- 
mento dei principi, e in somma tutti gli orrori 

j_ii. A? ri_ ^ 1 . • i_n_ 


della tirannide, tutte le pazienze della servitù. Ma 
se il fuoco inceneri gli archivi, restarono gli an- 
nali e la memoria degli uomini. 

L’editto rigoroso del re, svegliando le mal so- 
pite passioni di parti, riagitò le furie della poli- 
zia, e ricomparvero a folla su la mesta scena della 
città le spie, i denunzianti, gli accusatori. Il pro- 
fessore di fisica Sementini, trattando un giorno 
dell’elettricismo promise a’ discepoli per lo indi- 
mani l’esperimento della batteria elettrica. Assi- 
steva in quella scuola giovane di mala ambizione, 
che sperò merito ed impiego dal denunziare che 
il maestro al di vegnente avrebbe mostrato come 
espugnare la fortezza di Santelmo co’ soli mezzi 
della chimica; e creduto da ignavo magistrato di 
polizia, la scuola è assalita in atto degli esperi- 
menti; imprigionati col maestro i discepoli, prese 
le macchine, e indicato a prova di fellonia il ca- 
stello elettrico. E la ignoranza o malvagità pro- 
gredì tanto che fu aperto il processo, e i prigio- 
nieri non furono liberi innanzi il quinto mese, 

J uando già nel regno tornava il presidio francese, 
ra tra quelli un giovinetto Cianciulli, che ap- 


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236 LIBRO QUINTO — 1803 

pena finirà il dodicesimo anno di età, e seco il 

precettore. 

F rattanto numerose bande di assassini, già guer* 
rieri della Santa Fede (ornati poveri e scioperali, 
correvano in armi le provincie; ed unendosi a 
duecento e più, fuggiti dalle carceri dell’Aquila, 
ponevano a ruba, pubblici ladri, le case di cam- 
pagna od i villaggi mal custoditi. Colonne pode- 
rose di soldati gl' inseguivano alla pesta; disordini 
e spese quando l’erario era vuoto di danari; av- 
vegnaché, d^o lo spoglio de’ banchi e le taglie 
dell’esercito francese e i guasti dell’anno 99, bi- 
sognò sostenere in Roma un esercito, c provve- 
dere alla spedizione di Toscana, all’assedio di 
Malta, e pagare i patti della pace di Firenze, e 
alimentare u presidio francese nelle Puglie, e sa- 
tollare l’avarizia de’ diplomatici stranieri, e sbor- 
sar dote per le nozze della principessa, e mante- 
nere tre reggie e tre corti, una in Napoli del 
principe Francesco, l’altra in Sicilia del re, la 
terza in Vienna della regina. Ma pure la finanza 
lungo tempo resistè, per prestiti rovinosi e per 
le arguzie del ministro D. Giuseppe Zurlo, che 
trasandando leggi, regole, giustizia, utilità del fi- 
sco, utilità dello stato, schermivasi come dispe- 
rato tra le tempeste, e solamente inteso a schivare 
il naufragio. Frasi indebitato co’ negozianti della 
«ttà, con gli esattori delle taglie, con le casse di 
deposito, co’ civili stipendiati, con l’esercito, con 
la stessa borsa del re; e a tali stremiti pervenne 
^e involò dal procaccio le somme (poco più di 
doihcimila ducati ) che venivano a cittadini pri- 
vati e bisognosi. Egli per certo tempo quietava i 


LIBRO QUINTO — 1803 237 

creditori con le promesse o con le ricompense di 
altri interessi e d’impieghi pubblici; ma caduto 
alfine il credito, la fede, la pazienza, si levarono 
lamentanze infinite, e nelle rovine dell’erario ro- 
vinò il ministro. 

11 re, proclive alla collera, lo dimise con onta; 
ed egli tornava in patria, piccola terra di R!i>lise, 
povero, creditore del suo stipendio di molti mesi, 
e debitore agli amici del suo stretto vivere, nella 
carica sublime di ministro. T ra via fu rivocato in 
Kapoli, dove andò chiuso nelle carceri del Castel- 
nuovo; ma poco appresso, esaminata da’ ragionieri 
l’amministrazione del denaro pubblico, fu trovata 
sregolata ma sincera; i disordini quando coman- - 
dati, quando necessari; ed il ministro veramente 
colpevole di tenere uffizio dov’era Impossibile il 
successo. Ebbe pensione dal re di tremila ducati 
all’anno e ristoro di fama, ma taccia d’incapa- 
cità negli uflSzii che richiedono misura, ordine 
e severo adempimento di regole e di leggi. Abo- 
lito il ministero e ricomposto il consilio di finan- 
za, il re nominò vice-presidente il cavaller dei 
Medici, lo stesso palleggiato poco innanzi tra fa- 
vori e disgrazie della corte; ma oggi l’emulo suo 
generai Acton, giunto a vecchiezza, sazio di for- 
tune, stanco di brighe, marito e padre, non più 
impediva il Medici, divenuto uomo comune, da 
che perdè U prestigio dell’ammirazione e della 
novità; e la regina matura d’anni, travagliata sul 
trono, dedita a’ gravi pensieri di regno, non più 
curava le arti e gli studi! de’ cortigiani a piacerle. 
Niente dimostra meglio l’umana piccolezza che 
la scena di una corte dove si vedono ardenti pas- 




238 LIBRO QUINTO — 1804 

sioni e nefandi delitti per tali cose che in bre- 
ve mutar di tempo e di condizioni fanno riso e 
vergogna. 

Il consiglio di finanza per nuovi provvedimenti 
salvò l’erario del fallire; vero è che le tre corti 
per la unione de’ principi si erano strette in una, 
e le s[iese maggiori già fomite, le minori scema- 
te, accresciute le taglie, ristorato il credito. Si 
mostrò per la prima volta l’ingegno del Medici 
nell’azienda pubblica, e fino d’ allora diede so- 
spetto, quindi avverato, ch’ei fusse miglior ban- 
chiere che finanziere, cioè più adatto a maneg- 
giar le ricchezze che a crearle. Liquidato il debito 
de’ banchi, si addissero al pagamento i beni detti 
dello Stato, poi quelli della (ihiesa, e in ultimo 
le doti degli stessi banchi; niente fornirono i be- 
ni della corona e gli assegnamenti ricchissimi 
della casa; chi spogliò i banchi, di nulla gli ri- 
staurò. 

XXV. Non appena risurte per la pace e per 
gl’interni provvedimenti le speranze di miglior 
vita civile, si udì che la Inghilterra, prima ritrosa 
quindi manchevole a’ patti d’Amiens, ritenendo 
1 isola di Malta, denunziava nuova guerra alla 
Francia. 11 primo console, capitano invitto e capo 
di popolo non restio alle armi, accettò la disfida, 
sì che d’ambe le parli si apprestavano eserciti e 
disegni. Schiere francesi posero campo sopra le 
coste di Boulogne, minacciando la Inghilterra di 
impresa difficile e sanguinosa, ma non finta nè 
impossibile; altre schiere, le medesime che ave- 
vano sgombrate le Puglie, le rioccuparono river- 
sando sul Regno spesa c pericoli. L’Ordine di 


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m 


LIBRO QUINTO — 1804 239 

Malta, compagno agl’ Inglesi ne’ travagli dell’ as- 
sedio, salito a speranza di signoria per il trattato 
d’Amiens, ed oggi deluso, cercò altro asilo, e 
l’ottenne dal re di Kapoli a Catania, città della 
Sicilia. Perciò in Messina l’eletto dal pontefice 
gran maestro Tommasi, e buon numero di bali 
e di cavalieri, celebrarono le solennità di rista- 
bilita signoria; e, nominati gli ufìfizii , ricomposero 
il governo come in antico, ma perduta la potenza 
e le sedi proprie. Quindi splendido navilio e con- 
voglio per terra condussero l’ordine intero nelle 
nuove stanze di Catania, dove pareva che fer- 
masse; ma più grandi speranze e disinganni gli 
erano destinati, però ch’egli moriva necessaria- 
mente dalle cambiate costituzioni di alcuni regni 
e dalla migliorala civiltà, benché apparisse che lo 
percuotevano la guerra e la forza. 

Le ostilità tra la Francia e la Inghilterra pro- 
ruppero come nelle private ncmicizie ad alti vili 
c nefandi; non vergognò il governo inglese di 
congiurare con piccol numero di fuggitivi fran- 
cesi la morte di Buonaparte; nèMoreau, generale 
chiarissimo francese, si ritenne dal consentire alle 

I iraticbe inique de’ con giurati, mentre stava in 
ittenheim prossimo al Reno il duca d’Enghien 
di regio sangue, preparato ad entrar con le armi 
nella Francia. Ma palesate le trame, condannati i 
colpevoli altri alla morte, altri all’esilio, tra’ quali 
Moreau; il giovine Enghien sicuro in terra neu- 
trale, sorpreso di notte da mano potente di gen- 
darmi francesi, e menato in Francia, per iniquo 
giudizio militare fu messo a morte. Crebbe il 
primo console in potenza, scemò in fama; nè 


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2W LIBRO QUINTO — 1804 

bastò ingegno proprio e di altrui ad onestare la 
mal opera, che andrà sempre odiosa compagna 
con le grandezze della sua vita. Vero è che altri 
nomi si udirono avvolti nella stessa infamia, tra 
i quali si tacciava il generale Murat governatore 
a l’arigij ma il tempo chiaritore delle dubbie 
cose, accumulò tutte le colpe sul consolo e su 
gli ultimi esecutori, che per bassezza scompa- 
rendo dalla istoria, lasciano nella brutta scena lui 
primo e solo. 

11 (juale, volgendo a sua fortuna i pubblici 
eventi o buoni o tristi, tolse da que’ pericoli argo- 
mento di assodare con le constituzioni dello stato 
la sua possanza, e richiedente in segreto, richie- 
sto in pubblico dal senato, fu imperatore per 
voto unanime del popolo francese. Allora la re- 
pubblica mutò In signoria, e senza i freni che 
pure il secolo conosceva, sicché novello trono 
ereditario ed assoluto, quasi uguale (non ancora 
ne’ frutti ma ne’ germi) a quello che il popolo 
sotto immense rovine aveva sepolto, oggi il po- 
polo stesso, vago, leggiero, innalzò ed obbediva; 
compiendo nel giro di pochi anni ciò eh’ è vicenda 
di secoli per altre genti. Alla incoronazione in 
Parigi del nuovo imperatore andò invitato il pon- 
tefice Pio V’!!, con pompa degna del grado e della 
cerimonia; biasimato dagl’insipienti, laudato dai 
dotti della politica romana, perciocché la conse- 
crazione e legittimazione dell’ impero dalla mano 
della Chiesa ricordava i tempi della maggiore po- 
tenza papale; e scemava la sovranità del popolo, 
e la pienezza delle ragioni del principe eletto. 
Fu dunque un atto nocevole a Buonaparte, e il 


LIBRO QUINTO — I80't 241 

piimo die lo respingesse a quella antichità che 
(lovea distruggerlo. Ma pure il popolo applaudiva, 
contento sotto braccio tanto forte di far sicuri 
gl’ interessi nuovi, minacciati sino allora e cadenti. 
1 re stranieri sconoscevano il nome, il grado, la 
legittimità dell’impero. 

XXVI. Quegli avvenimenti di Francia rinforza- 
vano il sospetto che se l’età, allora allora finita, 
era stata distruggitrice della cose antiche, l’età 
vegnente rialzerebbe le troppe rovine. Anche i 
monarchi bramosi di riparare, quanto il potere 
giungesse, a quelle operate da loro stessi, tenta- 
rono ravvivare la compagnia di Gesù che aveva 
in ogni luogo membri e seguaci. Sino dagli ultimi 
anni del secolo XVIII molti devoti si univano in 
Roma nell’ oratorio detto del Caravita, eseguendo 
le regole di sant’ Ignazio si chiamarono compa- 
gnia della Fede di Gesù. Un settario tra loro, Aie- 
colo Paccanari, Tirolese, giovine audace, rag- 
giunse in Siena il pontefice prigioniero Pio VI, 
ed ottenne l’ assentimento alla società del Caravita, 
ed il carico di andare in Dillingen nella Germania, 
e concertare con altra società, del Cuore di Gesù, 
i mezzi di spandersi nell’Europa per accendere 
le coscienze alle regole del Loiola, c spianare il 
cammino al ritorno de’ gesuiti. Andò, ed avuto 
accesso all’arciduchessa Marianna d’Austria, pia 
e zelosa, fondò per gli ajuti di lei, con le consti- 
tuzioni di sant’ Ignazio, un convitto di donne, 
chiamate Dilette diGesu.Yj a poco a poco, disten- 
dendo gl’intrighi e le credenze, tante genti de- 
vote riunì, che potè stabilire tre collegi negli 
^tati del papa, due in Venezia, tre in Francia, 
CoLLXTTJk, T, IL 16 


342 LIBRO QUINTO — 1804 

uno in Germania, uno in Inghilterra, e molli con- 
vitti delle Dilette. Egli a Roma, presso T arcidu- 
chessa Marianna, divenuto con abuso de’ sacri 
canoni sacerdote, superiore nell’oratorio del Ca- 
ravita, superiore in Dillingen del Cuor di Gesù, 
fondatore di collegi e di convitti, vestito da reli- 
gioso della compagnia, era tenuto in riverenza e 
concetto di santità. 

Ma l’imperator de’ Francesi, riconoscendo nelle 
nuove forme il germe del gesuitismo, vietò i tre 
collegi nell’ I raperò : il l’accanari a Roma proruppe 
in disordini, e palesale ne’ convitti delle Dilette le 
sue lascivie, fu accusalo di sacrilegio alla inqui- 
sizione, e andò punito di quattordici anni di car- 
cere; l’arciduchessa tornò vergognosa ne’ suoi 
stati; e sciolte le società di ambo i sessi, restò di 
loro disgustosa memoria, e l’avviso di esser pas- 
salo il tempo di rifondare a nuovo siffatte istitu- 
zioni. Fu perciò più sapiente del Paccanari il 
gesuita Angelini, venuto modestamente di Russia 
per trattar col papa il ristabilimento della com- 
pagnia in que’soli regni dove i principi la chie- 
dessero. Quindi Pio VII, il 3 o di luglio del i 8 o 4 j 
con Breve pontificio diceva: Per secondare i 

>*desiderii di S. M. Ferdinando IV re delle due 
Sicilie, e giovare col progresso della pubblica 
n istruzione al miglioramento de’ costumi, noi 
estendendo a quel regno il breve emanato nel 
sy 1801 per le Russie, aggreghiamo alla conipa- 
gnia eli Gesù di quello impero tutti i collegi e 
>» scuole che si stabiliranno nelle due Sicilie sotto 
«le regole di sanf Ignazio ». Sorsero, dopo ciò, 
ne’ due regni parecchi collegi, quasi, per mode- 
stia, inosservati. 


LIBRO QUINTO — 1804 243 


XXVII. Comechè il Consiglio di Finanza sol* 
levasse per credito l’erario pubblico, non bastan* 
do le entrate ai bisogni, propose, e il re approvò,' 
taglia novella sopra tutti gli ordini dello stato, 
dichiarata di un milione, creduta di tre, incapace 
di computo per i disordini della statistica ed il 
garbuglio dei metodi finanzieri, transitoria per la 
promessa, poi continua nel fatto. Altre due leggi 
francarono d’ogni tributo l’uscita della seta e dei 
metalli a verghe o in denaro; leggi sapienti, che 


poco fruttarono perchè mancò tempo a maturarne 
ì benefizi; e sole, in sei anni di regno, che trat* 
tasserò di pubblico interesse, in mezzo ad infiniti 
j)rovvedimenti intesi a sfogar vendette o a sta- 
bilire quieta servitù nei soggetti e tirannide sicura 
nei dominatori. 


Perciò afflitte stavano le nostre genti allora 
quando ad accrescere mestizia e danno la terra 
scosse per tremuoto, poco meno terribile di queUo 
descritto nel secondo libro di queste istorie. Gior- 
no della sventura il 26 di luglio, alle ore due ed 
undici minuti della notte; centro del moto Fro- 


solone, monte degli Àpennini fra la Terra di La- 
voro e la contea di Molise; il terreno sconvolto 


da Isernia a lelzi, miglia quaranta, e per largo da 
Monterodoni a Cerreto, miglia quindici; perciò 
seicento miglia quadre, disegnando un lato della 
figura la catena lunga dei monti del Matese. So- 
pra quello spazio sorgevano sessant’una città <> 
terre, albergo a quarantamila o più abitatori; e di 
tanto numero due sole città. San Giovanni in Gal- 
do e Gastropignano, benché fondate alle falde del 
Matese, restarono in piedi; gli uomini morti mon- 


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541 QUINTO - 18(Ki 

tarono Inlomo a sei mila; i casi del morire vani e 
commiserevoli , come nel tremuoto delle 
che nel secondo libro ho descritti, t vani furono 
i movimenti, perchè di questi è 
spinta che la matura del suolo dove gh edifizi sotto 
fondati; la città d’Isernia, lunga un miglio e 
lamente larga quanto le case die fiancheggiano 
una strada,^cac[de metà, cioè tutto l’ordine 
oriente, lasciando intero il resto. 11 
a rete, e in certi liiogln tanto ^ 

subissò in voragini; uscivano dai fessi 
centi, e la cima del monte Frosolone brillava 
cmasi ardente metèora. Gli abitanti quel a in- 
dice regione avevano sentito nel mattino del 26 
sLraordinaria lassezza, c puzzo come di zoilo 
noioso all’odorato ed al respiro; viddero alle or^ 
quattro dopo il mezzogiorno annullila to il cielo, 
e^correre 1 nugoli come turbine impetuoso gli 
spingesse, mentre che in terra nessun vento sp^ 
rava benché leggerissimo, ma col cadere del sole 
si alzò fiero aquilone, che poi cede allo scopj^ 
del tremuoto mutandosi a spaventevole ronalro. 
La prima scossa fu leggiera e da pochi avvertita j 
ma ne succederono tre altre nel breve teinpo ^ 

venti secondi, furiose, crescenti, produttrici delle 

rovine e dei guasti che ho accennato. Anche la 
contea di Molise ebbe le sue maraviglie di tor- 
tuna; e come in Calabria visse sotto alle rovine 
per undici giorni Eloisa Basili, così iieUa terra di 
Guardia Regia aspettò sotterra dieci giorni ed otto 
ore Marianna de^ Franceschi, gentil donna, gio- 
vine bella che appena compieva i venti anni; se 
non che la Basili visse mesta, e poco di poi mor , 


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LIBRO QUINTO — 1804-5 245 

e l’altra ripigliando sanità e letizia^ ebbe ventura 
di lunga vita, di marito e di figli. 

Quel tremuoto fu sentito nelle parti più lon- 
tane del Regno, e, traversando il mare, nelle isole 
di Precida ed Ischia. Napoli fu scossa fortemente, 
così che alcune case rovinarono, molte furono 
fèsse, nessuna illesa, o poche. 11 governo per 
iscarsa finanza e mal animo nulla fece in ristoro 
di quelle ^enti. 1 tremuoti durarono ma innocui 
sino al finire di marzo: ed andavano a que’moti 
compagne le eruzioni del Vesuvio. Fu chiaro che 
derivarono da elettriche accensioni, potenti dove 
il suolo, come in Molise, conserva i segni e le ma- 
terie di vulcani estinti. 11 giorno 26 di luglio è 
votivo a sant’Anna, e però nel popolo fu creduto 
miracolo di lei che la città di Napoli non cadesse 
tutta intera in rovine. 

Era in quel tempo tornato in Roma da Parigi 
Pio VII, e venuto poco appresso in Italia Buona- 
parte a porsi in capo la corona dei Longobardi, 
mutata in regno d Italia la repubblica Cisalpina. 
Seguirono in Milano le solenni cerimonie, dove 
tutti i re amici della Francia, e i principi italiani, 
comunque addolorati del nuovo regno e dal no- 
me insospettiti di perdere i propri stati, manda- 
rono ambasciatori di apparente allegrezza. Il mi- 
nistro napoletano a Parigi, marchese del Gallo, 
stava in Milano a corteggio dell’imperatore; ma 
da Napoli fu spedito straordinario il principe di 
Cardito, che nel circolo di corte espose a Buona- 
parte l’ ambasciata e gli augurii. Volle fortuna che 
pochi giorni avanti per lettere intercette fosse a' 
Baonaparte giunto notizia di non so quali intrì* 


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246 LIBRO QUINTO — 1805 

ghi tessuti dall’ Inghilterra con la regina delle Si- 
cilie a danno della Francia, si che egli scordando 
la grandezza della cerimonia, offendendo la di- 
gnità degli ascoltanti e di sè medesimo imperatore 
e re, cosi all’ ambasciatore di INapoli rispose : 
« Dite alla vostra regina che io so le sue brighe 
contro la Francia, ch’ella andrà maledetta da’ suoi 
figli, perchè in pena dei suoi mancamenti non 
lascerù a lei ne alla sua casa tanta poca terra 
cmanla gli cuopra nel sepolcro n. Al fiero dire ed 
al bieco aspetto intimorirono gli astanti, Cardito 
ammutoli; ma Finij^eratore, tornato alle maniere 
cortesi, che aveva facili e seduttrici, ricondusse 
la calma nell’assemblea. 

Erano veri i maneggi di guerra. La Inghilterra 
minacciata dai campi di Boulogne, costernata dal 
pericolo d’invasione, ma confidente (come vuole 
gran popolo) nelle sue forze, si stava, incontro a 
capitano e ad esercito maraviglioso, preparata, 
non certa della vittoria. Aveva ripigliato il seggio 
di ministro Guglielmo Pitt, che, dotto della po- 
vertà de’ potentati europei e dell’avarizia dei ga- 
binetti, deliberò far guerra sterminati ice alla 
Francia col danaro della Inghilterra ed il sangue 
straniero; disegno facile tra governi assoluti, dove 
la vita dei soggetti, nuda di guarentigie, rappre- 
senta nei soli computi della forza e della finanza 
dello stato. Per sussidii della Inghilterra, uguali 
o maggiori alle spese di guerra, si allearono se- 
gretamente contro i Francesi l’Austria, la Rus- 
sia, la Svezia; mentre come in mercato negoziava 
la Prussia, e INapoli precipitava ai proponimenti 
meno avara degli altri prmeipi perchè più calda 




LIBRO QUINTO — 1805 247 

di sdegno. L’imperator dei Francesi dagl’ inter- 
cetti fogli e da relazioni e da spie sapeva l’ordita 
guerra, ma dissimulando sperava romperla lega 
ed eseguire il passaggio in Inghilterra; odio, ven- 
detta, gloria pari alla grandezza del pericolo in- 
citavano l’animo superbo di lui, che ambiva com- 
pier solo tutte le imprese ond’ ebbero fama ed 
onore i maggiori capitani de’ tempi antichi. 

Disegnavano i re conlegatiprorompere con eser- 
cito di Svedesi, Russi ed Ingfesi negli stati di Han- 
nover, poi di Olanda e portar guerra su le antiche 
frontiere della Francia; prorompere in Baviera 
con esercito austriaco e russo; e procedendo, te- 
ner gli sbocchi della Selva Nera; prorompere in 
Italia con esercito austriaco negli stali di Milano, 
mentre altro esercito di Napoletani, Russi e In- 
glesi, per le vie di Toscana e di Genova si avan- 
zerebbe (in quanto avesse amica la fortuna) nel 
Piemonte o sul Varo. Questo esercito e lo svedese 
agirebbero ad offensiva; l'esercito di mezzo, nella 
Baviera, si terrebbe in difesa per dar tempo ai 
Russi di giungere in Alemagna e spiegarsi a se- 
conda linea de’ Tedeschi. I capitani più chiari di 
quei regni, e il re di Svezia, l’imperatore d’Au- 
stria e l’imperatore di Russia, gli arciduchi Fer- 
dinando, Carlo, Giovanni, andavano al cimento; 
quali a combattere, quali ad animare i combat- 
tenti. Fra tutti alzava grido il generai Mack, e pro- 
metteva difendere la Raviera ed armeggiare finché 
giungesse la forza de’ Russi. All’ entrar del settem- 
bre dovevano muovere contemporanei gli eser- 
citi, com’era prefisso dall’Inghilterra per patto 
necessario dei sussidii; avvegnaché i preparativi 


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2<J3 ■ LIBRO QUINTO — 1805 

con tr’ essa di Buonaparte In quel mese compivano, 
ed era la stagione propizia a valicare con piccole 
navi la Manica. 

Su la riva della quale, trecento leghe lontano 
dalla Baviera, attendavano le maggiori mdizie 
della Francia, sì che gli alleati credevano vincer 
paesi voti di guardie. Ma quel sommo, che già 
previde i pericoli, aveva provvisto a’ rimedii, ed 
apprestate in tal maniera le forze proprie e dei 
suoi conlegati (pochi e piccoli principi della Ger- 
mania) da giungere in breve tempo sul Reno, indi 
alle terre sperate dal nemico facil conquista. Sfug- 
givagli la impresa d’ Inghilterra^ ma'cercando al- 
trove ricompensa di gloria e di vendetta, sguernì 
le coste dell Oceano, e per le vie più spedite av- 
viò ne’ primi giorni del settembre numerose squa- 
dre a’ prefissi luoghi. 

Andò a Parigi per altri armati ed altre mosse, 
c promettendo vincere si parti. Non erano inti- 
mate le nemicizie, ma in quel giorni medesimi, 
a’ 3 di settembre del i8o5, l’imperatore France- 
sco jiarlando agli eserciti scopri la guerra; ed ai 
7 dello stesso mese l’oste guidata, sotto il nome 
dell’arciduca Ferdinando, dal generale Mack, 
ruppe il confine della Baviera, valicando la Salza 
in Burghausen e cacciando in Franconia l’eser- 
cito ed il re di quel regno; ma le genti amiche 
dell’Austria, russe, inglesi, svedesi, naj>oletane, 
indugiavano; era uscita io campo Austiia sola, 
mirabile nelle sventure per costanza del principe 
ed obbedienza de’ soggetti; ond’ella si vanti me-? 
rltamente de’ maggiori successi politici e guerrie- 
ri, chè tutta la ostinatezza inglese e la jaltooza 


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LIBRO QUINTO — 1805 249 

de’ Russi non valsero quanto metà della sua fer<* 
mezza. 

XXVII. Per molte strade le genti nemiche an- 
davano a scontrarsi, in Olanda, in Italia, sul Da- 
nubio, ed in marej imperciocché a soccorso della 
sperata discesa in Inghilterra ancoravano armati 
quattro potenti navili, tre di Francia in Tolone, 
in Rochefort, in Brest, ed uno della conlegata 
Spagna in Cadice; aspettando la opportimità dei 
venti per unirsi, e poscia il comando per uscire 
a vincere, o impegnare il navilio inglese che na- 
vigava nel canale della Manica e lungo le coste 
dmla Francia. Ammiraglio supremo de’ Francesi 
era Villeneuve, degli Spagnuoli un Gravina, Si- 
ciliano agli stipendi! di Carlo IV, e dalla parte in- 
glese Nelson, noto in questi libri per glorie di 
guerra e tristizie di amore^ ottanta vascelli e grande 
numero di fregate e di legni minori stavano per 
i Francesi, e quasi egual numero pe’ contrariL Buo- 
naparte, quando maturava l’ impresa d’ Inghilter- . 
ra, aveva dato ingegnose istruzioni per salpare 
da' porti le flotte, ingannare il nemico e navigare 
i mari delle Antille onde soccorrere i vacillanti 
possedimenti francesi, occupare o sovvertire quei 
d’Inghilterra, chiamarsi dietro molte navi nemi- 
che, e vincendo o perdendo in lontana guerra, 
sgomberare il passaggio a'suoi centocinquantamila 
soldati nelle isole deÌla Inghilterra. 1 quali avvisi 
e comandi , seguiti dall’ ammiraglio Villeneuve, 
produssero ch’egli uscisse da Tolone con dodici 
vascelli ed altri legni, raggiunti da quattro navi 
spagnuole, sì che Fu di aprile dell’anno istesso 
qum’ ammiraglio con quattordici vascelli , sei 


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250 LIBRO QUINTO — 1805 

fregate, quattro brick, prese il cammino delle 

Antille. 

Vi giunse non incontrato, però che Nelson va- 
gò incerto nel Mediterraneo, poi nell’Oceano lun- 
go le coste di Europa; nè volse alle Antille che 
più tardi un mese del nemico Villeneuve, il quale 
predò parecchie navi, si aft'orzò di altri legni da 
guerra, avvantaggiò le proprie sorti, peggiorò le 
nemiche; e sehhen facesse assai meno de’ mezzi e 
delle speranze, tornava contento ne’ mari di Eu- 
ropa con le prue volte a RocheforL Ma il dì aa di 
luglio incontrato nel grosso dell’Oceano dall’am- 
miraglio inglese Calder che aveva quindici va- 
scelli, fu assalito; e per i difetti delle eoalizioni e 
le migliori arti marinaresche degl’inglesi, Ville- 
neuve più forte di cinque navi, restò vinto, e si 
riparò, co’ legni malconci che gli restavano, den- 
tro il porto del Ferrol, indi a Cadice. Sopra ven- 
ne, come testé ho rammentato, l’ abbandono della 
impresa d’Inghilterra, scemò l’importanza delle 
battaglie di mare; ma correva maligna la fama 
dell’ ammiraglio Villeneuve. 

11 quale avendo quarantasei tra vascelli e legni 
minori e credendo assai men forte innanzi Cadice 
r ammiraglio Nelson, pensò agevole il vincere; e 
la vittoria sopra il più grand’uomo di mare del- 
r Inghilterra e del secolo dover essergli ristaura- 
trice delle patite sventure nell’Oceano e in Egitto. 
Così lieto, il ig di ottobre uscì dal porto; e per 
due giorni navigarono a fda Nelson e V illeneuvei 
ciascuno inteso a scegliere il tempo e le ordinanze 

S er combattere. 11 di a i si affrontavano nelle acque 
i Trafalgar, e segui battaglia sanguinosa, stu- 


LIBRO QUINTO — 1805 251 

penda per virtù e per valorej della quale non fo 
racconto perchè serbato allo storico felicissimo 
delle geste di Francia; e solamente ne dirò quello 
che importi alla piccola nostra fatica^ o che per 
la maraviglia de casi e per gl’insegnamenti che 
ne derivano diviene istoria di ogni età e di ogni 
popolo. 

Gl’Inglesi con quaranta navi restarono per ar* 
dite ordinanze vincitori di nemico più forte, imper» 
ciocché Villeneuve sperava dar battaglia in linee 
parallele, e Nelson procedendo a colonne sfondava 
in due punti l’ordinanza francese, e combattendo 
con tutti i suoi legni parte dei legni del nemico, la 
inferiorità scompariva. Gli ordini paralleli ram> 
mentano in terra e in mare la infanzia della tat- 
tica; e può giovarsene un capitano quando abbia 
maggior forza e libertà di movimenti, chè l’an- 
dare cosi formato al nemico può essere utile, lo 
aspettarlo è danno. Perderono i Francesi per di- 
fetto d’arte; ma quanto in uomini possa valor di 
guerra, disciplina, pazienza, disperazione, mo- 
stravano in quel giorno. 11 vascello che aveva 
nome il Redoutable perdè sopra seicentoquaran- 
tatrè uomini di equipaggio, cinquecentoventidue 
morti o feriti; s\Y Achille si apprese il fuoco, e 
nell’incendio combatteva; le trombe ad acqua 
erano spezzate, mancavano i mezzi di salvezza, 
le batterie ima dietro l’altra bruciavano, brucia- 
vano gli alberi, le antenne, era inevitabile e vi- 
cino lo scoppio della polveriera. B allora tre va- 
scelli nemici si slontanarono, e i difensori del- 
\ Achille, volgendo un guardo mesto a sè stessi, 
provvedevano a salvarsi altri a nuoto, altri sopra 


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152 LIBRO QUINTO — 1805 

Ironclil <11 le^no gettati in mare. Fu visto, spet- 
tacolo sublime, andar gl’inglesi sopra piccole bar- 
elle intorno all’incendio per ajutare e raccòrrò 
qiie’ fuggitivi j ponendo a rischio la propria vita 
per salvarla a’ Francesi, non più nemici ma uo- 
mini commiserevoli. Così pochi scamparono^ sal- 
tarono gli altri col vascello allo scoppio delle 
jKilveri. 

L’ammiraglio spagnuolo Gravina guerreggiò 
con virtù pari alle virtù più conte, e benché 
ferito a morte stava sulla piazza del vascello ai 
pericoli ed al comando. E pure egli moribondo, 
meno infelice <li Villeneuve che su la capitana il 
Bucentoro, spezzati gli alberi, le vele, il timone, 
e immobile il vascello disarmato perchè le arti- 
glierie rotte e cadute, circondate di pochi viventi 
e di molti morti o feriti, lui non ferito veggente 
le sue miserie, cercò un palischermo che lo me- 
nasse sopra altro legno ancora combattente; ma 
i palischermi del suo vascello erano stati nella 
guerra disfatti, ed egli a maggior martirio, ab- 
bandonato come certa preda, non poteva com- 
battere nè morire fuorché di morte volontaria, 
vergognosa in guerra per chi ne regge l’impero. 
Anelò preso il Bucentoro con altri sedici vascelli, 
e prigioniero l’ammiraglio con quanti restavano 
sopra quelle navi. Nè fu allegra la vittoria per 
gl Inglesi che videro uccisi oltre due migliaja dei 
foro prodi, e i propri legni guasti, e dei legni 
predati due soli capaci <li entrare in porto rimor- 
cliiati. E maggiore di ogni perdita fu la morte 
dell’ ammiraglio Nelson, primo capitano di mare 
per eccellenza d’arti e per ardimento e fortuna: 



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LIBRO QUINTO — 1805 253 

mori su la capitana il Victorj di palla di spin- 
garda; beato perchè in tal punto che la vittoria 
era certa. Gravina fini delle sue ferite nel yorlo 
di Cadice. EYilleneuve, tornando dalla prigionia 
d’Inghilterra, vergognoso delle disfatte, quando 
fu su la terra di Francia si aperse il seno di 
molte ferite e spirò. Fu questo il luttuoso fine 
della battaglia di Trafalgar, data in mal punto, 
senza scopo di guerra. 

La morte dilNelson e la memoria delle descritte 
cose m’invitano a compiere il racconto d’Erama 
Liona, la qu.ile tornata dall’ ambasciata di Napoli 
a Londra, l’anno 1800, viveva in campagna, 
stanza opportuna agli studii del cavalier Hamilton , 
e seco l’ammiraglio Nelson, ritirato dal servizio 
d’armi per pigliar riposo de’ travagli c delle ferite. 
Nacque in quel tempo da Emma una bambina 
cui pose nome paterno di Nelson, dispregiando 
sè stessa, la dignità del marito , la fama dell’ aman- 
te. E quando per i pericoli della gran Bretagna fu 
Nelson richiamato a comandare il maggior navi- 
lio, Hamilton morì, lasciando milady ricca di 
danari e di terre. Nelson donò a lei villa bellissima 
con vasti campi, dov’ella viveva alle cure della 
fanciulla; ma quando fu morto Nelson, ella iso- 
lata, esposta a’ ritorni terribili della fortuna, con- 
tras^ita nel possesso de’ doni degli eredi d’Hamib 
ton e di Nelson, spregiata e abbon ita, non sosten- 
ne la mutata scena e passò con grandi ricchezze e 
con la fanciulla in Olanda. Nè quietando le sfre- 
nate voglie di lascivia e di lusso, caduta in gio- 
vine scostumato ed avaro, sperdè le mal conse- 
guite ricchezze, e mori in povero albergo presso 


2:'.4 LIBRO QUINTO — 1805 

Calals l’anno i8i5. La figliuola rimase oscura e 
compianta. 1 sozzi amori del grand’uomo per 
Emula si sperderebbero ne’ racconti di À.bouKÌr 
e diTrafalgar se non andassero uniti alle infelici 
ma durevoli memorie di Cirillo^ di Pagano e di 
altri mille. 


XWIII. La battaglia di Trafalgar, festeggiata 
dal governo di iNapoli a modo di nemico della 
Francia, più animò i eontrarii aBuonaparte, nulla 
sconfidati dalTardita promessa di andare a Vienna 
in un mese, però che sapevano vicina e credevano 
inv'uicibile 1 oste de’ Russi. INelle menti come nel 


vero pendevano incerte le sorti degli eserciti, e 
(juindi l’Austria sollecitava i re conlegati, e dal- 
1 opposta parte l’imperatore de’ Francesi, prov- 
vedendo le difese o gli assalti, aveva scritto a 
Saint-Cyr, generale supremo delle squadre stai> 
zialenel Regno, lettere importanti, che per sommi 
capi rapporterò. 

« Lna guerra nuova in Germania prepara nuove 
>♦ fatiche e nuove glorie alla Francia, fi re di Na- 
j* poli, nostro amico per trattati, nemico per ani- 
>» mo pertinace, si leverà contro voi ne’ campi 
>* della Puglia, nè anderà solo al cimento ma con 
>» Inglesi e Russi, già pronti nella Sicilia e in Cor- 
*» fìi. Voi, generale, siate in punto per questa 
» guerra; i colpi fatali saranno vibrati in Germa- 
*♦ ma, e di qua si partiranno le sorti d’Europa...» 

E poi ch'ebbe esposti gli alti concetti per vin- 
cve in Baviera, ed espugnare la città capo del- 
1 impero austriaco, proseguiva; 

A due casi attenderete. Impadronirvi ddl re- 
»* gno di Napoli avanti che gnmgano Inglesi e 




LIBRO QUINTO — 1805 255 

» Russia o difendervi da queste genti quando as- 
» saltato. Aspetterete per il primo caso il comando 
» di muovere, provvederete al secondo col vostro 
» senno. Serbo ancora speranza di mantener pace 
» col re di Napoli, per non aver guerra lontana, 
y> e nemici da combattere in Italia, a fronte, a 
n fianco. 

« Ma se voi foste primo a muover guerra, avan- 
» zate sopra Napoli, discacciate l’attual governo, 
>» sciogliete l’esercito napoletano, formando a bat- 
>* taglioni i volontari e i partigiani francesi che 
» dopo la tirannide patita dovrebbero esser molti 
jf ed ardenti, disponete le forze ad impedire gli 
>» sbarchi d’inglesi e Russi, o battergli, se sbarcati. 

« Demolirete le fortezze, come verranno in vo- 
« stre mani, e preparerete le mine sotto i castelli 

della città. 

» Fornirete a lungo assedio la fortezza di Pe- 
m scara, e ne darete il comando al generale Re- 
r> gnier. 

» Questa fortezza, importante quando a voi 
n convenisse invadere il Regno, diverrebbe di 
n maggior momento nel caso di tener fronte ad 
« esercito più potente d’inglesi. Russi e Napole- 
« tani. 

« Ed allora voi contrasterete il terreno piede 
n a piede, per impedire al nemico di giungere 
«alfe spalle del nostro esercito d’Italia, prima 
» che le certe sventure delle armi austriache in 
» Germania non abbiano richiamato dall’ Adige o 
>» dal Mincio il principe Carlo. 

« Saranno duncpie le vostre parti, se di assa- 
«litore, conquistare il Regno e conservarlo; se 


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556 LIBRO QUINTO — 1805 

ft di assalito, impedire al nemico il cammino 

»» verso il Po >». | 

Per le quali lettere il generale Saint-Cyr, di- | 

sposto l’esercito al doppio scopo, attendeva il j 

comando dell’ imperatore o gli eventi. Giunse il ( 

comando che impone\ a uscir dal Regno le schiere 
francesi, però che il re dilNapoli avea confermato 
i palli di amicizia per nuovo trattato conchiuso a 
Parigi tra’l ministro Talleyrand per la Francia, 
e’I marchese del Gallo per Kapoli, il giorno 21 
<li settembre del i 8 o 5 ; il qual trattato stabiliva 
dalla parte del re neutralità nella guerra presente, 
mantenimento con tutte le sue forze di terra e 
mare delle ragioni di stalo neutro, impedimento 
agli sbarchi di soldati o alla entrata ne’ porti di 
legni contrarii alla Francia, promessa e debito di j 

non aflidare ad alcun forestiero il comando delle fi 

milizie napoletane o di alcuna fortezza. E dalla 1 

parte dell’imperator de’ Francesi lo sgombero in ^ 
trenta giorni dell’ esercito di Sainl-Cjr. 

Succedute le ralitiche il dì g di ottobre , il | 

generale Sainl-Cyr nel giorno istesso per le vie 
più brevi partì dal Regno, sollecito di congiun- 
gerei suoi battaglioni all’esercito d’Italia già com- 
battente su l’Adige. Piacque a’Napoletani la neu- 
tralità preservatrice dalla guerra, e cagione di 
tornar liberi da’presidii francesi e dal peso di 
mantenerli. Andava perciò benedettala prudenza 
del re, quando si udì essersi legato per trattato 
di Vienna (trattalore il duca di Campochiaro) con 
l’Austria, la Russia e l’ Inghilterra, contro la Fran- | 

eia, e date le ratifiche il di 26 di ottobre, dicias- I 
«ette giorni dopo le ratifiche date al trattato di 


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LIBRO QUINTO — 1805 257 

neutraliuìj e però nel tempo medesimo il re di 
Piapoll stipulava pace in Parigi, guerra in Vienna, 
ed a quelle azioni turpissime e alla fine esiziali 
si dava nome di sapienza e di senno di governo. 

Poco appresso, il giorno 19 di novembre, ap- 
prodate nel golfo molte vele, sbarcarono in Napoli 
ed in Castellamare undicimila Russi , duemila 
Montenegrini, e poco manco di seimila Inglesi. Il 
re, festeggiando l’arrivo di quelle genti, pose il 
proprio esercito sotto l’impero del generale russo 
Lascy. 11 quale, poco esperto di guerra e superbo, 
vantava certa la vittoria^ e nel circolo di corte, 
quando ebbe dalla mano del re, in segno di su- 
premo imperio, spada ricchissima, egli branden- 
dola in alto, disse: non la deporrebbe prima che 
non avesse rovesciato dal rapito soglio l’infame 
Còrso: di che fu in segreto deriso da’ circostanti 
e dal re. Cominciarono i consigli di guerra^ il re 
per il trattato di Vienna era impegnato a fornire 
trentamila soldati, ma vedendo di non aver pronti 
che dodicimila fanti c duemila cavalieri, prescrisse 
leva d’uomini e di cavalli. Stava in Napoli docu- 
mento schernito di pace e testimonio di tanta ne- 
micizia l’ambasciatore francese Alquier, il quale, 
dopo consigli non uditi a’ regii ministri e minacce 
spregiate, abbassò le insegne di Francia, e, chie- 
sto il congedo ed avuto, si partì da Napoli. Nei 
congressi per la guerra fu stabilito correre con 
una colonna di Russi e Napoletani le Marche, le 
Legazioni, ed attendere che altra colonna d’in- 
glesi, traversando la bassa Romagna e la Toscana, 
si unisse alla prima su la sponda del Po. Dove il 
generale Lascy, prendendo consiglio dagli eventi ^ 

Collei TA, T.H 17 


238 LIBRO QUINTO — 1805 

deciderebbe se avanzare in Piemonte a sostenere 
le parti dell’ antico re già sommosse, o combat- 
tere alle spalle l’esercito di Massena. Stringeva 
il tempo, imperciocché per solito fato delle con- 
federazioni gl’inglesi e i Russi erano venuti più 
lardi delle promesse, IN apoi i allora allora conscri- 
veva i soldati; c frattanto Buonaparte in Germa- 
nia abbatteva gli eserciti austriaci, Massena in 
Italia guerreggiava con virtù e fortuna degne del 
nome; ed il principe Carlo, mirando alle sventure 
dell’ Impero ed al bisogno di tenere aperto il cam- 
mino a ritirarsi, mutate veci, di assalitore assalito, 
portava indietro i suoi campi. Quindi Lascy e 
Greig generale degl’inglesi, rompendo le piace- 
voli dimore della reggia, accamparono, il primo 
negli Abruzzi e a Sangermano, f altro a Sessa ed 
Itri. La città ed il regno presero gli aspetti di 
guerra, sgraditi perchè tante volte precursori di 
vergogne e sventure. 

CAPO TERZO 

Ultimi fatti di quel regno. 

XXIX. 11 motto dell’ imperatore Buonaparte che 
nella sola guerra di Germania consistevano i de- 
stini di tutte le guerre di quell’anno, si avverava. 
Mentre Mack, sicuro ed altiero, guardava i pre- 
parati campi della Selva Nera , le legioni francesi 
marciavano con tal ordine e misura di tempi e 
luoghi, che a’ primi dell’ ottobre si trovavano nelle 
ordinanze debnite dalla mente del capitano, il 
quale schivando i posti premuniti, tagliando il 



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LIBRO QUIXTO — 1805 259 

cammino fra’l Tirolo e rescrcito tedesco, spie- 
gandosi a battaglia nel fianco sinistro delle linee 
nemiche, aveva accertata la vittoria prima che le 
offese cominciassero. L difBcIl opera volger la 
fronte di un esercito dove finiva U fianco, ma il 
generale tedesco, se fosse stato altrimenti che Mack 
esperto alle teoriche ed a’ campi, poteva eseguire 
il cambiamento e presentarsi intero al nemico; 
colui, non credente per molti giorni alle annun- 
ziate mosse de’ Francesi, quindi attonito e smar- 
rito, tramutò le schiere, le confuse, le disgregò; 
e l’oste intera francese, nel procedere, incontra- 
va spicciolati i Tedeschi incapaci a ritirarsi in. 
buon punto o soccorrersi tra loro, perchè man- 
cavano in quella nuova ordinanza tutte le parti 
della scienza difficile della guerra. 11 di 6 d’otto- 
bre eominciarono i combattimenti, e durarono 
cinque giorni sempre vincitori i Francesi; nè ve- 
ramente per maggior valore, ma per numero assai 
più grande, come ho dimostrato, e per ordini ser- 
rati contro genti divise. La fortezza di Memmin- 
gen cadde In un giorno; legioni intere deposero 
le armi; artiglierie, munizioni, cànove abbondanti 
furono prese; solamente nella fortezza e ne’ din- 
torni di Lima erasi accolto sotto lo stesso Mack e 
l’arciduca Ferdinando numero considerevole di 
soldati, ma quasi accerchiato dalle squadre fran- 
cesi. A queste infelici strette, per la ignavia di un 
solo , fu ridotta la fama ed il valore de^i Alemanni. 
. Per successi\'i combattimenti, tra quali fu san- 
guinoso quello di Elchingen, i marescialli Soult, 
Mai-mont e’I principe Murat, occupati gli sboc- 
chi d’Llma, chiusero la fortezza. L’arciduca Fer- 


260 LIBRO QUINTO— 1805 

(linamlo, vergognoso rii patire assedio e anelar 
prigione a’ Francesi, uscì tacitamente, e con quat- 
tro squadroni di cavalli per vie deserte cercò in- 
gannare o vincere i posti francesi, e riuscì per 
celerità di cammino e per arditi scontri a ripa- 
rarsi con poclii seguaci nella Boemia. Il generale 
Mack in l ima aspettava gli assalti del nemico, 
ma giunse araldo di pace che lo pregava evitar 
battaglie inutili e disperale. Ed entrando in par- 
lamenti, quel capitano tedesco, inabile a’ trattati 
quanto alla guerra, cedè la fortezza e diessi pri- 
gioniero col j)residio e con l’ esercito accampato 
intorno j vent ottomila fanti, duemila cavalli, ses- 
santa cannoni, quaranta bandiere, magazzini tra- 
boccanti. .Mira capitolazione fece abbassare le armi 
al coiq )0 del generale \ erneck, prima vinto, quin- 
di accerchiato dalle legioni del princijpe 3Iuraf. 
E per terza capitolazione furono dati a^ cavalieri 
dello stesso Murai numero grande di carri ebe 
andavano a convoglio sotto scorta di fanti e di 
cavalli: 3Iurat fra i luogotenenti dell’ imperatore 
fu il primo favorito della fortuna. E così nel breve 
giro di due settimane (da che fu detta la guerra 
de’ quindici giorni) un esercito alemanno di cento 
mila soldati fu debellalo, numerandosi di esso 
sessantamila prigioni, tra quali ventinove gene- 
rali, il generalo supremo, duemila ufilziali e po- 
lche migliaja di morti o feriti, molti dispersi e 
quindicimila spicciolati e fuggiaschi verso Vien- 
_ na per unirsi a Russi che già spuntavano in Mo- 
ravia. La gioia ne’ campi francesi fu grande; l’im- 
peratore narrando le maravigliose geste al senato 
di Francia mandò a trionfo con l’esercito prigio- 


LIBRO QUINTO — 1803 261 

niero ottanta bandiere^ duecento cannoni, gli ar- 
redi de’ campi; e tanta vittoria essendo costata 
duemila soldati alla Francia e però poco lutto, la 
contentezza parve piena; e sempre più si dimen- 
ticavano le ultime lusinghe della libertà, i^lack, 
tornato a Vienna, e condannato a perpetua pri- 
gionia, fini la vita in un castello della Boemia, 
egli è il medesimo generai Mack condottiero del- 
l’esercito napoletano l’anno 1798; e frattanto i 
suol ultimi fatti e le vergogne di L)lma non po- 
terono nelle opinioni del mondo assolvere i INa- 
poletani de’ tristi casi di quella guerra, tanto la 
loro sventura soperchiava la infamia del capitano. 

Era secondala guerra d’Italia: il maresciallo 
Massena la maneggiava per i Francesi, il principe 
Carlo per i Tedeschi, e le sorti dell’uno come del- 
l’altro andavano legate, anzi soggette alla guerra 
di Germania. Chè se Buonaparte era vinto o trat- 
tenuto sul Reno, forse il principe Carlo riconqui- 
stava l’Italia; ma poiché furono contrarie le vi- 
cende, e l’imperator de’ Francesi, vincitore al 
Danubio ed alTlnn, procedeva sopra Vienna, il 
generale austriaco non aveva altre parti ehe le in- 
felici di tardare il nemico e ritirarsi. Fu questo il 
carico dato al primo capitano della casa d’Austria, 
e per merito e nome tra’ primi di Europa. Dopo 
lunga sospensione d’armi, al termine <l’essa, il 
18 di ottobre tlel i 8 o 5 il maresciallo Massena 
varcò l’Adige in gran possa, ed aspettati sino al 
dì 29 i progressi di Buonaparte, diede in quel 
giorno batla^ia tra San Michele e San Martino, e 
la vinse. Seguì l’altra battaglia di Caldiero, felice 
a’ Francesi e sanguinosa tanto che vi fu triegua 


262 LIBRO QUINTO — 1805 

jicr interrare i cadaveri. Una legione tedesca sotto 
il generale Hillingcr, combattuta, vinta, accer- 
chiata, abbassò le armi. La città di \icenza, for- 
tificata da’ Tedeschi, espugnata da’ Francesi , diede 
trionfo di prigioni, di armi, di bandiere, e pro- 
fitto di abbondanti magazzini. Per combattimento 
in San Pietro in Gru, i Francesi valicarono la 
Brentaj e il di seguente, 6 di novembre, la Piave; 
c giorni dopo, senza contrasto, il Tagliamento. 
Presero Trieste: il principe di Roban, tagliato 
nel Tirolo, cercando per forza passaggio tra Fran- 
cesi, sempre vinto e attorniato da maggior nu- 
mero, davasi prigioniero con seimila fanti e mille 
cavalli; la città di Laybach apriva le porte al vin- 
citore. E in Laybach fini la guerra d Italia, per- 
ciocché l’esercito di Massena, col nome di ottavo 
corpo, confinava l’ala diritta del grand’esercito; 
c l’esercito del principe Carlo si confondeva ne- 

f li eserciti alemanni intorno a Vienna. Ebbero l 
rancesi nelle battaglie durevole fortuna; quin- 
dicimila prigioni, armi, bandiere, tutte le dol- 
cezze della vittoria; combatterono, egli è vero, va- 
lorosamente, ma nonmancava nè valore nè scienza 
nella opposta parte, respmta da’ destini di altra 
guerra lontana ed infelice. 

XXX. Buonaparte vincitore in Baviera, e già 
inteso dell’arrivo de’ Russi nella Moravia, ordiva 
il proseguimento della guerra; e quindi radu- 
nate in Monaco le sue legioni, le spediva per di- 
l'ezioni varie sopra base novella, donde poscia 
movendo per linee convergenti di operazione 
accennavano a \ienna; rincorava e rallegrava le 
sue genti nelle rassegne, che alla voce di libertà 


LIBRO QUINTO — 1803 2G3 

(magica ne’Francesi per tre lustri) era già succe- 
duta la voce di gloria j ed a quella di patria, Buo- 
naparte. Le milizie di Wurtemberg e di Baden si 
unirono a’ Francesi, altre di Francia raggiunge- 
vano r esercito j mossero perciò di Baviera ottanta 
mila combattenti. 1 resti dell’esercito austriaco 
acceleravano la ritirata, e spesso i relroguardi 
erano presi o sconfitti. Ma giungeva in Austria il 
dì 28 di ottobre la prima colonna de’Bussij e su 
le rive dell’lnn, con alcuni battaglioni e squadro- 
ni, il generale supremo Kutusow, noto nelle guerre 
di Russia, millantatore e superbo, che tenendo 
certa la vittoria dispregiava i Francesi, peggio i 
Tedeschi, e per arte o natura vjintava quell or- 
goglio a’ soggetti. 

Credendo debole la linea dellTnn, accampò 
dietro all’Ens; e benché accresciuto della seconda 
colonna, lasciò quel campi per attendere sopra i 
colli di Amstelten che guardano e difendono la 
città di Vienna. Pure in Amstetten assalito evinto, 
desertò il campo, e valicando il Danubio lasciò 
A’ienna preda facile al vincitore j sì che l’ imperator 
Francesco, uscendone colla famiglia, bandì saggio 
editto che imponeva ai popoli, non già resistenza 
inutile e rovinosa (come vedemmo in altri regni), 
ma ubbidienza al vincitore, e sempre durevole 
amore alla patria, alla indipendenza e al sovrano 
dato da Dio. Chi leggesse le costituzioni dell’Au- 
stria o giudicasse di lei dai paesi vinti, crede- 
rebbe sfortunati e scontenti i suol popoli; ma chi 
vivendo in Austria meglio consideri la natura dei 
principi, la natura dei popoli, l’amore veramente 
paterno dei primi, la filiale sicurezza degli altri. 


2G'i LIBRO QUINTO — 1805 

la polizia troppa ma giusta ^ il codice criminale 
liarbaro ma sincero, le pene, benché aspre, con- 
formi al sentir tardo di quelle genti, e poi lo stu- 
dio de’ magistrati di piacere al popolo, la po- 
verUi soccorsa, l’agiatezza comune, il viver lieto, 
e cento altre municipali usanze fondamento di 
civiltà) cessa la meraviglia di veder popolo, beato 
de’ suoi legami, correre volontario alla guerra 
dietro la voce dell’imperatore che paternamente 
lo Invita. Debbesi a questa politica simpatia dei 
sudditi e del principe il miracolo, nel passato, di 
aver sostenuta mole si grande di eserciti e di 
sventure, e nel presente la concordia, sola in 
Europa, dei soggetti e dei reggitori. Che dal do- 
minio assoluto, ma di padre o di principe beni- 
CTamente riformatore, può derivare (per quanto 
dura il bisogno di passiva obbedienza ) stato com- / 

portabile o felice, come l’essere governati dalla i' 
sfrenata potenza di re nemico, èia miseria estre- ^ 

ma di un popolo. j 

Per lo editto dell’imperatore Francesco entra- 
rono a Vienna i Francesi, quasi amici, nel gior- 
no 1 8 di novembre, e le milizie viennesi guar- 
davano i posti interni della città, e per fino le 
stanze dove l’imperator nemico albergava. Nel 

g iorno medesimo l’ avanguardo francese valicò il 
•anubio, e tutta l’oste nei seguenti giorni pro- 
cedè verso di Olmutz, dove unito e possente stava 
l’esercito austro-russo. L’imperatore Alessandro , 

tra le file dei soldati andava rammentando il fa- 
cile trionfo dei popoli del Settentrione sopra genti | 
molli per natura e per uso, guerreggianti nel 
verno sotto cielo inclemente) ma più fiero il ge- 


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LIBRO QUINTO — 1805 265 

neral Rutusow prediceva poca gloria alle ban- 
diere dei Russi, perchè al primo vederle f»ggi- 
rebbe il nemico, l’ronti così ad assalire stavano 
sessantacinquemila Moscoviti, diciotto mila Ale- 
manni, che il dì 28 dello stesso novembre mos- 
sero da Olmutz ad affrontarsi ai Francesi; ma 
questi non vinti retrocederono per comando di 
Buonaparte, il quale aspettava l’arrivo di altre le- 
gioni, e cercava terreno meglio adatto a dar gior- 
nata. Ma i Francesi, giunti ai campi di Austerlitz 
il giorno 1 del dicembre, fermarono; e i due eser- 
citi, però che la notte era vicina, apprestarono 
la battaglia per il di vegnente. Quel terreno, ac- 
concio a grandi geste di guerra, aveva pianura 
per i cavalli, colline Fune all’ altre addossate, di- 
cevoli alle arti della tattica, e laghi, e boschi, e 
impedimenti, venture a chi vince. Sorgeva in 
mezzo della linea dei Russi, a cavaliero, il colle 
detto Pratzen le cui pendici si perdono ne’ piani 
del diritto lato e negl' impedimenti del sinistro; 
l’occupavano i Russi, e nella notte i numerosi 
fuochi mostravano che vi accampassero molte 
genti. Ma nel mattino, movendo le schiere, non 
misurato il tempo, restò sguernito e quasi vuoto 
quel poggio, mentre le colonne russe dell’ala 
manca s’ingombravano nei viluppi detti di sopra, 
c le altre della diritta si spiegavano alla pianura 
in ordinanza di battaglia. Buonaparte, 'visto l’er- 
rore del nemico, facendo avanzare a corsa tre le- 
gioni, e comandando che in tutta la linea fossero 
gli Austri-Russi assaliti, disse a’ circostanti già 
vinta, benché appena cominciata, la battaglia; e 
difatti rotta nel rratzen la debole ordinanza ne- 


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2G6 LIBRO QUINTO — ISO!» 

mica, furon le due ale battute in fianco ed a 
fronrte. 11 corpo maggiore dei Russi, quel di sini- 
stra, formato in colonna, rattenuto nella fronte, 
• impedito a spiegarsi dai muri e laghi e impac- 
ci, stava a segno di strage sotto le artiglierie fran- 
cesi, e più era in loro disciplina e valore, più 
erano le morti; ma infine per naturale istinto di 
vita si scomposero gli ordini, e ciascuno a pro- 
prio senno cercava salute fuggendo. Erano gelati 
due laghi, ma debolmente da non sostenere nè 
cavalli nè uomini, pure disperazione o necessità 
fece a parecchi tentarne il varco, e vi rimasero 
trattenuti, quindi presi o morti. L’annientamento 
dell’ala sinistra portò debolezza e scompiglio alla 
diritta ed al centro, cosi come nella opposta parte 
la certa vittoria doppiò l’animo e le forze; nè 
più si combatteva se u valore dei Russi compor- 
tava che avesse il nemico fati! trionfo, ma durò 
la guerra l’ intiero giorno. Suonando aitine a ri- 
tirata i tamburi russi, gli avanzi del collegato 
esercito soprastettero molte miglia indietro del 
campo, e Toste francese riposò fortunata dove 
avea vinto. Rivolgo il pensiero dagli effetti dolo- 
rosi della giornata, che fu mesta da troppe morti 
anche al vincitore; e dirò di salto che all esercito 
russo, per generosità di Buonaparte, fu concesso 
il ritorno alle sue terre, e che i legati degl’ impe- 
ratori d’Austria e di Francia, convenuti a Pre- 
sburgo per gli accordi, stabilirono ( ciò fu a’ 2 6 
del dicembre di quell’anno i8o5) fra molti patti 
quelli che qui riferisco perchè importanti* alla 
nostra istoria. Pace: aggiunti al regno d’Italia gli 
stati veneti posseduti dall’Austria per i trattati 


LIBRO QUINTO — 1805 267 

di Campoformio e di Lunevillej i regni di Baviera 
e di Wiirtemberg ed il dueato di Baden ingran- 
diti di città e terre austriache in ricompensa della 
confederazione colla Francia; riconosciuto dal- 
l’imperatore d’Austria il regno e re d’Italia, ed 
il nuovo stato di Piombino e di Lucca. 

Per gli alleati dell’ Austria non si trattò; l’eser- 
cito di Alessandro, con itinerario fissato dal vin- 
citore, tornò in Russia; restò la gran Bretagna 
nemica, Napoli abbandonata. Ed in mal punto, 

E ercioccbè F ira di Buonaparte contro la casa dei 
orboni era grande e manifestata in un bulleltino 
(cosi chiamava i commentari di guerra) nel quale 
diceva : « di avere spedito Saint-Cyr con esercito 
*> poderoso a punire i tradimenti della regina di 
» Napoli, ed a precipitare dal trono donna colpe- 
n vole che tante volte sfrontatamente aveva pro- 
>» fanato quanto di più sacro hanno gli uomini; 
» che le praticate intercessioni di potentato stra- 
» niero erano tornate vane, la dignità della Fran- 
n eia, quando anche cominciar dovesse nuova 
M guerra e durarla trent’anni, non comportando 
n che malvagità sì grandi restassero impunite. 
M Aver dunque i Borboni di Napoli cessato di 
»? regnare, e de’ suoi precipizi esser cagione l’ul- 
j» lima perfidia della regina: andasse ella in Lon- 
y» dra, accrescesse il numero de’ briganti ». 

Fa maraviglia os.servare dalle narrate cose che 
a’ 17 di ottobre cadesse a’ Francesi la fortezza di 
Lima dandosi prigione il maggiore esercito te- 
desco, ed a’ a 6 di quel mese il re di Napoli rati- 
ficasse la lega con la già debellata casad Austria; 
che a’i 3 di novembre i Francesi occupassero 


268 LIBRO QUINTO — 1805 

Vienna, città capo dell’ Imjiero, non essendo ba- 
stati a difenderla i freschi eserciti austro-russi, 
e sette giorni più tardi ricevesse il re ne’ suoi 
porti le armate inglesi e moscovite, facendo la 
nemicizia e la mancata fede irrevocabili e mani- 
feste} e che, già succeduta la pace di Presburgo, 
stessero le milizie napoletane, a documento di 
ostilità, su le frontiere del Regno, pronte con 
gl’inglesi a prorompere negli stati d’Italia. Le 

2 uali stul tizie traggono cagioni dall’odio cieco 
e’ sovrani di Napoli alla Francia, e dall’arren- 
Uevole servitù dei ministri, e da ignoranza co- 
mune. 

XXXI. L’esercito di Saint-Cyr destinato a con- 
quistar Napoli era forte di trentaduemila com- 
battenti; ma stando in cammino lo raggiunsero 
altre schiere, e duce sopra tutte il maresciallo 
3Iassena, il quale in tre colonne, una del centro 
di quindicimila soldati, altra di sinistra di dodi- 
cimila, e la terza di diecimila Italiani, procedeva 
a gran giornate verso il Regno. Veniva con l’eser- 
cito, portando nome di principe dell’ Impero e 
luogotenente dell’Imperatore dei Francesi, Giu- 
seppe Buonaparte fratello a Napoleone; sì che 
celeremente avanzavano la vendetta, la conquista 
e nuovo re. I generali russi ed inglesi, agli an- 
nunzi che succederono rapidamente della presa 
di Vienna, della battaglia d’Austerlitz, della pace 
di Presburgo e del vicino al Regno esercito fran- 
cese, convenuti a consiglio nella città di Teano, 
deliberavano se difendere Napoli o abbandonarlo. 
Lasey e Greig erano per il secondo partito; An- 
dres, generale russo, rammentando i patti della 


LIBRO QUINTO — 1805 269 


lega, lafitlanza in essa deire di Napoli, la perdita 
certa del trono se fusse in quei cimenti abban- 
donato, la viltà e l’onta di fuggire innanzi a ne- 
mico non visto, il discredilo al nome de’ sovrani 
di Russia e d’Inghilterra per aver volte le spalle 
nel bisogno maggiore a principe piuttosto sedotto 
che venuto libero all’ alleanza, e per altri gene- 
rosi argomenti, proponeva restare se non a vin- 
cere, a combattere, e se non a serbare il regno 
a’ Borboni, a pagare il debito dell’amicizia. Ma 
prevalendo la sentenza de’primi, Andres replicò: 
K la storia dirà che io sedeva tra voi, ma che fu 
il mio consiglio contrario al vostro E difatti la 
giusta dispensiera del biasimo e della lode ha in 
agina registrato il magnanimo intendi- 
ell’ oratore. 

Lascy scrisse al generale Damas, secondo nel 
comando de’Napoletani, che, non potendo difen- 
dere con poco esercito tutta la frontiera del Regno, 
andrebbe egli ad accampare nelle terre ti’a Gra- 
vina e Matera. Indi a pochi giorni l’ambasciatore 
di Russia denunziò al governo di Napoli: «dovere 
le schiere moscovite uscire dal reame di Napoli- 
intcndersi (aggiungendo al mancamento il dileg, 
gio) ristabilita la neutralità tra la Francia e le due 
Sicilie r. Nè andò guari che Inglesi e Russi, ab- 
bandonando gli accampamenti delle frontiere, 
bruciando il ponte di barche sul Garigliano, mar- 
ciando co’ modi e le ansietà del fuggire, imbarca- 
rono ne’ porti della Puglia, i Russi per Corfù, 
gl’inglesi per Sicilia. E cotesti Inglesi, tornando 
dalla frontiera, tentavano d’impadronirsi, sotto 
specie di amicizia, della fortezza di Gaetaj ma il 


questa p 
mento d 


2:0 LIBRO QUINTO — 1805 

f enerale die la comarulava, prindpe d’Hassia 
’iiUipslatU, gli respinse con lellere, con mes- 
saggi ed alfine con le armi. 

XXXII. A quegli aspetti e pericoli, la casa di 
Napoli scordata ne’ trattati di pace, schernita da- 
gli agenti dei re suoi collegati, sola con la me- 
moria de’ suoi passati mancamenti, trepidata. Con- 
vocato consiglio, il re mostrandosi rassegnato alle 
male venture diceva unico scampo la Sicilia, e 
sola speranza di regno nell’ avvenire; il princijie 
Francesco, timido ed inesperto si taceva; i vili 
ministri del re, benché in animo distaccandosi 
dal sovrano infelice, secondavano le voglie di 
lui perchè infingarde e sicure. Ma la regina, sem- 
pre animosa nelle airversità, rammentando i pro- 
digi del 99, viventi ancora i campioni di quel 
temjio, spente co’ traditori le interne tradizioni, 
ordinato l’esercito su la frontiera, e già levate 
nuove milizie, diceva possibile il vincere, facile 
il difendersi, certo almeno l’onore di resistere, 
vergogna lasciare un trono da fuggitivi; spartiva 
le incumhenze tra il principe trancesco negli 
Abruzzi, il principe Leopoldo nelle Calabrie, lei 
stessa nella ferra di Lavoro e nella città, il re in 
Sicilia. La qual sentenza componitrlce dei varii 
pareri, lasciando a’ timidi sicuro asilo in Palermo, 
ed agli ambiziosi vasto campo nelle agitazioni 
del Regno, fu applaudita. Colei non avvertiva che 
erano i tempi mutati dal 99; che l’amore de’po- 

} K)li abusato strugge sé stesso; e che il pregio di 
edeltà andò si pieno di misfatti e d’infamia, che 
erasl ormai voltato a dispregio e divenuta ingiu- 
riosa la parola di Santa lede. Ma le opinioni vere 



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LIBRO QUINTO — 1805 271 

de’ popoli raro giungendo all’orecchio dei re, e 
la regina credendo facile il rinnovamento dei 
popolari prodigi, chiamò a sè gli uomini più noli 
di Quella parte. Fra Diavolo, Sciarpa, Nunziante, 
Rodio, e con maniere allettatrlci delle quali ab- 
bondava, dato l’ordine di altruppar genti, gli 
avviò nelle province. Così nella reggia. 

. 11 maresciallo Massena giunto a Spoleto, con 

arringa scritta (della ord/'/ie r/c/ gibn/o) da leggere 
a’ soldati, manifestò il proponimento di conqui- 
stare il regno di Napoli da qualunque fusse di- 
feso, e dopo i consueti ricordi all’ onore, alla 
gloria, alla disciplina, raccomandò il rispetto ai 
popoli ed alle leggi. Ed un bando del principe 
Giuseppe, da Ferrenlino, diceva :« Napoletani! 11 
vostro re ha mancato alla fede dei trattati, e l’im- 
perator Napoleone giusto quanto potente, per di- 
mostrare all’Europa il rispetto che si debbe alla 
fede pubblica, darà castigo condegno alla colpa. 
Voi che non aveste parte alla perfldia, non ne 
avrete alla pena. 1 soldati francesi saranno come 
vostri fratelli >•>. 

E lo stesso principe a’ soldati; « Noi combatte- 
remo i Russi, gl’inglesi; noi puniremo la corte 
che gli ha chiamati a dispregio delle più solenni 
e giurale stipulazioni; noi rispetteremo i popoli. 
Se i confederati del re non aspetteranno il nostro 
arrivo, se i Napoletani non vorranno partecipare 
alle colpe di una corte che ha sempre tradito i 
loro interessi, non resterà per noi altra gloria che 
la disciplina ». 

Si leggevano q[uei fogli. 11 cardinale Fabrizio 
Ruffo, già capo della Santa Fede, mandato al 


i:-2 LIBRO QUINTO — 1805 

f trinclpe Giuseppe e male accolto, prosegui verso 
’arlgij e la corte di INapoll temendo die il nome 
dell’ ambasciatore avesse nociuto all’accoglienza 
dell’ ambasciata, inviò il duca di Santa Teodora, 
nome nuovo e senza parti. Fu accolto; ma quando 
espose che il re aveva mancato alla neutralità con 
la Francia sol per forza patita da’ Russi e dagli 
Inglesi (menzogna grossolana e manifesta), U prin- 
cipe francese ruppe l’udienza, dicendogli; rima- 
nesse o partisse a suo bell’agio, ma. col divieto di 
parlargli di accordi. Santa Teodora tornò in Na- 
poli, e narrando le udite o viste cose, ebbe co- 
mando di aspettare presso a Giuseppe qualche 
opportunità per la paca Procedendo le colonne 
francesi e quasi toccando la frontiera dal Regno, 
non rimaneva speranza che nel popolo. 

Sorgeva nella città presso al mare su la riva 
di Ghiaia piccola cappella votiva a sant’Anna, 
in antico scordata, chiusa, bruttata d’ immondizie 
all’intorno, casolare deserto piuttosto che tempio; 
ma per il tremuoto di quell’anno, descritto in 
questo libro, sali nelle credenze a tanta santità 
che i devoti ne allargarono le pareti, le cuopri- 
rono di presenti, ed andavano a folla ne’ dì festivi 
a pregare e cantar inni. A quella cappella si con- 
dusse aspettata la regina con la famiglia, tutti a 
piedi processionando vestiti a bruno, con altri 
segni di penitenza e di dolore, portando in mano 
ricchi doni al santuario. Popolo immenso la se- 
guiva, ma lo scopo mancò; imperciocché la re- 
gina che memore del valore di ipielle genti nel- 
I anno 1 799, sperava di concitarle a simile guerra, 
osservò che al grido, nVa il re, muoiano iFrancesi ^ 


LIBRO QUINTO — 1806 273 

di persone apprestate, seguiva silenzio degli astan< 
ti, o voce divota per sant’Anna. Ne’ medesimi 
giorni tornavano dalle province i commissari dèi 
tentati sollevamenti riportando che le concette 
speranze erano cadute, la plebe indi£ferente ai 
travagli della reggia, e i possidenti armati per 
impedire il rinnovamento de’ disordini del gg. 
Più largo alle promesse era stato il brigadiere’ 
Rodio, e più sincero e sollecito fu al disingaimo; • 
il solo Fra Diavolo attruppò duecento tmti ed 
andava con essi correndo e rapinando le sponde 
del Garigliano. 

Sorte irreparabile percoteva la casa de’ Borboni : 
fuggire, lasciare il regno, scampar la vita in Si- 
cilia, sperare nelle mutabilità del tempo e della 
fortuna, erano le necessità di quei principi. Il re, 
il 23 di gennaro del i8o6, si partì alla volta di 
Palermo , lasciando vicario del regno il figlio 
primo nato principe Francesco. Furono intanto 
sguerniti di milizie i confini per accamparle in- 
torno a Napoli, sciolti gli attruppamenti volonta- 
ri, nudato di guardie tutto il paese insino a Ca- 
pua, e solamente guernite le fortezze. Indi a poco, 
per lo appressar del nemico e la freddezza dei 
soggetti, disperando difese fuorché in Calabria 
dall asprezza dei luoghi e dall’indole armigera 
degli abitatori, la regina in\iò le schiere assol- 
date (sedicimila uomini) sotto il generale Damas 
nelle strette di Campotanese. E fu di febbraio 
ella con le figliuole e qiianti rimanevano ministri 
ed alti par^ani sopra vascello partì, mentre i 
due principi Francesco e Leopoldo per la via di 
terra celeremente raggiunsero e trapassarono l'e- 

COUETTA, T. Il, 18 


LIBRO QUINTO — 1806 

scrcito di Calabria j ponendo le stanze in Cosen- 
za; e di là incitando per comandi e preghiere alla 
guerra. 

Due bandi pubblicò il vicario partendo: uno 
esponeva la perfidia del nemico, la sua durezza 
in rifiutare gli accordi, la mira manifesta d’im- 
padronirsi del regno; malvagità tanto peggiori 
(egli diceva) quanto più la corte di Napoli era 
stata mansueta, leale, e sempre amica di concor- 
dia e di pace. E che sebbene i sudditi si mostras- 
sero pronti a sostenere con Tarmi le ragioni del 
trono, l’animo pietoso del re non tollerava che il 
suo popolo sfidasse lo sdegno e la vendetta di 
barbaro nemico; e che perciò questa parte di re- 
gno vuotata da milizie piegasse al destino, e ser- 
bando in^ cuore costante alFetto al re, padrone 
dato da Dio, aspettasse la sua liberazione dalle 
armi borboniche; le quali poderose e risolute di- 
struggerebbero nelle Calabrie, sotto il comando 
suo c del suo fratello principe Leopoldo, le sehiere 
francesi, per poi volgere alla capitale e riassumere 
il governo de sudditi amatissimi. 

Detti fallaci e derisi.L’ altro bando nominava al 
consiglip di reggenza il tenente-generale don Die- 

§ 0 Naselli Aragona, il principe di Canosa uomo 
i onesta vita (padre a quello dello stesso nome 
noto oggi per diversa fama), il magistrato Miche- 
langelo Cianciulli. 

XXXIII. Era certa la conquista ma di alcuni 
giorni lontana; e certo il nuovo re, ma reggeva 
lo stato l’autorità dell’antico. La plebe, avida, 
scatenata, infrenabile da forze legittime perchè 
mancanti o svogliate, certa di perdono dal vinci- 



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LIBRO QUINTO — 1806 275 

lore per allegrezza e prudenza della conquista^ e 
perchè le colpe o i colpevoli si sperdono fra i 
tumulti, minacciava e impauriva gli onesti della 
cittài mentre i reggenti, deboli per vecclilezza, 
inesperti al governo dei popoli ed a’ pericoli, ti- 
midi dell’antico re, timidi del nuovo, stavano 
fisi a mirar gli eventi e smarriti. I partigiani dei 
Francesi assembrati nascostamente per prow^ede- 
re alla propria salvezza ed alla quiete della città, 
ma senza ordini o capi, varii d’animo e di senno, 
sperdevano le ore, che veloci e pericolose fuggi- 
vano; quindi tra loro moli agitati, costernazioni, 
timori; ma pure speranze ed allegrezza. E fu ven- 
tura che i primi della parte borbonica fossero 
fuggitivi, cosi che la plebe divisa pur essa ed in- 
certa, ignorando il modo di prorompere, dissi- 
pava i tempi e le occasiona 

La reggenza, inviati al principe Giuseppe il 
marchese Malaspina e il duca di Campochiaj-o 
ambasciatori ad informarlo dell’autorità venuta 
in lei dall’ editto regio, e proporre armistizio di 
due mesi, udì per assolute risposte, cedesse le 
fortezze, aprisse le porte della città, o si aspettasse . 
render conto di ogni stilla di sangue francese o 
napoletano, che fusse versata per guerra stolta 
ed inutile. Così che stringendo il tempo e i timori, 
stando l’esercito francese presso alle mura di Ca- 
pua, gli ambasciatori medesimi concordarono, a 
solo patto di quiete pubblica e di rispetto alle 
persone ed alle proprietà, la resa delle fortezze 
e de’ castelli del regno, il libero ingresso nella* 
città, l’obbedienza al conquistatore. Così cessato 
il timore della guerra esterna, crescevano per lo 




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27G LIBRO QUINTO — 1806 

avvicinamento del F rancesl e per la voce plebea 
che quegli accord.1 venivano da tradimento, 1 pe- 
ricoli Interni della città j Insurgevano 1 prigionieri 
a rompere 1 ceppi e le porte, si assembravano a 
gruppi nelle piazze più frequentate 1 làzzari ed 1 
già noti nel sacco del gg. Così finiva il giorno la 
di febbraio e per molti segni l’alba vegnente pa- 
reva dovesse illuminare lo spoglio e le stragi nella 
città. Ma in quella notte, in un congresso di par- 
tigiani francesi, uomo risoluto così parlò: 

« La nostra vita o la nostra morte, la quiete 
j5 della città o lo scompiglio stanno nelle nostre 
« mani. La reggenza è una forma vana di gover- 
n no, sprovvista di credito e di forze, i tribunali 
n sono chiusi, la polizia flagellata dalla mala co- 
« scienza si nasconde, mancano re, leggi, magi- 
« strati, ordini, forza pubblica; la società è dun- 
ìi que sciolta, ogni cittadino debbe provvedere 
r. ;lla sua salvezza; chi dimani sarà primo in ar- 
mi, sarà vincente, lo propongo star desti ed ar- 
jj mati, e prima che il giorno spunti correre alle 
y> case dei compagni, unirgli, e andando , cre- 
n scere di numero e di possanza. La piazza Me- 
)ì dina sarà nostro campo, e di là, spartiti a pat- 
»! tughe , percorreremo la città per raccorre i 
»! buoni, sperperare i tristi, opprimere i contu- 
n maci. Se al primo sole cento di noi andremo 
»! uniti, sarà nostra la città e la vittoria; ma se 
»! precederanno venti o meno làzzari armati gri- 
»» dando sacco e guerra, noi soffriremo guerra, 
»! sacco, ed esterminio »». L’animoso disegno fu 
applaudito. Altri più rispettoso alle leggi, con bel 
dire aggiunse che di quei pericoli si parlasse alja 










LIBRO QUINTO — 1806 277 

reggenza, e si ottenesse j>er decreto rarmamenlo 
de buoni, offerendosi ambasciatore. Kd il primo; 
« Tu andrai ad aringare i reggenti, io ad avvi- 
sare i compagni, e non cercando dei successi 
« tuoi, sarò dimani primo ed armato per la città 3 ?. 

La reggenza impaurita dalle udite minacce della 
plebe, come dall ardire del partigiani francesi, 
aderì all inchiesta, e fece decreto che, stampato 
nella notte, fu affisso, prescrivendo <piiete a cit* 
tadmi, e di essa difensori i gentiluomini di o°-ni 
none, facoltati ad armarsi ed a percorrere come 
città. E cosi nel mattino del 1 3 
di febbraio alcune migliaja di cittadini onesti ed 
aimati andavano a partite per le vie e le piazze; 
mentre i làzzari, maravigliati e dispettosi, accu- 
sa\ano la tardità dei loro capi. Stavano le armi in. 
mano ai partigiani di Francia, quei medesimi che 
poco innanzi, seguaci di repubblica, avevano sof- 
ferto la prigionia o l’esilio; ed erano fresche le 
memorie, vivo il dolore delle patite stragi del qo, 
e con essi abitavano la' città molti dei più feroci 
persecutori, c tutti i giudici delle Giunte di Sta- 
to, e giungeva esercito amico e potente. Cosi che 
invitavano alla vendetta, facilità di conseguirla, 
giusto dolore, istinto ( quasi di umanità) e cer- 
tezza di andare impuniti. Ma virtù civile si op- 
pose; le case dei malvagi furono guardate, c dal 
Imiore che la mala coscienza suscitava, vennero 
(pei tristi rassicurati- per discorsi e per opere del- 
1 opposta parte. Allora fu visto la utilità delle guar- 
die cittadine nei politici sconvolgimenti; e poscia 
ricomposte ne moti civili degli anni successivi, 
tre volte salvarono la città e le province che della 
città si fanno esempio dalle neepùzie del gg. 


278 LIBRO QUINTO — 1806 

Durò queir ordine due giorni, però che al mez* 
zo del di di febbraio del 1806 giunsero alle 
porte le prime squadre francesi. Quante passioni 
racchiude un popolo, quanti interessi un regno 

S endevano in sospeso j chi fuggiva, chi nascon- 
evasi, chi andava incontro al vincitore j sospet- 
ti, speranze, ambizioni agitavano a gara T animo 
dei Napoletani. 


Fine del Tomo II. 


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SOMMARIO 

- I . 

\ 

' DELLE MATERIE CONTENUTE IN QUESTO VOLUME 


CAPO TERZO. 

rcBBRA sventurata contro la repubblica Francege. Moti 
nel regno. Fuga del re. Vittoria e trionfo dell’etercito 


dì Francia ....... 

pag. I 

Guerra contro la Francia .... 

» ivi 

Preparamenti de’ Francesi nella frontiera di Roma 

n 5 

Irruzione dell’ esercito di Napoli negli stati romani 

» 7 

Il re di Napoli entra in Roma trionfatore . 

» 9 

Prime, poi altre sventure deU’ esercito . 

» Il 

Fuga del re da Roma. Ritirata dell’esercito 

» 15 

Imprese de’ Francesi contro Napoli, e loro venture 

» 18 

Bando' del re al popolo. Grandi successi 

» 20 

Il governatore di Gaeta rende vergognosamente la for- 


Iczza ........ 

» 25 

Assalti a Capua e difese ..... 

» 24 

Disordini e sconvolgimenti nello interno del regno 

» 26 

Fuga del re e deUa casa per Sicilia . . 

« 29 

Errori e colpe del vicario ..... 

« 32 

Triegua co’Francesi e peggiori disordini nella cittìi.Fuga 
del vicario ....... 

Ambasciatori napoletani al campo francese. Nessuno 

» 35 

successo,. 

»■ 41 

È preso daRa parte francese il forte Santelmo 

» 44 

Stato senza leggi. Assalti alla città, e vittoria de’Fran- 

u. 

CCM • • • • ■ » 

lugrtwo del generale Clhampionnet , e fèste pubblidie 

1, 46 
» ,49 




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280 


SOMMARIO 


LIBRO QUARTO 

Repubblica Partenopea , dal gennaio al giugno -1799. 

CAPO PRIMO. 


Leggi c proyyedimenti per ordinare lo stato e la re- 


pubblica ..... 

. pag. 

53 

Initituzione della repnUilica napoletana. Orazioni. Fette 

» 

ivi 

Stato morale del popolo 


99 

59 

Regole del nuovo governo e leggi varie 

, * 

99 

62 

T oglie di guerra , scontentezza pubblica 

, , 

99 

66 

Penuria e provvedimenti . 

, , 

99 

68 

Simili provvedimenti per le provinole . 


99 

:i 

Discordie interne 


9} 

73 

Proposizioni di Mario Pagano per i nnovi 

statuti della 



reiiubbllca • • # • • 

, , 

99 

75 

Partenza da Napoli del generale Champion net. Occu« 



pozione della Toscana da’ Francesi . 

• • 

99 

77 


CJLPO SKCOKDO.' 


Sollevazioni de* Borboniani nelle proTÌnde. Geste del 
re di Sicilia e degl’ Ingleai contro la repubblica. Ge- 


sle in difesa di lei , 

• • 99 

79 

Tumulti e guerre nelle provincie . 

• • 99 

ivi 

In Almi77n ..... 

a * a 99 

80 

In Terra di Lavoro .... 

m 99 

ivi 

Nel principato di Salerno . 

• a 99 

82 

lo Basilicata 

e » 99 

83 

Nelle Puglie ..... 

m a 99 

85 

Nella. Calabria . . ■ . 

__l a 99 

87 


Viene in Calabria per le parti del re il cardinale Fa - 
briiio RuJq . . t . . . « 


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SOMM.\RIO 


281 

Espugna Colrone 


ai 

Patteggia con Catanzaro ..... 

99 

a2 

Navi nemiche scorrono i mari di Napoli 

99 

33 

Disavventure del celebre Dolomien 

99 

34 

Strage de’ Francesi ciechi in Agosta 

99 

isi 

Spedizioni militari nelle provincie 

99 

95 

Poco senno e male venture del generale Schipani . 

99 

91 

Espugnazione di Sansevei'o da’ Francesi 

99 

99 

Distruggimento d’ Andria ..... 

99 

102 

E diTrani . . . ^ . . 

99 

IM 

Sommissione della Puglia ma di poca durata 

99 

106 

Richiamo de’ Francesi dalle provincie, successi de’ Bor- 


boniani ......... 

99_ 

ivi 

Progressi del Cardinal RulTo e di altri capirbande . 

il 

107 

Nuova costituzione della repubblica napoletana. 

dal 


commissario francese Abrial 

*y 

no 

Espugnazione e distruggimento di Altamurh dal cardi* 

nal Ruffo . . . . . 

99 

III 

Le schiere francesi mettonsi a campo in Caserta . 

- .il 

113 


RÌTol({imenti di Lettere, Castellamare, GragnanOj eca- 

. . . . • . . . «9 LL4 

BÌTolgimenti di Salerno^ e castighi ...» ivi 
Le schiere iraacesi abbandonano gli stati di Napoli » II6 

CAPO TEBZO. 

Dopo la ritirata dell’esercito francese, precipizi della re - 
pubblica . . . . . . > » 1 19 

Lusinghe del governo repubblicano e proTvedlmenti » ivi 
Festa repubblicana detta delle Bandiere . » 120 

Gli Anglo-Siculi prendono Prodda ed Ischia . » 122 

I repubblicani tentano di ricuperare qneUe isole . » ivi 

Secreti maneggi nella città a prò del re. Congima di 
* Baker • » 123 



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282 


SOJDIARIO 


■ 

Le truppe della Santa Fede procedono contro la città 

126 


Disegni de’ repubblicani per la guerra . 


127 

1 

Infelici successi . ... 

99 

128 

1 

Madri della patria. Provvedimenti di sicurezza pubblica 

91 

129 

« 

} 

Perdite del generale Schipani .... 

9> 

IBI 

J 

Assalti a Vigliena ed al ponte della Maddalena 

99 

132 

t 

Morte di Luigi Serio ...... 

» 

133 

• 

È ferito il generale Wirtz ; fugato il campo dei repubblu 



cani . . . . ... 


T34 


I repubblicani si chiudono nei castelli; perdono quello 



del Carmine ....... 

99 

135 

' 

Capitolazione del piccolo forte di Castellamare 

99 

137 

. 

Sortita de’ repubblicani dal castelli della città 

99 

138 


Offerta di pace dal cardinale al Direttorio . 

99 

139 


Triegua. Consultazioni tra repubblicani 

99 

140 

t 

1 

Pace. Capitolazioni dei castelli presidiati dai repubblicani » 

141 

V’'iolazione dei trattati dalla parte del re 

99 

144 

1 B^a di Santermo y Capna , Gaeta. Infame procedere del 

f 

colonnello francese Megèan .... 

99 

145 


Segni della repubblica scmnparsi 

99 

146 



LIBRO QUINTO 

' Regno di Ferdinando IV. — • Anno 1799 a 1806. 

CAPO PRIMO. 

Il Tt Ferdinando Borbone > rifacendo il ^tovcrno eccede 

' in tirannide . i» IA7 

Disordini e stragi nella città . . . .- m ivi 

Mancamento alle capitolazioni dei castelli per opera di 
lady Hamilton . . . . . . u 149 

Condanne: tra le prime quella dell’ammiraglio Carkcciolo » 1 52 
Leggi dr maestà . , . . . . , ' n 154 



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SOMMARIO 


283 


Appariaione nel mare del cadavere di Cai-àcciolo . pqg, L59 
Barbare stragi della plebe, ma ultime . . . » I6Q 

' Giudizi contro personaggi chiarissimi : perrersità dei giu- 
dizi: spietate condanne I6I 

Processo e condanna della Sanfelice; degli ufBziali di ar- 
mata ; dei magistrati della città . . , w 170 

Fremii e doni ai partigiani della monarchia . . » 172 

Scrutinio degli ufSziali dell’antico esercito} composizione 
del nuovo . . ^ i . » 175 

CAPO SSCOHDO. 

Imprese guerriere del governcr di Napoli ■ , » 1 80 

Spedizione infelice sopra Roma . . . . » ivi 

Altra con buon successo; e capitolaiioni degli stati di 

Roma . . . . . Ji 183 

Il generale Bourcard, quindi il tenente-generale Naselli 
d’Aragona gOTeniano Roma, in nome del re di Napoli 
con leggi pessime . . . . . . • ■ » 185 

Ritòrno in Europa di Buonpparte ; casi di Francia n 189 
n Cardinal Ruffo va al conclaye in Venezia; il principe 
del Cassero è viceré in Napoli ....... 191 

Scoperta, ed introduzione fra noi, del vainolo vaccino » .192 


Remissione, detta InduUo, dei delitti di Stato . . » 194 

È fondato Pordine cavalleresco di S. Ferdinando . w 195 

Leva deno mini e di cavalli . » 196 

Preparativi, poi guerra d’Italia, l’anno 1800 i . . <« 198 

Battaglia di Marengo . , > ■ » 202 

Armishzio di Alessandria, 15 giugno 1800 . . , x 207 

Elezione del Papa Pio VII 210 

Cessione dell’isola di Malta alle milizie Anglo-sicule » 211 
Nascita del principe Ferdinando erede al trono delle Due 

Sicilie, morte della Sanfelice » ivi 

Speranze di pace svanite per nuova guerra , , , » 213 


28«i SOMMARIO 

ArmUtizi tra la Francia e l’ Austria, di Steyer e di Tre - 
viso ........ pag. 218 

Mos»e Ruerrtere di Napoli contro la Francia . » 220 

Pace di Lunevilla ; . . . . » 221 

Lettere del Generale francege Murai al generale napole - 
tano Dama» , , , , . , , » 223 

Armiatizio di Folipio tra Napoli e la Francia ■ » 224 

Pace tra pii «tesai potentati, in Firenze , . » ivi 

Altre p a ci tra la Francia e’i potentati di Europa . » 229 

Guerra nell’Uola dell’Elba de’ Francesi contro gli Anglo- 
Toscani ........ ivi 

Morte dell’Infante di Napoli Ferdinando, e poco appresso 
della madre di lui arciduchessa Clementina. — Sco- 
perta di un astro nuovo dall’osservatorio diSicilia » 230 
Preliminaii di pace universale fermati in Amiens , >» 231 

Doppie nozze con la casa di Spagna; il vedovo prinàpe 

Francesco sposa la Infanta Isabella . . » 233 

Nuovi germi in Europa di guerra esternaj e per Napoli, 

di civili discordie . . ; . . »> ^34 

Diapeizia del ministro Zurlo. Nuovi ordinamenti per la ' 
finanza del repio 236 

Rotti i patti di Agiieos, ricomincia la guerra tra la Fran - 
cia e l’ingfail terra 238 

Buonaparte. primo consolo si fa imperatore . . » 2A0 

Brighe dei gesuiti per tornare in potenza nella Italia » 2AI 

Nuove taglie nel regno. Tremuoto spaventevole nella pro - 
vincia di Molise, appellato di Sant’Anna , ■ » 2A3 

Ruonapartesi fa re d’Italia; e minaccia in circolo di am - 
basciatori la casa di Napoli . ... •> 2^5 

La Inghilterra è minacciata da* campi francesi di Bou - 
logae. Guerra in Germania del 1 805 . . » 246 

Guerra di mare. Battaglia di Trafalgar , . » 2A9 

Provvedimenti dell’imperatore de* Francesi, perla so- 
spettata guerra con Napoli » 25A 


SOMMARIO 


285 


Trattato di neutralità tra Napoli e la Francia ratificato 
dal re il «fi 9 di ottobre del 1805 . pag. 256 

Trattato di guerra della stessa Napoli contro la Francia, 
ratificato dal re il dì 26 dello stesso ottobre del 1805» ivi 
Arrivo in Napoli degli eserciti alleati russo e inglese » 258 


CAPO TERZO. 


Ultimi fatti di quel regno » ivi 

Guerra di Germania contro gli Austriaci vinta dai Fran- 
cesi • • ■ • • • • • » ivi 

Guerra contemporanea d’Italia, vinta su gli Austriaci da* 

Francesi , ? ? ; ; ! ! ” 261 

Continuazione della guerra di Germania tra la Francia e 
gli Austro-Russi. Battaglia di Austerlitz vinta da Fran- 

rini . . . . . » 262 

Pace di Presburgo il 26 del dicembre del 1805 ■ » 266 

Minacce dell’Imperatore Buonaparte alla casa di Napoli ; 

ed in questa timori » 267 

Avanza esercito francese contro Napoli; ne partono pre - 
cipitosamente gli Anglo-Russi .... » 268 

Consigli nella reggia di Napoli .... » 270 

Il principe Giuseppe Buonaparte e*l General Massena si 
avvicinano al regno. Crescono le inquietudini delle op- 


poste parti ■ • . , • . ■ ■ » 

Ambasciatori di Napoli al principe Giuseppe, ributtati » 
Editti e pratiche della casa di Napoli per sommovere il 
popolo ,.....■«» 
Partita del re per la Sicilia. Partono indi a poco la re - 
gina e i figli. Editti del re; del suo Vicario . » 

Pratiche sventurate della Reggenza con Giuseppe Buona - 
parte. Trattato per lo pacifico ingresso del vincitore » 


271 

ivi 


272 


273 


274 


SOMMARIO- 


m 

Moti nella città: 1 gentilaomini , amici dell’ordinej primi 
ad armar»!, trionfano ■ ■ . . • ■ pag. 27 5 

L’esercito francese, guidato dal Maregciallo Masaena , 
sotto r impero supremo del principe (Huseppe Buona - 
parte, fa ingresso pomposo nella cittì . . » 277 


• FIKE DEL SOMMARIO. 



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